Di solito il sistema europeo di vigilanza finanziaria combatte le sue battaglie sul piano della diplomazia. Ma sull’isola di Malta, patria dei passaporti d’oro, della legalizzazione della cannabis e di una potente industria del gioco d’azzardo, gli scontri seguono regole diverse. Da mesi il paese più piccolo dell’Unione europea si scaglia apertamente contro il piano di concentrare la sorveglianza delle criptovalute sotto l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (European securities and markets authority, Esma), un organismo che ha sede a Parigi. Se il Consiglio e il parlamento europeo avalleranno la proposta − i suoi sostenitori sperano di riuscirci nel corso di quest’estate − Malta dovrà rinunciare a sorvegliare da sola grandi aziende come Crypto.com, Gemini e Bitpanda.
L’Ue vuole centralizzare la supervisione delle criptovalute e di altri mercati finanziari per rendere più sicuri gli investimenti e anche per attirare i circa undicimila miliardi di euro che si trovano nei depositi bancari facendoli confluire verso attività che favoriscano la crescita economica. Malta considera l’idea un attacco politico mosso dall’invidia di altri paesi per il suo successo nel settore delle criptovalute. Secondo Kenneth Farrugia, direttore generale dell’Autorità maltese per i servizi finanziari (Malta financial services authority, Mfsa), regolamentare e mettere altri stati europei nella condizione di sviluppare una loro industria delle criptovalute non dovrebbe significare togliere potere alle economie che si sono affermate prima in questo campo. Invece la commissaria europea per i servizi finanziari, Maria Luís Albuquerque, invita tutti ad agire nell’interesse dell’Unione piuttosto che per il proprio tornaconto.
Agevolazioni fiscali
Nel 2018 Malta è stata il primo paese europeo a istituire un quadro normativo completo per regolamentare le criptovalute. Questa iniziativa, insieme alle agevolazioni fiscali per chi si sposta sull’isola, ha destato l’interesse delle aziende. “Malta ha offerto qualcosa che nessun altro aveva”, spiega Ian Gauci, socio dello studio legale Gtg. Le criptovalute promettevano di diventare un degno successore dell’industria del gioco d’azzardo online, che sull’isola ha creato circa quindicimila posti di lavoro. Nel 2023, però, l’Ue ha varato il regolamento sui mercati delle attività cripto (Markets in crypto assets, Mica), assestando potenzialmente un duro colpo al primato stabilito da Malta. Entrata in vigore il 1 luglio, la misura prevede che le singole autorità nazionali possono concedere licenze alle aziende per operare nell’intera Unione, ma devono regolamentare le operazioni in base alle norme comunitarie. Appena il processo ha preso il via, Malta ha assegnato quattro delle prime quindici licenze Mica.
Sull’isola nessuno è rimasto sorpreso. Secondo Gauci, le aziende si stabiliscono a Malta perché vogliono avere a che fare con un’autorità di vigilanza che conosca la loro attività e i rischi che si corrono e perché il paese ha più esperienza nelle criptovalute.
Nell’immediato, in effetti, gli altri paesi non hanno suscitato altrettanto interesse. Secondo alcuni esperti, per il momento la Francia è piuttosto delusa dei propri risultati. Anche se la protezione promessa dal presidente Emmanuel Macron all’industria delle criptovalute aveva fatto sperare che il paese diventasse la sede preferita di molte imprese, a gennaio il 40 per cento delle società del settore cripto registrate in Francia non aveva ancora presentato richiesta di una licenza Mica.
Allo stesso tempo, però, alcune operazioni dell’autorità maltese sono già state messe in discussione. Nel 2025 l’Esma ha deciso di effettuare un controllo sulla decisione di Malta di concedere in via preliminare una licenza Mica a un’importante azienda di criptovalute: la Okx, una piattaforma che aveva appena patteggiato negli Stati Uniti una multa da 504 milioni di dollari per aver operato senza autorizzazione movimentando mille miliardi di dollari.
Malta è stata il primo paese a istituire un quadro normativo sulle criptovalute
Una decina di funzionari dell’Esma ha visitato l’isola per esaminare più di settemila documenti. Anche se alla fine la conclusione è stata che Malta aveva “in gran parte rispettato le regole”, i revisori hanno osservato che la storia dell’azienda “non era stata presa adeguatamente in considerazione” e che l’isola “avrebbe dovuto valutare il caso con più attenzione”. Farrugia ha definito la mossa dell’Esma un tentativo di “rallentare Malta nell’assegnazione delle licenze”. L’Esma ha risposto che la scelta di procedere con un controllo scatta in seguito a una votazione a maggioranza semplice, e che i membri del consiglio sono rappresentanti dei singoli enti nazionali.
La spinta a consolidare questa vigilanza è cominciata dopo che la Francia, l’Italia e l’Austria avevano invocato una centralizzazione, mettendo in evidenza le “enormi differenze” tra le procedure adottate da ogni singolo stato per la concessione delle licenze. Come ha spiegato Natasha Cazenave, direttrice esecutiva dell’Esma, uno dei timori è che affidandosi esclusivamente agli enti nazionali si lasci spazio al regulatory shopping, cioè la ricerca degli stati in cui è più vantaggioso stabilire la propria sede per operare in tutta l’Unione. “È probabile che alcune società cercheranno di procurarsi una licenza in un paese piccolo dove possono esercitare molto potere”, spiega Martin Moloney, vicesegretario generale del Financial stability board, un organismo che monitora il sistema finanziario globale.
Chiari vantaggi
Per le autorità europee la centralizzazione offre chiari vantaggi. Alle aziende più grandi, osserva Cazenave, garantisce “un processo più lineare, una risposta più semplice in tempi più brevi”. Ma servirebbe anche a proteggere i consumatori: in Europa c’è “un notevole numero di piccoli investitori” su cui le aziende di criptovalute puntano in modo particolare.
Anche se il settore cripto rappresenta una porzione minuscola della finanza europea, la commissaria Albuquerque è convinta che sorvegliarlo in modo centralizzato sia fondamentale nel più vasto processo di unificazione della vigilanza finanziaria.
Albuquerque ha deciso di andare in tutti e 27 paesi membri per illustrare l’imponente progetto, noto come Unione del risparmio e degli investimenti. Durante una recente visita a Malta ha sottolineato che centralizzare non significa privare le autorità nazionali del loro ruolo. La storia recente lo conferma. Un funzionario dell’eurozona che si occupa di sorveglianza finanziaria ha osservato che la creazione del meccanismo di vigilanza unico del settore bancario, nel 2014, non ha privato gli enti nazionali della loro funzione né ha causato tagli significativi ai posti di lavoro.
Tuttavia, la scelta di fissare la vigilanza unica del settore bancario a Francoforte è stata vista come una “vittoria” per la Germania, l’istituzione di un’Esma potenziata a Parigi sarà interpretata come un trionfo per la Francia, che già è considerata uno degli stati più influenti nella politica finanziaria europea.
Questa prospettiva sta generando una certa inquietudine. “La concentrazione della vigilanza nelle mani dell’Esma non avvantaggerà i risparmiatori comuni, che dovranno fare i conti con una minore accessibilità ai prodotti, dato che le autorità locali, tra l’altro, si occupano dei reclami nella lingua di ciascun paese”, ha scritto il 12 gennaio Fiorentina D’amore, direttrice generale di Bitpanda Malta, definendo la spinta verso la centralizzazione un “colpo di mano per cambiare le regole su chi vince e chi perde nel mercato europeo delle criptovalute”. Il dirigente maltese di un altro importante fornitore di servizi nel settore cripto ha detto di avere molte domande sulle conseguenze di una decisione simile: per esempio, vorrebbe sapere se la sua azienda si dovrà procurare una nuova licenza e se dovrà trovare rappresentanti a Parigi. Di fronte a prospettive così incerte, ha aggiunto il manager, è difficilissimo fare programmi.
A Malta già tredici fornitori di servizi in criptovalute hanno ottenuto una licenza Mica. Ma secondo Farrugia è improbabile che la crescita del settore continui se l’Ue cercherà di regolamentare ulteriormente il mercato. Secondo lui, di fronte a un inasprimento della burocrazia le aziende si trasferiranno dove possono operare con più efficienza. “Andranno a Dubai, ad Abu Dhabi. Oppure in Asia o negli Stati Uniti”, continua il funzionario. L’Europa farebbe meglio a uniformare la regolamentazione in modo ragionevole, conclude: “Se cominciamo a fare giochi politici, ci faremo solo sfuggire l’intero settore”. ◆ fp
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Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati