Tornano in mente le parole di Margaret Thatcher: “There is no such thing as society” , la società non esiste. Un aforisma brutale secondo cui il contratto sociale è fondato unicamente sui diritti e sugli interessi degli individui, separati e autonomi. Ora i francesi, confinati in casa, dimostrano la falsità di quel teorema, che cambiò il mondo lanciando la “rivoluzione conservatrice” degli anni ottanta. Separati dagli altri in nome delle precauzioni sanitarie, si rendono conto (o lo faranno presto) che il cittadino moderno deve la sua libertà agli altri, e che malgrado tutto, o forse prima di tutto, è un animale sociale. Come gli italiani che si affacciano al balcone tre volte al giorno per cantare in coro o applaudire insieme il personale sanitario, anche i francesi capiranno fino a che punto hanno bisogno di ritrovarsi con gli altri, per ricordarsi di far parte di quella cosa che secondo Thatcher “non esiste”: la società.

È un bisogno psicologico, elementare e fondamentale nella vita di oggi. Un bisogno che implica il legame, lo scambio, il lavoro o il tempo libero in comune. Un bisogno collettivo. Questa chiusura provvisoria evidenzia il ruolo, improvvisamente decisivo, della società rappresentata e organizzata dallo stato, da cui ormai dipendono tutte le persone costrette all’inattività. Lo stato che stabilisce le regole sanitarie per limitare la perdita di vite umane. Lo stato che lotta contro il virus grazie a dei servizi pubblici di cui riscopriamo l’utilità preziosa. Lo stato di cui critichiamo i costi eccessivi ma a cui ora chiediamo di spendere in abbondanza per rafforzare la sanità pubblica, garantire la sicurezza, aiutare i più deboli, mantenere per quanto possibile il normale funzionamento della vita economica.

Forse sarà questo il grande insegnamento di questa crisi. In rialzo: i valori dell’azione collettiva. In ribasso: l’“ognun per sé” delle società contemporanee. Si può prevedere una svolta che riabiliterà la società, superando la stanca utopia dell’individuo re. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1350 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati