Abdoulie ha raccolto i suoi averi in una scatola di cartone: pochi vestiti, una giacca, le foto dei suoi bambini rimasti in Gambia e un paio di scarpe infangate. In sella a una vecchia bici sta per lasciare il campo. Fino al giorno prima quella scatola serviva da tetto alla capanna dove viveva da quasi un anno nelle campagne di Campobello di Mazara, un piccolo villaggio immerso in una verde pianura di alberi d’ulivo nella Sicilia occidentale.
Abdoulie è uno dei duemila migranti che lavorano in quelle campagne nel periodo della raccolta delle olive. Per loro non c’è mai stato posto in paese. Fino al 19 marzo del 2018, duecento immigrati africani vivevano in un accampamento fatto di capanne di legno e cartone a qualche centinaio di metri dalla terra dei padroni e si facevano concorrenza tra loro per lavorare nei campi. Quell’insediamento è stato demolito dalle autorità locali perché viverci era troppo pericoloso: senza elettricità, bagni e docce, e in mezzo ai rifiuti. Associazioni e sindacati dicono che in Italia di accampamenti come questo negli ultimi tre anni ne sono stati demoliti a decine. A marzo del 2017 è stato raso al suolo un insediamento tra Rignano Garganico e San Severo, in Puglia, il più grande accampamento di lavoratori immigrati d’Europa. D’estate ospitava tremila persone. Nel 2016 le ruspe avevano demolito un campo simile a Nardò, in Salento. Due mesi dopo era stata distrutta un’altra baraccopoli a Borreano, in Basilicata.
Uniti e più forti
In Sicilia l’atteggiamento della popolazione nei confronti di questi insediamenti è passato dalla frustrazione all’ostilità. Abdoulie e gli altri ora dormono all’aperto nelle campagne, nonostante gli sforzi di Baldassare Meli, un sacerdote, che ha più volte chiesto agli abitanti di Campobello di ospitare i migranti nelle tante case vuote del paese. “Avrebbero dovuto trovare un tetto per quella gente prima di distruggere le baracche”, dice Meli. “Ma nessuno li ha ospitati. Questi profughi sono già vittime dello sfruttamento. Se distruggiamo le loro case rischiano di subire altri abusi”.
Abdoulie è convinto che sia una questione di razzismo. “Siamo neri e non c’è posto per noi in paese. Eravamo disposti a pagare l’affitto. Ma siamo buoni solo per lavorare le loro terre. Come animali”.
In Sicilia il business dei lavoratori migranti va a gonfie vele, non solo per gli agricoltori ma anche per i caporali che assumono uomini e donne per farli lavorare senza contratto nei campi. Alcuni africani sono pagati 2 euro all’ora, 7,50 euro in meno della paga minima. Una legge del 2017 prevede pene fino a otto anni di reclusione per chi recluta e sfrutta i lavoratori immigrati. Ma secondo i sindacati italiani nel settore agricolo trecentomila lavoratori irregolari continuano a produrre miliardi di euro di profitti.
Gli immigrati contribuiscono all’economia del paese, dice Yvan Sagnet, un ex bracciante del Camerun, presidente dell’associazione No Cap, che lotta per migliorare le loro condizioni di vita: “Distruggere un accampamento significa eliminare gli effetti, non le cause dello sfruttamento. E le conseguenze per i lavoratori saranno peggiori”. Quando si demolisce un insediamento, dice Sagnet, ne nasce subito un altro. E le persone sono ancora più esposte allo sfruttamento. “Saranno disposte a lavorare per una paga più bassa”, dice. “Un gruppo unito che vive insieme è più forte e può affermare meglio i propri diritti. Ma se il gruppo si disperde, come succede dopo una demolizione, quelle persone si ritrovano da sole”.
“La demolizione dell’accampamento è sicuramente una conseguenza del clima di tensione e d’intolleranza che ha caratterizzato questa campagna elettorale”, sostiene Meli. Dell’insediamento di Campobello di Mazara non è rimasto niente, solo mucchi di plastica e rifiuti. Abdoulie ha trovato rifugio in una casa abbandonata in campagna. Altri si sono allontanati, senza dubbio per andare a costruire un altro campo. ◆bt
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Questo articolo è uscito sul numero 1255 di Internazionale, a pagina 33. Compra questo numero | Abbonati