Da un lato c’è l’Arabia Saudita con il suo bilancio militare di 83 miliardi di dollari nel 2025, che le ha permesso di acquistare le armi statunitensi più sofisticate e di sostenere l’esercito dello Yemen. Dall’altro ci sono i ribelli huthi, certamente numerosi (circa 350mila), ma senza una forza aerea, sottoposti dal 2015 a un embargo sulle armi da parte delle Nazioni Unite e a un blocco aereo e navale ordinato da Riyadh.

La sproporzione è evidente. Eppure gli huthi, sostenuti dall’Iran, mantengono il controllo della costa del mar Rosso, dove hanno sferrato un’offensiva all’inizio di settembre, conquistando nello Yemen il porto di Mokha, la città di Dhubab, l’isola di Zuqar e quella di Perim. Controllano ancora lo stretto di Bab el Mandeb e minacciano il commercio mondiale, già messo a dura prova dalla chiusura di Hormuz.

Per la prima volta dall’improvvisa ripresa di questo lungo conflitto, il 19 settembre gli abitanti di Riyadh sono stati svegliati da alcune esplosioni nei sobborghi. I miliziani, i cui attacchi fino ad allora avevano preso di mira principalmente obiettivi nel sud del paese, hanno rivendicato i raid contro “siti sensibili” nella capitale saudita e contro gli impianti del colosso petrolifero Aramco nella città portuale di Yanbu, sul mar Rosso. La coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita ha confermato la sera del 19 settembre di aver intercettato un missile lanciato dagli huthi. Questi sviluppi hanno portato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ad accorciare il suo fine settimana nella residenza di Camp David. “Questo conflitto militare rischia di subire una rapida escalation”, ha affermato il dipartimento di stato di Washington.

La rete di Teheran

Il fatto è che gli huthi non sono più la milizia che erano all’inizio della guerra civile del 2014, quando contavano solo circa 30mila combattenti. Sono diventati una forza armata agguerrita, in grado di resistere a campagne di bombardamenti aerei. “C’è stata una trasformazione, gli huthi sono passati da un gruppo armato locale con capacità limitate a una potente organizzazione militare, estendendo le loro capacità operative ben oltre i territori sotto il loro controllo”, si legge in un rapporto del comitato di esperti dell’Onu sullo Yemen pubblicato a fine 2024.

Questo cambiamento non sarebbe stato possibile senza l’Iran. Teheran ha aiutato gli huthi a formarsi, inviandogli i Guardiani della rivoluzione, ma anche affiliati di Hezbollah e delle milizie irachene. Nonostante le smentite, il regime gli ha anche fornito materiale e tecnologie per fabbricare droni e missili. E continua a farlo: le forze governative yemenite e la marina statunitense intercettano regolarmente nel mar Rosso carichi con componenti e talvolta armi già assemblate.

Il Conflict armament research (Car, un’organizzazione investigativa con sede nel Regno Unito che tiene traccia dei rifornimenti di armi nelle zone di guerra) ha identificato più di ottocento di questi prodotti, soprattutto antenne, microprocessori e sistemi di navigazione, in un carico sequestrato nel giugno 2025. Erano etichettati con codici usati dall’Iran. “Un indizio, nonostante le smentite ufficiali, che le reti di approvvigionamento legate a Teheran continuano a facilitare il trasporto di questi componenti verso gli huthi”, osservano gli analisti del Car.

Abituati a combattere

Gli huthi dispongono oggi di missili sofisticati, compresi quelli balistici, in grado di colpire Israele (loro nemico dichiarato insieme agli Stati Uniti) a una distanza di quasi duemila chilometri. Il loro arsenale include diversi tipi di droni, alcuni usati per attaccare navi nel mar Rosso. I miliziani sono anche abituati a combattere. Nel 2015 è stato necessario l’intervento dell’Arabia Saudita e della coalizione guidata da Riyadh per impedirgli di conquistare Aden, la grande città nel sud dello Yemen. Ma gli huthi hanno mantenuto il controllo della capitale Sanaa e di circa un terzo del paese, nonostante i bombardamenti sauditi e, nell’estate del 2025, di quelli statunitensi. Hanno un leader, Abdul-Malik al Huthi, che sostiene di essere un discendente del profeta Maometto, e un’organizzazione efficiente, sul modello di Hezbollah. Non esitano a reclutare con la forza, compresi bambini di dieci anni e migranti etiopi, secondo l’Onu.

Durante la loro avanzata verso lo stretto di Bab el Mandeb, si sono trovati di fronte alle forze governative, che erano piuttosto disorganizzate. Erano in parte impegnate sul fronte settentrionale, nel governatorato di Al Jawf, vicino al confine saudita, con la roccaforte huthi di Saada lontana dalla linea di tiro. I miliziani hanno inoltre approfittato del fatto che le forze governative erano ancora scombussolate dal ritiro delle truppe degli Emirati Arabi Uniti alla fine del 2025. Schierate nel sud del paese, dove ha sede il Consiglio di transizione del sud, un movimento indipendentista, queste truppe erano state brutalmente richiamate all’ordine dall’Arabia Saudita durante un’offensiva dei separatisti su diverse regioni dell’est. Il 30 dicembre 2025 Riyadh aveva bombardato Mukalla, il porto yemenita controllato dagli Emirati, che hanno preferito ritirarsi immediatamente dal paese.

L’Arabia Saudita ha poi avviato un vasto piano di riorganizzazione dell’esercito yemenita, che prevedeva in particolare un nuovo sistema d’identificazione dei combattenti, per eliminare i “soldati fantasma”, che non esistono ma il cui stipendio è pagato e intascato dai comandanti. Le riforme, evidentemente, non sono state sufficienti. Gli huthi non hanno praticamente dovuto combattere per impadronirsi del porto di Mokha il 10 settembre: incaricati di proteggerlo, i soldati guidati da Tareq Saleh, nipote dell’ex presidente dello Yemen e alleato degli Emirati Arabi Uniti, si sono ritirati all’avvicinarsi dei miliziani.

Le vittime degli scontri

◆ Il 22 settembre 2026 gli huthi hanno accusato l’Arabia Saudita di aver bombardato la città di Mokha, di cui avevano preso il controllo il 10 settembre, uccidendo sei civili. Secondo il gruppo, in altri bombardamenti nel nordovest dello Yemen sono morti una donna con suo figlio e nove detenuti in una prigione. Nei due giorni precedenti, negli scontri concentrati nell’ovest del paese sono morti 154 combattenti delle forze governative e degli huthi. Il 22 settembre il G7 ha espresso solidarietà al governo dello Yemen (riconosciuto dalla comunità internazionale) e all’Arabia Saudita. Afp


“Ritenere Saleh responsabile significa ignorare le più ampie carenze strutturali che lo circondano”, spiega la ricercatrice Maysaa Shuja al Deen del Sanaa center in una nota pubblicata il 14 settembre. “In primo luogo, il consiglio direttivo presidenziale, l’organo a capo del governo yemenita, non è riuscito a coordinare efficacemente le forze militari rivali all’interno del fronte anti-huthi, nonostante i segnali che indicavano che questi si stavano preparando a lanciare un’offensiva. In secondo luogo, l’Arabia Saudita ha esitato a impegnarsi militarmente e non ha fornito il supporto aereo necessario per proteggere le forze governative e impedire l’avanzata degli huthi”.

I leader sauditi si trovano in una situazione senza via d’uscita. “Gli attacchi degli huthi gli danno un pretesto per riaccendere una guerra totale, ma non lo fanno”, osserva Laurent Bonnefoy, ricercatore del Centre national de la recherche scienti­fique (Cnrs, il più grande ente di ricerca pubblico della Francia). “Sanno che intervenire nello Yemen ha un costo elevato, in termini di immagine e di sicurezza del proprio territorio. È per questo che volevano ritirarsi”.

Riyadh ha anche capito che gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti, almeno non nel breve termine. A metà settembre, ha riferito l’agenzia Reuters, alcuni rappresentanti di Washington hanno incontrato i leader huthi all’ambasciata statunitense di Mascat, in Oman: i miliziani yemeniti avrebbero assicurato di avere nel mirino solo le petroliere saudite e non le navi statunitensi.

Come ultimo affronto l’Arabia Saudita non può che constatare l’inerzia di Pakistan e Turchia, con cui ha firmato un accordo di difesa ad agosto. Il 10 settembre il ministero degli esteri pachistano ha fatto sapere che l’obiettivo principale del patto era creare una “deterrenza per garantire la sicurezza regionale”. Un modo educato per dire che non sono previsti, nell’immediato, bombardamenti contro un gruppo alleato dell’Iran. ◆ adg

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Questo articolo è uscito sul numero 1684 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati