“Piia na cadreia e setat su a vardà”. Battista Valenti mi accoglie così, ma non capisco una parola. Valenti, energico settantenne dai capelli d’argento, amico di mio padre, parla il dialetto di Cornale, un paese nel sud della Lombardia. Mi ha invitato al centro sportivo locale per assistere a una partita di bocce. “Fidati di me”, ha detto. “Assistere a una partita è come fare una ricerca antropologica. Abbiamo una nostra lingua”.

Fino alla metà del novecento i paesi italiani come Cornale erano autosufficienti. Avevano tutto quello che serviva, dai mulini per fare il pane ai negozi per aggiustare bici. Ogni paese aveva un dialetto, compresa Voghera, la cittadina dove sono nato, che si trova a dieci chilometri da Cornale. Il dialetto di Cornale è simile a quello di Voghera, ma fatico a sostenere una conversazione con Valenti. Lui ride e dice in italiano: “Avrai anche viaggiato in tutto il mondo, ma non conoscere il tuo dialetto è grave”.

Bocciofila della Bovisa a Milano (Paolo Bona, Luz)

Prendo una sedia di plastica e ci uniamo alla fila di spettatori intenti a guardare la fine di una partita. Dietro la rete che separa gli spettatori dai giocatori, quattro campi in terra grigiastra e polverosa luccicano sotto la luce artificiale. Sul campo davanti a me ci sono sei uomini con la maglietta dello stesso colore, tutti sopra i sessant’anni. Qualcuno soppesa la boccia, mentre altri osservano le mosse degli avversari. Il gioco delle bocce è uno dei più antichi d’Italia, nato all’epoca dell’impero romano e diventato popolare del tredicesimo secolo. Oggi però la sua popolarità sta diminuendo.

Mio padre, 69 anni, ha giocato a bocce tutta la vita. Aveva imparato ad amare quel gioco da mio nonno e quando ero bambino cercò di trasmettermi quella passione. Quando avevo 12 anni mi portava al bocciodromo, il bar con annesso campo di bocce, a conoscere i suoi amici, tutti uomini di mezza età con cui sentivo di non avere nulla in comune. Stavo a guardare per un po’ e poi andavo nell’area dei videogiochi. Non ho ereditato l’amore di mio padre per le bocce e, dato che il bocciodromo era l’unico posto in cui entravo in contatto con il dialetto, non ho mai imparato a parlarlo.

Il futuro della lingua

Da cinque anni Valenti, insegnante d’inglese in pensione, collabora alla stesura di un dizionario dialettale, nell’ambito del progetto Alimentiamo la memoria, finanziato dalla biblioteca Tre fiumi di Cornale. Ma sa bene che ormai i dialetti sono relegati in posti come i bocciodromi, dove si riuniscono le generazioni che sono cresciute senza la tv. “Sessant’anni fa ogni osteria aveva il suo campo di bocce. Era lì che ci riunivamo nelle sere d’estate e durante le vacanze. Lì ci divertivamo, trovavamo gli amici e perfino qualche bella ragazza”, dice Valenti.

L’arbitro fischia e Valenti, che deve segnare i punti, si scusa, e se ne va. Osservo i giocatori cercando di capire quello che dicono. Studiano la posizione delle bocce e poi fanno un balzo in avanti per lanciare la loro il più vicino possibile al boccino.

“A gh’era no d’andà su! A gh’era da bucià o mat na bucia in fond. Paragia su ciapa al balai u po fa partìa!”, grida uno di loro al suo compagno, gesticolando con le mani. Capisco il succo del discorso, stanno perdendo, ma mi sfuggono i dettagli. “Cosa ha detto?”, chiedo disperato ad Armando Frassini, l’uomo seduto accanto a me. “Si lamenta perché il suo compagno non ha colpito il boccino, se lo avesse fatto avrebbero potuto vincere”, mi spiega. In un altro campo, un giocatore discute con l’arbitro. “L’è al me ad vaint cintìm! Al vaga anca un orb!”. Ricordo dai pomeriggi passati al bocciodromo che un orb vuol dire un cieco. Ma il resto della frase mi sfugge. “Sostiene di aver vinto perché la sua boccia è molto più vicina di quella del suo avversario, lo vedrebbe anche un cieco”, mi spiega il mio vicino.

“A Voghera i giocatori iscritti alla Federazione italiana bocce sono solo trecento, rispetto ai 1.200 e più degli anni ottanta”, mi spiega Valenti. “La federazione continuerà a sostenere il gioco delle bocce. Ma dubito che farà qualcosa per conservare anche il dialetto”. Per il momento, tranne Valenti e Frassini, gli altri anziani presenti non sembrano preoccuparsi del futuro della loro lingua. Un uomo esprime approvazione quando la boccia del suo compagno si avvicina al boccino, mentre la squadra avversaria comincia un animato dibattito sulla strategia per la rimonta. Ma naturalmente non capisco nulla di quello che dicono. ◆ bt

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Questo articolo è uscito sul numero 1226 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati