Il territorio siriano è di nuovo al centro degli interessi di diverse parti. Stavolta il conflitto si concentra nella regione di Idlib, nel nordovest del paese. Per la Russia la zona è un “punto nevralgico del terrorismo” e deve essere riportata sotto il controllo del regime eliminando le ultime sacche di opposizione. Mentre già nel settembre del 2018 il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aveva detto che la sicurezza del suo paese era strettamente legata alla situazione di Idlib.
Negli ultimi due anni Ankara e Mosca sono state protagoniste della guerra in Siria. Hanno avuto divergenze su alcune questioni e si sono accordate su altre. Un passaggio importante è stato il processo di Astana, cominciato all’inizio del 2017 nella capitale del Kazakistan con una serie d’incontri tra i due alleati del presidente siriano Bashar al Assad, Iran e Russia, e la Turchia, che sosteneva l’opposizione. L’obiettivo era promuovere una piattaforma politica per risolvere la crisi siriana. Nel corso dei colloqui, la Russia ha cominciato a realizzare il suo progetto di ripulire una dopo l’altra le aree in mano all’opposizione, da Aleppo alla Ghuta orientale, dalle campagne di Homs a Daraa.
Dopo aver riconquistato nel luglio del 2018 Daraa e Quneitra (le regioni ribelli nel sud della Siria), Damasco e Mosca hanno puntato su Idlib, dove c’è la più grande concentrazione di oppositori e combattenti che hanno rifiutato la riconciliazione. Mosca, spinta dalla reazione della comunità internazionale, ha raggiunto un accordo con la Turchia a Soči, in Russia, nel settembre del 2018, e ha dichiarato un cessate il fuoco a Idlib. A quel punto ha messo in atto una politica di “lenta erosione” attraverso uno schema ricorrente, che comincia con un’operazione militare del regime e si conclude con il controllo totale.
In passato la Turchia non aveva reagito alla sconfitta dei gruppi ribelli siriani. Ma l’offensiva su Idlib ha irritato Ankara, che ha minacciato Damasco e ha inviato sul campo forze militari. Il messaggio è chiaro: la Turchia non rinuncerà ai suoi interessi nella zona di confine, anche se questo implicasse l’avvio di un’operazione militare. La Russia, da parte sua, è decisa a consolidare le vittorie e a salvaguardare le aree conquistate.
A rimetterci più di tutti sono i civili intrappolati nella zona. L’inasprimento delle operazioni militari ha portato a una catastrofe umanitaria. Jean Larquet, portavoce dell’Ufficio dell’Onu per gli affari umanitari, il 5 febbraio ha avvertito che “non c’è più un posto sicuro a Idlib, perché le bombe cadono dappertutto”.
Le forze del regime hanno preso il controllo di alcune città strategiche, come Maarat al Numan, il centro urbano più grande nella campagna a sud di Idlib, e Saraqeb a est, all’incrocio tra due autostrade internazionali (la M5, che collega Damasco e Aleppo, e la M4, che va da Aleppo a Lattakia). Negli attacchi russi e siriani sono stati uccisi sedici militari turchi. Le tensioni tra Mosca e Ankara sono aumentate ed Erdoğan ha posto un ultimatum: entro la fine di febbraio le forze siriane devono ritirarsi dalle aree intorno ai posti di controllo turchi.
◆ Sul giornale online turco Gazete Duvar, Fehim Taştekin scrive che l’uccisione dei soldati turchi in Siria serve ad Ankara per giustificare la permanenza nel paese vicino e perseguire obiettivi di politica interna, come “controllare le frange religiose, zittire l’opposizione e ottenere il sostegno della Nato”. L’obiettivo del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, spiega Taştekin, è rafforzare la posizione di Ankara di fronte a Mosca in vista dell’incontro su Idlib che si dovrebbe tenere il 5 marzo e a cui potrebbero partecipare, oltre a Erdoğan, il presidente russo Vladimir Putin, quello francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel.
◆Sul giornale online russo Novoe Vremja/New Times, Aleksandr Golts si chiede quali siano gli obiettivi di Mosca in Siria, che definisce “astratti fin dall’inizio”. “Inviando le proprie forze armate in Siria, la Russia sperava di uscire dall’isolamento internazionale in cui era finita dopo l’intervento in Ucraina”, spiega Golts. “Senza contare il suo costante desiderio di soffocare le rivolte popolari. Ed ecco che ora, dopo aver annunciato più volte la vittoria, Mosca è di nuovo condannata a cercare un equilibrio tra Damasco, Teheran e Ankara per uscire dal tunnel in cui si è cacciata di sua volontà e di cui non si vede la fine”.
Gli scenari probabili
La Russia era intervenuta in Siria a fianco del regime di Assad nel settembre del 2015, con il pretesto di sostenere la lotta al terrorismo ed eliminare il gruppo Stato islamico e Al Qaeda. Ha usato la stessa giustificazione per legittimare l’aggressione a Idlib, dichiarando di voler cacciare il gruppo jihadista Hayat tahrir al Sham (Hts), che controlla gran parte della regione. La Russia inoltre accusa la Turchia di non aver rispettato i termini dell’accordo di Soči, che prevede l’espulsione delle organizzazioni terroristiche da Idlib.
Mosca ha anche inviato un messaggio alla Turchia bombardando all’inizio di febbraio le campagne a nord di Aleppo, controllate dai ribelli sostenuti dalla Turchia. Secondo Maan Talaa, ricercatore all’Omran center for strategic studies, è una reazione al tentativo dei gruppi ribelli di aprire un nuovo fronte ad Aleppo per rallentare l’avanzata delle forze del regime su Idlib.
L’importanza di Idlib per la Turchia deriva dal destino incerto dell’Amministrazione autonoma della Siria del nordest, controllata dai curdi del Partito dell’unione democratica (Pyd), l’ala siriana del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), che Ankara considera un’organizzazione terroristica. Idlib è vista come un bastione nei confronti del territorio controllato dai curdi. Secondo Maan Talaa, la Turchia vorrebbe usare i suoi successi a Idlib per arrivare a un nuovo accordo, che rafforzi il suo dominio e le permetta di impedire il rafforzamento dell’autonomia delle aree amministrate dai curdi. Per Ankara questo è un passaggio fondamentale per avere una posizione più forte quando si deciderà il destino della regione autonoma a est dell’Eufrate, altrimenti potrebbe ritrovarsi esclusa dal futuro della Siria.
L’analista politico turco Bakir Atagan conferma che se Erdoğan perdesse il controllo del territorio siriano “vedrebbe sconfitti i suoi interessi in Medio Oriente”. D’altra parte, però, Ankara terrà aperto il dialogo con Mosca. Le minacce servono a spingere la controparte al tavolo delle trattative per siglare nuovi accordi.
Secondo Talaa, i possibili scenari a Idlib sono due. Nel primo si consoliderebbe l’attuale situazione militare, con il regime che controlla Saraqeb e l’autostrada internazionale M5. A quel punto riprenderebbero i colloqui nell’ambito del processo di Astana. Ma lo scenario più probabile è che s’imponga anche a Idlib una riconciliazione forzata. Per quanto riguarda il destino di Hayat tahrir al Sham e degli altri gruppi jihadisti attivi nella zona, Talaa crede che la questione sarà rimandata alle fasi finali del conflitto siriano e potrà ancora essere usata dalle parti per difendere i loro interessi. ◆ fdl
Enab Baladi è un settimanale indipendente siriano di politica, società e attualità. Oltre alla versione online, ha un’edizione cartacea stampata in Turchia e distribuita in Siria.
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Questo articolo è uscito sul numero 1347 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati