“Conosco quest’orso. E lui conosce me. Ci siamo incontrati molte volte”. La nostra guida indica un cartello del Parco nazionale di Sutjeska, all’inizio del sentiero che scende verso la foresta di Perućica, nel sudest della Bosnia. Il segnale di legno è ricoperto di graffi lasciati da grandi zampate. “Gli orsi sono gli squali della terraferma, hanno un senso dell’olfatto sviluppatissimo. Sono molto intelligenti. E sono convinto che sappiano chi è amico e chi è nemico. Vengo spesso in questa foresta, e il nostro amico sa riconoscere il mio odore. Ma una volta c’è stato un incidente: un uomo era venuto qui a caccia e un orso gli ha sbucciato la faccia come un’arancia”.
Con quest’immagine Dejan Elez ottiene la nostra massima attenzione. Serbobosniaco laureato in legge, prima guardia forestale e poi guida alpina, sa come tenerti avvinto a una storia. Io e il mio compagno di viaggio Chris siamo rapiti mentre racconta di una famosa battaglia avvenuta qui vicino nel 1943, quando i partigiani jugoslavi fecero irruzione in un accampamento tedesco, prendendo la Wehrmacht di sorpresa grazie alla copertura di un violento temporale – “il vento ululava e la quantità di fulmini faceva pensare a una luce stroboscopica” – ma poi la narrazione di Dejan affonda in un passato ben più remoto, nelle profondità di una delle più antiche foreste d’Europa.
Gli esperti stimano che Perućica – che si estende sulle pendici di un canyon nella Repubblica serba di Bosnia Erzegovina, la regione autonoma a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina – sia cresciuta senza interferenze umane per ventimila anni. Insieme a quella di Białowieża, a cavallo tra Polonia e Bielorussia, è considerata l’ultima vera testimonianza delle foreste primordiali che un tempo ricoprivano il continente. Ma Perućica, afferma Dejan, è preservata molto meglio. Non è mai stata abitata e i pendii scoscesi e il terreno impervio hanno impedito che i suoi alberi fossero abbattuti per fare legna. I suoi 1.434 ettari sono oggi sottoposti a un rigido protocollo di protezione – nessuno può entrare senza una guida – e l’importanza del sito è stata riconosciuta anche dall’Unesco.
Interpretare le tracce
Un punto panoramico su una cresta rocciosa apre la vista, più in basso, su una fitta vegetazione aggrappata alle ripide pareti del canyon dove scorre il fiume. Il corso d’acqua è alimentato dalla Skakavac, una cascata di 75 metri che precipita fragorosamente sollevando una nuvola di vapori, mentre molto più in alto riluce la cima imbiancata di una montagna. All’inizio speravamo di scalare il Maglić – che con i suoi 2.386 metri è la vetta più alta della Bosnia – ma un paio di settimane prima era nevicato e ci è stato detto che le condizioni possono essere pericolose nella prima fase della primavera. Rimanderemo la conquista della vetta. Oggi si scende.
Dejan ci guida per i tortuosi sentieri che attraversano boschetti in cui convivono faggi, abeti, abeti rossi, pini e aceri. Ammette di non sapere i nomi di tutti gli alberi, ma sa riconoscere perfettamente le tracce degli animali. La foresta è “leggibile”, dice, e per lui è un libro aperto. Le chiazze circolari in cui il sottobosco è stato grattato via le hanno lasciate i camosci in cerca di radici nutrienti. I caprioli fanno lo stesso, ma i loro buchi sono precisi e profondi. “Guardate qui”, dice indicando un tronco umido. “Quei graffi sono stati fatti da un canide, una volpe o un lupo. Ma più in là, sullo stesso tronco, c’è qualcosa di molto più emozionante”. I graffi più larghi e profondi sono quelli di un orso bruno. Poco distante si trova una cavità più grande, dove un orso ha saccheggiato un alveare. Gli avvistamenti non sono mai garantiti, ma sono possibili in questo periodo dell’anno, quando gli orsi escono dal letargo per fare scorpacciate di aglio selvatico – che in molte lingue europee è chiamato proprio “aglio orsino”. “Ora quando mi fermo, fermatevi anche voi. Di qui in poi procediamo in modalità furtiva”.
Ogni piccolo tratto di discesa sembra farci entrare in un regno diverso, mentre la foresta attorno a noi diventa sempre più imponente, fitta e aggrovigliata. I legni morti sono ovunque: paradossalmente, un segno di salute. Licheni, muschi e funghi pendono dai rami. La straordinaria biodiversità protegge Perućica da epidemie come l’infestazione del bostrico dell’abete rosso, che altrove ha devastato le foreste primordiali. Con circa centosettanta specie di alberi e arbusti e più di mille piante, è naturale che la nostra guida non le conosca tutte.
Durante l’ultima glaciazione, Perućica è sfuggita al gelo diventando una sorta di rifugio, una regione isolata che ha permesso a molte specie di sopravvivere. Da qui gli alberi hanno proseguito la loro espansione verso nord al momento del disgelo. Dejan è convinto che il nome della foresta sia legato a Perun, dio slavo del fulmine, precristiano e preislamico. Di certo si ha l’impressione di inoltrarci in un tempio. Ha preparato dei panini – formaggio e prosciutto in soffici pagnotte bianche – che consumiamo su un prato affacciato sulla cascata. Anche i camosci, evidentemente, vengono a pasteggiare qui, dato che i loro escrementi sono ovunque. Non vediamo il branco – né avvistiamo gatti selvatici, linci o lupi che pure abitano la foresta – ma solo sapere che sono qui, magari pure molto vicini a noi, suscita una sensazione di riverenza. Restiamo tutti in silenzio. Il Maglić e le altre montagne scompaiono dietro nubi bianche e comincia a piovere. L’acqua non ci disturba.
Grazie alla laurea in legge, Dejan conosce bene rischi e minacce. L’antica foresta è probabilmente ben protetta, ma i cacciatori frequentano il più ampio parco nazionale e a volte corrompono le guardie forestali affinché chiudano un occhio. La maggior parte dei visitatori di Sutjeska soggiorna nel villaggio di Tjentište, ai confini del parco, ma si nota un’intensa attività edilizia. Perfino la nostra accogliente baita in legno vicino all’ingresso, a suo avviso, si trova troppo a ridosso dell’area protetta. Il punto non è che la gente non dovrebbe venire qui, spiega mentre risaliamo, ma come ci viene: gli ospiti rispettosi sono benvenuti. Non siamo i padroni della foresta e nemmeno di questo sentiero, che è condiviso con molte altre zampe. Si china per scostare delle foglie e trova dei frammenti d’osso transitati nell’apparato digerente di un lupo; poco più avanti, indica escrementi di lupo pieni di peli di camoscio. “Sono qui sul sentiero di proposito, per segnalarci che questo è il loro territorio. Non fanno nulla a caso, tutto ha un significato”.
Dopo quasi cinque ore, sbuchiamo sulla strada sterrata che conduce a Tjentište. L’improvvisa assenza di vegetazione intricata e brulicante di vita ci lascia una strana sensazione di smarrimento. Ci sentiamo trasformati da questo affaccio nel passato selvaggio d’Europa. Forse siamo cambiati, in modo impercettibile, anche al livello biologico. Al momento dei saluti, Dejan ci dice: “Siete entrati in contatto con un universo di microrganismi. Questa foresta ti entra dentro”. La foresta di Perućica resta con noi mentre lasciamo il parco nazionale per fare ritorno a Sarajevo: un viaggio di due ore e mezzo verso nord, la stessa direzione presa dagli alberi al termine dell’era glaciale. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1682 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati