Quando il 15 maggio il presidente della corte suprema indiana Surya Kant, durante un’udienza a porte aperte, ha paragonato i giovani disoccupati agli scarafaggi, probabilmente si aspettava una risposta indignata, magari un giro di scuse da fare, e poi il silenzio. Invece ha provocato la nascita di un movimento con uno scarafaggio come simbolo, che con 15 milioni di follower su Instagram in cinque giorni ha già superato la presenza sui social media del Bharatiya janata party (Bjp), il partito nazionalista indù al governo dal 2014. È nato così il Cockroach janta party (Cjp, Partito degli scarafaggi), e la sua ascesa virale, più che satira, è un verdetto.
Il Cjp si definisce “la voce dei pigri e dei disoccupati”. Tra i requisiti per aderire ci sono una cronica presenza online e la capacità di inveire con professionalità. L’ironia è tagliente e intenzionale: queste non sono le qualità di persone che si sono arrese, sono piuttosto quelle di una generazione che si è impegnata nello studio e ha seguito le regole ma è stata tradita dal sistema e ha deciso di alzare la voce.
Il governo indiano preferirebbe che ci si concentrasse sul pil. Con una proiezione di crescita compresa tra il 6,3 e il 6,8 per cento per il 2025-2026, l’economia se la sta cavando bene per gli standard globali. Il primo ministro Narendra Modi ne ha fatto il fulcro della sua eredità: un’India in ascesa, un’India fiduciosa, un’India che sarà la terza economia mondiale entro il 2030. Ma i numeri sulla crescita nascondono un’economia che non è stata in grado di offrire opportunità a una base ampia di persone.
Benessere per pochi
Gli ultimi dati del Centre for monitoring Indian economy, un centro studi indipendente, raccontano una storia diversa rispetto a quelli diffusi dal governo. La disoccupazione giovanile tra i 20 e i 24 anni si è mantenuta intorno al 44-45 per cento per gran parte del 2025, livelli significativamente peggiori rispetto a prima del 2014, quando il Bjp arrivò al governo. Anche le cifre ufficiali più prudenti, quelli della Periodic labor force survey (la principale indagine statistica indiana sul mercato del lavoro), stimano la disoccupazione giovanile al 9,9 per cento nella fascia tra i 15 e i 29 anni, più del triplo rispetto al tasso di disoccupazione che comprende tutte le età. Nelle aree urbane il quadro è ancora più fosco, con un dato che raggiunge il 14,7 per cento.
L’istruzione, che avrebbe dovuto essere il grande strumento di uguaglianza sociale, è diventata un’ulteriore forma di crudeltà. Tra gli indiani con un titolo di studio secondario o superiore non lavora il 6,5 per cento. Questo significa che continuare a studiare non evita la disoccupazione, ma spesso la rimanda solamente.
Per le donne, i numeri raggiungono livelli estremi: la disoccupazione giovanile femminile tocca il 41 per cento a Goa e il 44 per cento in Kerala, e sfiora il 40 per cento tra le laureate nel Jammu e Kashmir. È questo il paese contro cui si scagliano gli iscritti al Cjp, più del 70 per cento dei quali ha tra i 19 e i 25 anni.
Intanto la ricchezza generata dalla crescita si è concentrata in un gruppo molto ristretto. Secondo l’ong Centre for financial accountability, l’1 per cento più ricco degli indiani controlla oggi più del 40 per cento del reddito nazionale, mentre il 50 per cento più povero sopravvive con appena il 15 per cento. Tra il 2019 e il 2025 la ricchezza delle 1.688 persone più ricche dell’India è aumentata del 227 per cento, passando da circa 31mila miliardi a 88mila miliardi di rupie (da circa 279 a circa 730 miliardi di euro). Nello stesso periodo, il debito delle famiglie è quasi raddoppiato. In India il coefficiente di Gini, che misura la concentrazione della ricchezza, pari a 0,74, è ormai allo stesso livello di quello degli Stati Uniti: un paragone che pochi nel governo Modi accoglierebbero volentieri.
Non è una coincidenza. È il risultato di precise scelte politiche: un modello di crescita costruito intorno ai servizi e ai consumi, che fa aumentare il pil ma non l’occupazione di massa un tempo garantita dal settore manifatturiero; sistemi fiscali che hanno concentrato i guadagni nelle classi più alte; e una persistente mancanza d’investimenti su larga scala nella qualità dell’istruzione e nella creazione dei posti di lavoro, promessi a una generazione piena di aspirazioni.
Nulla mostra il degrado delle istituzioni più chiaramente dello scandalo dell’esame Neet. A maggio del 2024 circa 2,4 milioni di giovani indiani hanno sostenuto il Neet-ug, l’unica porta d’accesso nazionale per studiare medicina. Le domande del test però erano state trafugate e vendute prima: nel Bihar la polizia ha arrestato tredici persone accusate di aver chiesto agli studenti fino a cinque milioni di rupie – circa 45mila euro – per avere i quesiti in anticipo. Un ragazzo, la cui famiglia aveva venduto dei terreni e contratto debiti per pagargli i corsi di preparazione, si è suicidato dopo che anche l’esame Neet-ug del 2026 è stato annullato a causa di un’altra fuga di notizie illecita.
È questo il sistema che il presidente della corte suprema stava difendendo quando ha definito i giovani disoccupati “scarafaggi” in possesso di “lauree fasulle”. Ma chi ha gestito le istituzioni che hanno rilasciato quelle lauree? Chi ha amministrato esami truccati e compromessi dalle fughe di notizie? Chi ha costruito un’economia incapace di assorbire due milioni di aspiranti studenti di medicina, per non parlare delle altre centinaia di milioni di ragazze e ragazzi fuori da quella selezione?
Il fondatore del Cjp, Abhijeet Dipke, un trentenne che ha lasciato l’India due anni fa per studiare a Boston, l’ha detto chiaramente: “I giovani indiani sono scomparsi dal discorso politico dominante. Nessuno parla di noi. Nessuno ascolta i nostri problemi”. Dipke è uno dei tanti ragazzi istruiti che, sentendosi esclusi dal futuro del loro paese, se ne sono andati.
L’India sulla carta è una democrazia ma nell’Indice sulla libertà di stampa 2026 di Reporter senza frontiere (Rsf) è al 157° posto su 180 paesi, dietro al Bangladesh e al Nepal. Rsf ha denunciato il crescente aumento delle violenze contro i giornalisti, e l’elevata concentrazione dei mezzi d’informazione nelle mani di pochi, con un “allineamento politico sempre più esplicito”. Questo è importante per la storia del Cjp: se i mezzi d’informazione indiani più diffusi avessero davvero funzionato come meccanismo di controllo del potere, non sarebbe stato necessario un movimento virale nato da un meme per portare al centro del dibattito nazionale temi come la disoccupazione giovanile, gli esami truccati e l’insicurezza economica. Il programma del Cjp, che spazia dall’indipendenza dei giornali alla richiesta di riservare alle donne metà dei seggi in parlamento, somiglia meno al manifesto di un partito politico e più a un elenco di richieste che una stampa davvero funzionante avrebbe già dovuto rivolgere al governo.
Simbolismo esplicito
Vale la pena di soffermarsi anche sul nome del movimento. Nella cultura popolare, lo scarafaggio è la creatura che sopravvive a tutto: agli inverni nucleari, al fallimento delle istituzioni e al disprezzo delle élite. Quando il presidente della corte suprema ha usato quell’immagine come un insulto, i giovani a cui era rivolto hanno recepito qualcosa di diverso: la descrizione di quello che erano già diventati. Resistenti, tenaci, impossibili da sterminare. Dipke ha invitato alla cautela quando si paragona il movimento alle proteste della generazione Z che hanno rovesciato i governi in Bangladesh e Nepal. Ed è comprensibile: i movimenti che nascono su Instagram non si evolvono automaticamente in rivoluzioni politiche. Resta da vedere se il Cjp riuscirà a trasformare i milioni di follower in una pressione politica duratura, oppure se diventerà un caso emblematico dei limiti del dissenso digitale.
Le condizioni che hanno dato origine a questo movimento però rimarranno. L’intelligenza artificiale sta già cominciando a sostituire gli impieghi di basso livello nei settori dei servizi e dell’amministrazione, quel bacino che aveva assorbito milioni di lavoratori istruiti che non trovavano posto nel settore manifatturiero.
Il governo indiano dovrebbe preoccuparsi meno dei 15 milioni di follower su Instagram e più di ciò che quei 15 milioni di persone raccontano. Non si sbagliano su quello che vedono. Sono semplicemente la prima generazione disposta a dirlo con una voce abbastanza alta da non poter più essere ignorata. ◆ gim
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1667 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati