Chi ancora dubita che l’Indonesia sposterà la sua capitale di 1.200 chilometri, in mezzo al nulla del Kalimantan orientale, non deve far altro che noleggiare un fuoristrada nella città portuale di Balikpapan, procedere verso nord per due ore, lungo la nuova autostrada costeggiata da piantagioni di palme da olio, svoltare a sinistra entrando in una riserva naturale di giungla brumosa dove capita di tanto in tanto d’incontrare un macaco dalla coda lunga sul ciglio della strada, fino ad arrivare al sonnolento paesino di Sepaku. Qui, con grande stupore degli stessi abitanti, pare si troverà il centro di una metropoli già pianificata.

Fuori del paese, camion carichi di ghiaia rombano sulle strade fangose che portano al titik nol (punto zero) di Ibu Kota Nusantara Ikn, la nuova capitale dell’arcipelago indonesiano. Qui i primi turisti scattano selfie e i potenziali investitori ricevono informazioni sui vantaggi fiscali che avranno se decideranno di spendere i loro miliardi per comprare centri commerciali o grattacieli. Per il resto c’è ancora poco da vedere: colline a perdita d’occhio, ricoperte di alberi (non autoctoni) di eucalipto per l’industria del legno. Nel parcheggio, tra i cespugli, c’è un cartello: qui sorgerà il ministero per le imprese statali. Dietro l’angolo è previsto un centro commerciale.

Turiste davanti al cantiere della nuova capitale, 8 marzo 2023, Indonesia (Rony Zakaria, Bloomberg/Getty)

Ma il vero spettacolo appare seguendo i camion nel fango giallo ocra, attraversando i ponti provvisori montati dall’esercito, costeggiando le baracche dei cantieri nella foresta fino ad arrivare a una coreografia di gru in cima a una collina, nel punto dov’è prevista la costruzione del nuovo palazzo presidenziale. Le fondamenta del palazzo in vetro, che avrà la forma del mitologico Garuda, metà uccello metà uomo, spuntano già dal terreno. Ma ciò che salta più all’occhio è che tutto avviene cepat, cepat (veloce, veloce). Un esercito di settemila operai con caschetti e stivali di gomma gialli spiana contemporaneamente strade a sei corsie nella foresta a bordo di bulldozer, sradica alberi, interra enormi tubature fognarie, conficca i pali per le fondamenta di futuri grattacieli e getta cemento per piloni di ponti. Seeing is believing (vedere per credere), è il motto di Bambang Susantono, che il presidente Joko Widodo ha messo a capo del megaprogetto. Il presidente visita il sito ogni tre mesi e ha già campeggiato due volte nel bosco di eucalipti. In questo periodo Bambang, che ha studiato negli Stati Uniti ed è stato viceministro dei trasporti, si occupa principalmente delle visite guidate ai potenziali investitori nazionali e stranieri. L’Indonesia spenderà circa 5,5 miliardi di euro nella costruzione della nuova capitale, più o meno il 20 per cento del totale stimato (28 miliardi di euro). Il resto deve arrivare da investimenti privati (o da partecipazioni pubblico-privato).

“Per il momento gli investitori indonesiani hanno firmato per la costruzione di un ospedale e di qualche hotel”, dice al telefono il vicedirettore finanziario Agung Wicaksono. “Siamo ancora in trattativa con altri imprenditori per stabilire il prezzo di terreni dove costruire centri commerciali, uffici e centri sportivi”, spiega, aggiungendo che sono arrivate delegazioni anche da Singapore, Giappone e Francia. “È fondamentale mostrare che l’Indonesia sta davvero realizzando una nuova capitale. Quando si diventa credibili, le trattative vengono da sé”.

Il cantiere del nuovo palazzo presidenziale, Indonesia, 8 marzo 2023 (Rony Zakaria, Bloomberg/Getty)

Alberi sul tetto

Secondo lo sfavillante sito per gli investitori, Nusantara sarà una città smart, verde e sostenibile. Tre quarti dell’area sono composti da foresta (65 per cento), parchi e campi (10 per cento). Sul perimetro di una sorta di parco nazionale sorgono edifici ministeriali di vetro e legno con alberi sul tetto, dal terreno spuntano sale per grandi eventi e lungo i sentieri rialzati passeggiano funzionari diretti alla fermata del bus elettrico o a un ristorante che serve piatti preparati con ingredienti locali. Le abitazioni, i luoghi di lavoro e quelli per il tempo libero non si trovano mai a più di dieci minuti l’uno dall’altro. Nel 2045 Nusantara vuole essere una città di quasi due milioni di abitanti a impatto zero dal punto di vista ambientale.

La nuova capitale sarà, in poche parole, l’opposto di quella vecchia. Con i suoi quasi 31 milioni di abitanti (comprese le periferie), Jakarta è una metropoli in continua lotta con il sovrappopolamento, il traffico, un grave inquinamento atmosferico e allagamenti annuali. Nel 2019, di punto in bianco, il presidente Joko Widodo ha deciso che il Kalimantan orientale, sull’isola di Borneo, avrebbe ospitato la nuova capitale. La posizione – pensata per diminuire il peso politico ed economico di Java – è più centrale nell’arcipelago e offre maggior spazio abitabile, senza vulcani che rischiano di eruttare o faglie che causano terremoti. Lo spostamento farà respirare Jakarta. All’inizio del 2024 i primi 17mila funzionari si trasferiranno con le rispettive famiglie in grattacieli di dodici piani che ancora non esistono

“L’ho sentito in tv”, dice Sibukdin, sessant’anni, capo della comunità balik, davanti alla sua semplice casa in legno a Sepaku. Il ‘punto zero’ si trova esattamente sulla tanah leluhar, la terra degli avi. Secondo Sibukdin nel villaggio vivono più o meno trecento famiglie, incluse alcune giavanesi arrivate negli anni novanta. “La mia casa si trova nell’anello più interno di Ikn (a Sepaku nessuno la chiama Nusantara), ma ancora non so cosa mi succederà. Il governo non ci riconosce e non parla con noi”. L’indennizzo offerto, 15mila euro all’ettaro, per quanto lo riguarda non basta. Altri abitanti del villaggio sono cautamente ottimisti. “Ci sarà più gente, è un bene per l’economia!”, dice Seniman, 24 anni, in sella al suo scooter, e che da poco tempo guadagna l’equivalente di 140 euro al mese come guardiano del cantiere. “Piuttosto mi preoccupa la nostra acqua: è diventata marrone scuro”.

Ecosistemi unici

Dalla sua veranda, Hariana, 26 anni, indica una paratoia in cemento proprio dietro casa. “Prima prendevo l’acqua dal fiume, ora un giorno sì e uno no devo andare a prendere quella fornita dal governo”. In un piccolo locale sul bordo della nuova strada asfaltata, Saiduani Nyuk , 36 anni, si dice entusiasta, in linea principio, all’idea di una smart forest city. Si occupa della difesa dei diritti delle popolazioni locali per conto dell’ong Aman e pensa che “il trasferimento della capitale può aprire delle possibilità per il popolo dayak, che vive qui”. La comunità, di cui lui stesso fa parte, è discriminata e ingiustamente descritta come arretrata e sanguinaria. “Purtroppo non siamo coinvolti nella pianificazione. Il governo ha preso contatto con Aman solo quando abbiamo cominciato a protestare”.

L’esercito ha rimosso in tutta fretta lo striscione che era stato appeso e un politico locale ha assicurato che “al momento” nessuno rischia di essere cacciato. “Questa precisazione ci spaventa”, dice Saiduani. “Noi vogliamo rimanere a vivere nella terra dei nostri avi. I soldi degli indennizzi finiscono nel giro di due anni, ma l’identità è per sempre”.

Anche gli ambientalisti sono preoccupati. Su una barchetta nella baia di Balikpapan, a trenta chilometri dal punto zero, il pescatore Mappaselle indica la foresta di mangrovie lungo le rive e due delfini di Irrawaddy ad alto rischio di estinzione che nuotano vicino. Sulla sua maglietta c’è l’immagine di una nasica, specie altrettanto a rischio, con la scritta menolak punah (mi rifiuto di estinguermi). “La baia è ancora in salute”, dice Mappaselle, presidente del gruppo di lavoro locale per l’ambiente. “Ma temiamo che possa diventare inquinata come quella di Jakarta”. Il problema, sostiene, è le leggi per tutelare l’ambiente ci sono, ma non sono applicate. Per dimostrarlo, costeggia una fabbrica di olio di palma e una fonderia di nichel in costruzione. Gli stabilimenti hanno divorato un’ampia fetta di mangrovie. “Non hanno i permessi. Ma quando l’abbiamo fatto notare alle autorità, i problemi li abbiamo avuti noi, non loro”.

Secondo Mappaselle intorno alla baia convivono due ecosistemi unici: la foresta di mangrovie e la foresta pluviale, entrambe essenziali per il mantenimento della biodiversità e per contrastare il cambiamento climatico. Indicando un grande ponte strallato, in costruzione, come un vicino aeroporto, mostra sul cellulare un video girato da un operaio, secondo lui poco lontano: un orangotango (anche questa una specie a rischio) vaga confuso sul ciglio dell’autostrada in costruzione. “Per l’orangotango, l’orso malese e il leopardo nebuloso questa autostrada diventerà un ostacolo insormontabile”.

Un orangotango vaga confuso lungo l’autostrada in costruzione

Per il Wwf Indonesia, invece, la nuova capitale rappresenta un’opportunità. Secondo il direttore Aditya Bayunanda le cose non possono peggiorare molto rispetto alla situazione attuale, che consiste in monocolture di eucalipto e palma da olio. “In questo progetto la sostenibilità è al primo posto. Il presidente l’ha ripetuto centinaia di volte. Per l’Indonesia sarebbe un grande disonore non riuscire a mantenere questa promessa”. Il Wwf si aspetta pertanto danni ambientali limitati. “Speriamo che Nusantara sia un esempio per altre città”. Quello che preoccupa Bayunanda sono piuttosto le infrastrutture circostanti nel Kalimantan orientale. “Nuove strade possono favorire il disboscamento, l’agricoltura e la caccia illegali. E su un fiume sarà costruita una diga per produrre energia”. La vera domanda, per Bayunanda, è se il governo destinerà dei fondi anche per una migliore gestione dell’ambiente nel Kalimantan e per la costruzione di corridoi e gallerie faunistiche.

Myrna Safitri, addetta all’ambiente e alle risorse naturali di Ikn, dice di comprendere le preoccupazioni degli abitanti e delle ong. In un bar di Balikpapan stende sul tavolo una mappa dell’intero territorio interessato dal progetto. “Questa grande area verde indica la presenza di una foresta pluviale. Ma le ricerche hanno rivelato che per la metà si trattava di piantagioni, miniere di carbone o campi”, sospira Safitri, che ha conseguito un dottorato a Leida, nei Paesi Bassi. “Quindi dobbiamo riforestare e allo stesso tempo offrire alla comunità locale una fonte di reddito alternativa”. Sui corridoi faunistici e le aziende senza permessi dice: “Non rientrano nelle mie responsabilità. Posso solo cercare di convincere le autorità provinciali a occuparsene”.

Safitri cita un celebre rifugio per oranghi come esempio del fatto che la riforestazione è possibile. Si trova a un’ora di auto dal punto zero e ci vivono 122 scimmie antropomorfe e 72 orsi malesi in gabbie o in isolette boschive. Spesso si tratta di animali che hanno vissuto in cattività. “Vent’anni fa questi erano 1.800 ettari di terreno erboso allo stremo”, dice Aldrianto Priadjati, manager regionale della Borneo orangutan survival foundation. E continua trionfante: “Guardate ora!”. Da un punto di osservazione rialzato Priadjati, che ha studiato silvicoltura a Wageningen, nei Paesi Bassi, indica la foresta che si estende a vista d’occhio. “Sono ottimista. Chiunque può venire a vedere come, con l’aiuto della comunità locale, sia possibile ricostruire una foresta vergine”.

Alla fine del pomeriggio, i bambini di Sepaku giocano in mezzo alla strada in pozzanghere profonde fino al ginocchio, le risaie riflettono la luce del tramonto e gruppetti di donne tornano dalle piantagioni. Un’insegnante, che non vuole dire il suo nome, si aspetta un deciso miglioramento per l’economia e il livello dell’insegnamento nella zona. Dubita, però, che questo avvantaggerà la popolazione locale: “La maggior parte degli abitanti qui si è fermata alle elementari. Dovrebbero ricevere una formazione, o non avranno possibilità rispetto ai tanti giavanesi più istruiti che arriveranno”. ◆ vf

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Questo articolo è uscito sul numero 1530 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati