Il fragile protocollo d’intesa tra Stati Uniti e Iran sopravviverà al nuovo intensificarsi dello scontro militare? È ancora possibile portare avanti i negoziati? A meno di tre settimane dalla firma di quella dichiarazione dai contorni vaghi, che avrebbe dovuto aprire la strada a un accordo duraturo tra i due paesi, le tensioni nella regione hanno raggiunto un nuovo picco e l’8 luglio il presidente statunitense Donald Trump ha affermato che il cessate il fuoco con Teheran era “finito”.
Poco prima la situazione era cambiata bruscamente. Dopo tre attacchi attribuiti alla Repubblica islamica il 6 e il 7 luglio contro navi mercantili nello stretto di Hormuz, Washington aveva revocato le deroghe che consentivano all’Iran di vendere il petrolio sui mercati internazionali e aveva colpito più di ottanta obiettivi in tutto il paese. Teheran ha poi rivendicato le operazioni contro 85 strutture nelle basi militari statunitensi in Kuwait e in Bahrein. Anche se le parti si sono accusate a più riprese di violare il cessate il fuoco, questi sviluppi sono di gran lunga i più gravi dall’entrata in vigore del protocollo. I colloqui avrebbero dovuto riprendere dopo i funerali dell’ex guida suprema iraniana Ali Khamenei, ucciso durante un’operazione statunitense-israeliana il 28 febbraio, il primo giorno della guerra. Ma Trump ha lasciato poco spazio ai dubbi affermando che gli Stati Uniti avrebbero colpito l’Iran “con forza”. E le autorità iraniane hanno risposto che “l’asse della resistenza” è pronto ad agire.
Questo esito era prevedibile, secondo alcuni osservatori, dato che Washington e Teheran avevano concluso un accordo al ribasso, rinviando le questioni più delicate: le discussioni sul programma nucleare iraniano non erano cominciate seriamente e restava l’incertezza sullo stretto di Hormuz. “Il protocollo d’intesa non è mai stato altro che un fragile tentativo di far fronte ai crescenti costi della guerra per gli Stati Uniti, cercando di riaprire lo stretto di Hormuz”, sottolinea Elisa Ewers, ricercatrice che si occupa di Medio Oriente al Council on foreign relations. “L’Iran forse sta esagerando, ma era prevedibile che cercasse di imporre il suo controllo sullo stretto sfruttando le clausole del testo”.
La stessa domanda
Al centro dello stallo c’è il rifiuto dell’Iran di consentire alle navi di transitare per le acque dell’Oman senza il suo via libera. Un’opzione che Trump cerca di promuovere per aggirare l’influenza di Teheran, che non vuole rinunciare al controllo sullo stretto di Hormuz e rivendica i diritti di passaggio. Washington si oppone categoricamente, mentre la Repubblica islamica non vuole allentare la presa su questa via marittima strategica, da cui prima della guerra passava quasi il 20 per cento del commercio mondiale di idrocarburi. Tuttavia, finché la questione non sarà risolta, qualsiasi accordo sembra fuori portata. “Torniamo continuamente alla stessa domanda fondamentale: cosa vuole realmente l’amministrazione statunitense? Se la priorità è raggiungere un accordo duraturo con l’Iran, dovrà accettare che non ci sarà un ritorno realistico alle condizioni che prevalevano nello stretto di Hormuz prima del 28 febbraio”, ha sottolineato su X Danny Citrinowicz, ricercatore all’Istituto di studi sulla sicurezza nazionale dell’università di Tel Aviv. “Se invece la sua priorità è ripristinare quello status quo, dovrebbe riconoscere che le possibilità di un accordo con l’Iran diminuiscono e aumenta il rischio di un’escalation”.
Mentre le minacce si moltiplicano da entrambe le parti, i sostenitori della linea dura guadagnano terreno e la prospettiva di una soluzione diplomatica si allontana. A Washington la deroga concessa il 22 giugno, che autorizzava temporaneamente l’Iran a vendere per la prima volta dal 2018 petrolio e carburanti sui mercati internazionali, era già stata contestata da chi non approvava l’accordo e denunciava una concessione economica eccessiva prima dei negoziati sul nucleare. Le nuove tensioni non faranno che rafforzare le loro critiche e indebolire l’argomentazione dell’amministrazione, per cui allentando le sanzioni i leader iraniani più pragmatici si sarebbero convinti a negoziare, per sbloccare vari miliardi di dollari di beni congelati all’estero e ottenere la revoca delle sanzioni.
◆ Dopo un primo scambio di colpi tra Iran e Stati Uniti il 6 e il 7 luglio 2026, gli attacchi da entrambe le parti sono continuati nei giorni successivi, mettendo a rischio il protocollo d’intesa raggiunto il 17 giugno. Gli Stati Uniti hanno bombardato “obiettivi militari” in diverse città portuali del sud dell’Iran, la regione petrolifera nel sudovest (vicino al confine con Iraq e Kuwait) e Bushehr, dove si trova l’unica centrale nucleare iraniana. Le vittime sarebbero almeno 28. Teheran ha preso di mira un edificio che ospita le truppe statunitensi a Juffair, in Bahrein, una base aerea statunitense in Giordania e due petroliere negli Emirati Arabi Uniti, causando la morte di un membro dell’equipaggio indiano. Il 13 luglio Donald Trump ha annunciato la ripresa del blocco navale nello stretto di Hormuz (in vigore tra aprile e giugno). Ha anche deciso che gli Stati Uniti avrebbero imposto una tassa del 20 per cento sul valore delle merci alle navi che transitano, ma poi ha rinunciato a questa opzione. Infine ha suggerito che un accordo con l’Iran è ancora “possibile”. Afp
Questa leva economica ha ancora presa su Teheran, che finora ha venduto la maggior parte del suo petrolio alla Cina attraverso canali paralleli e a prezzi fortemente ridotti? “L’Iran non troverà nuovi acquirenti se c’è incertezza riguardo le sanzioni. Sì, può ancora vendere greggio alla Cina: l’ostacolo era il blocco navale, non le sanzioni. Ma potrebbe dover offrire sconti sostanziali, e ha un surplus di petrolio che ristagna in mare”, ha sottolineato su X il corrispondente dell’Economist, Gregg Carlstrom.
Tutto resta incerto e nessuno sembra disposto a calmare le acque. “Le due parti non hanno un interesse strategico a riprendere un conflitto su larga scala, ma questo è uno dei pericoli delle guerre e degli accordi mal concepiti: aumentano il rischio di ritrovarsi in una situazione di continua escalation, semplicemente per imporre i termini vaghi di un accordo”, suggerisce Ewers. “Nulla di tutto ciò permette di raggiungere un obiettivo strategico sulla libertà di navigazione nello stretto, sul programma nucleare iraniano, sulle minacce rivolte ai paesi vicini o sull’oppressione del popolo iraniano”. ◆ adg
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Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati