Mentre i fuochi d’artificio illuminavano il cielo la notte di capodanno, nello stato di Benue, in Nigeria, riecheggiavano gli spari. All’inizio di gennaio del 2018 73 persone sono state uccise e altre centinaia sono rimaste ferite dopo che gruppi di pastori hanno attaccato due aree abitate in prevalenza da agricoltori. Il 5 maggio altri 45 nigeriani sono stati uccisi a Gwaska, nel nordest, dai ladri di bestiame.
Gli scontri tra agricoltori e pastori nomadi sono un fenomeno che risale all’epoca precoloniale, ma hanno raggiunto un livello preoccupante nel 2017: l’anno scorso circa mille persone sono rimaste uccise in almeno cinquanta episodi di violenza in vari paesi. Dal 2011 sono stati registrati scontri in Nigeria, Ghana, Mali, Niger, Mauritania, Costa d’Avorio e Senegal. Il rapporto Global terrorism index del 2017 parla di almeno 2.500 morti tra il 2012 e il 2016 nell’Africa subsahariana, soprattutto in Nigeria. Qui gli scontri tra agricoltori e pastori sono passati dai 67 registrati tra il 2007 e il 2011 ai 716 del periodo 2012-2018.
Cartelli criminali
L’accesso alle terre e all’acqua, le rotte dei pascoli, la siccità, la desertificazione e l’appartenenza etnica sono tra i fattori che hanno fatto esplodere le violenze. Spesso gli attacchi avvengono quando il bestiame è lasciato pascolare su terreni coltivati e distrugge i prodotti agricoli. Ma il bilancio delle vittime suggerisce che il conflitto va oltre il problema dell’accesso alle risorse. Dalla Libia al Mali, i conflitti regionali hanno fatto aumentare gli scontri e le vittime. La causa principale è la diffusione delle armi portate fuori dalla Libia dopo la guerra del 2011.
Questa disponibilità di armi ha coinciso con un aumento delle attività criminali. Dal 2011 i furti di animali sono cresciuti perché ci sono organizzazioni criminali che assoldano e armano i giovani per rubare il bestiame ai pastori nomadi, per poi trasferirlo in grandi ranch o venderlo all’estero. Queste attività illegali sono una conseguenza dell’aumento del prezzo della carne di manzo: nella regione il prezzo di un bovino adulto può raggiungere i mille dollari.
Vista la situazione i pastori si sono procurati delle armi, che usano contro gli agricoltori alla minima provocazione. Spesso si dice che gli scontri tra agricoltori e pastori siano di natura etnica (molti attacchi sono stati attribuiti al popolo peul) o religiosa, ma il lato economico è più importante. I pastori affermano di essersi armati per proteggere se stessi e il bestiame dalle minacce in aumento. Gli agricoltori hanno formato delle squadre di vigilanza armata per proteggersi dai pastori. Il risultato è una spirale di violenze fuori controllo. Come se non bastasse, dispute che avrebbero potuto risolversi con un incontro tra i capi delle comunità e i pastori oggi assumono il carattere di azioni militari.
I governi della regione hanno dato risposte confuse. Criticata per la sua indifferenza, la Nigeria ha voluto dimostrare di fare sul serio mandando l’aviazione a bombardare alcuni villaggi e uccidendo molti civili innocenti, come denuncia Amnesty international. Il governo ghaneano invece dà la colpa ai pastori. I poliziotti hanno l’ordine di sparare a vista agli animali e ai pastori che sconfinano nei campi coltivati, complicando ancora di più la situazione. Il Niger, invece, cerca di fare leva sui dettami della religione islamica per impedire i furti di bestiame e gli omicidi. Le autorità hanno ottenuto che alcuni pastori consegnassero una trentina di fucili alla polizia.
In ogni caso la situazione rischia di sfuggire al controllo e richiede una risposta regionale urgente. La natura porosa dei confini e la presenza di ampie aree non controllate dai governi dimostrano che il problema va affrontato in modo collettivo. Per alcuni governatori nigeriani, compreso quello di Benue, la soluzione è il ranching, l’allevamento di bestiame nelle fattorie invece dello spostamento delle mandrie. Ma potrebbe non essere sufficiente a risolvere il problema, perché nega la cultura e le tradizioni dei nomadi. Quello che bisognerebbe fare invece è individuare rotte di pascolo accettate sia dagli agricoltori sia dai pastori. E soprattutto limitare il traffico di armi, per impedire la perdita di altre vite. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1255 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati