Gli specialisti lo sanno: di fronte a una minaccia di epidemia esistono due rischi: la negazione e la reazione incontrollata. L’una è spesso il primo passo verso l’altra. In questi casi la trasparenza, la pedagogia, l’informazione indipendente e verificata sono i migliori rimedi al panico, i cui grandi amici sono le notizie false, il complottismo e la negazione della realtà. E la realtà ci dice che il coronavirus cinese ha raggiunto un nuovo picco nel numero dei contagi e dei decessi. La situazione è “grave” e l’epidemia “accelera”, ha dichiarato il presidente cinese Xi Jinping. Per rendersi conto dei passi avanti, basta ricordare l’atteggiamento delle autorità cinesi nel 2003, quando avevano cercato di nascondere l’epidemia della Sars. Ma il regime di Pechino è ancora abbastanza opaco da non meritare che gli si assegni troppo rapidamente un premio per la trasparenza. Significherebbe peccare d’ingenuità e dimenticare che la trasparenza va di pari passo con la fiducia. E in una dittatura come la Cina, la fiducia non è una cosa scontata. Gli sforzi di trasparenza di Pechino saranno sufficienti a rassicurare la popolazione locale e le autorità sanitarie internazionali? Se alcuni segnali sono rassicuranti, i rischi che in Cina si scateni una psicosi non possono essere esclusi. E se la psicosi dovesse diffondersi, favorirebbe la propagazione del virus. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1343 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati