Un rifugio di montagna mette sempre alla prova. Puoi ritrovarti in un dormitorio con altre trenta persone. Aria viziata, coperte di lana che pizzicano. La regola d’oro? C’è sempre qualcuno che russa.

Una volta, con la mia ragazza, siamo finiti in una stanza dove un gruppo di uomini scoreggiavano rumorosamente e poi scoppiavano a ridere. Le poche stanze doppie sono spesso prenotate con largo anticipo e comunque le pareti lasciano passare ogni rumore. Dormire fino a tardi è un’impresa, perché tutti gli ospiti si alzano più o meno alla stessa ora, di solito tra le sei e le sette. Poco dopo, la colazione è già finita.

Quando la sera il rifugio è al completo, spesso viene servita una cena collettiva e i posti sono assegnati. Intorno a grandi tavoli si è costretti a conversare con degli sconosciuti, a meno di non voler passare per persone sgarbate. Chi non ha voglia delle chiacchiere può ritirarsi nel dormitorio (non riscaldato) o uscire all’aperto (dove il freddo diventa pungente non appena cala il sole).

La temperatura, ecco un grande tema. Di notte, in bagno, può capitare di vedere il proprio respiro formare piccole nuvole di vapore. L’acqua del rubinetto è ghiacciata come una fonte di montagna. Molti rifugi ormai offrono delle docce calde, ma tre euro per tre minuti non sono proprio un’esperienza da spa.

In un rifugio bisogna fare a meno di gran parte di ciò che associamo alla vacanza: comodità, privacy, autonomia. Eppure queste baite sui monti sono uno dei luoghi più belli in cui posso immaginare di trascorrere del tempo lontano da casa.

Perché? “Vediamo il mondo una volta sola, durante l’infanzia. Il resto è ricordo”, ha scritto la poeta Louise Glück. Se come nel mio caso l’infanzia è stata segnata da vacanze familiari in Tirolo relativamente spensierate, è naturale che il ricordo torni lì. Certo, già a dieci anni nella Zillertal, nel Tirolo austriaco, non riuscii a chiudere occhio per via di un esperto alpinista di Monaco che russava come se in sogno stesse demolendo il rifugio. Ma l’indomani non avevo scelta: dovevamo alzarci presto per un’escursione.

Poco spazio per i dubbi

Molti rifugi di montagna sono stati costruiti in epoche in cui la maggior parte delle abitazioni non aveva acqua calda corrente, elettricità o apparecchi radio. Cloud, streaming e app erano semplicemente fantascienza.

Le associazioni alpinistiche nacquero nella seconda metà dell’ottocento. Resero la montagna accessibile alle masse. Nel 1910, il club alpino tedesco-austriaco (Döav) aveva già costruito più di 230 rifugi nei quali, nel periodo precedente alla prima guerra mondiale, pernottavano ogni anno quasi 250mila persone.

L’idea della baita è dunque datata. All’epoca la vita era dura, ma si svolgeva in modo più semplice. Oggi è più confortevole, ma è anche più complicata. Se il rifugio di montagna ci fa così bene, è perché ci riporta a qualcosa che abbiamo perso: la frugalità.

Negli ultimi decenni la maggior parte dei rifugi è stata ampliata e ammodernata, alcuni sono stati completamente ricostruiti. Ma di fatto l’esperienza non è molto cambiata rispetto a cent’anni fa: si sale su e il giorno successivo si riparte. È un obiettivo chiaro, che non lascia molto spazio ai dubbi.

Anche il ritmo è già stabilito e la cosa mi rilassa. So esattamente a che ora mangerò, quando andrò letto e a che ora mi sveglierò. La sera non si sta davanti a uno schermo, ma a tavola con altre persone a chiacchierare, una forma di intrattenimento che ormai sembra antiquata. Si sta semplicemente lì, per quanto possa suonare banale. Quando il giorno è finito, non c’è più niente da fare o da provare.

Con tutti i suoi limiti, il rifugio di montagna ha una qualità che lo distingue da altre forme di vacanza spartana nella natura, per esempio dal campeggio. Il rifugio me lo devo guadagnare, non posso arrivarci in auto. E non posso prendere e partire quando mi sono stancato. Se le altre persone mi innervosiscono o mi annoiano, non posso andare a mangiare fuori. Se piove e tira vento, non posso neanche andare a fare due passi.

C’è un’altra cosa che rende unico il rifugio. Le persone si incontrano alla pari, anche se qualcuno ha un abbigliamento tecnico particolarmente costoso o ha in programma un itinerario molto impegnativo invece di una semplice escursione. Tutti condividono lo stesso spazio. Nessuno riceve un trattamento speciale. E chi lo pretende rischia di essere rimproverato dal gestore. Una vescica sul tallone è un fastidio per chiunque, per il primario come per il saldatore. E poi sopra i duemila metri ci si dà del tu: è il galateo di montagna. Il proprio ruolo, per un po’, è messo da parte.

Senso di accoglienza

Una parola che mi viene in mente pensando alle baite è “intimità”. Un’intimità intesa come senso di accoglienza che non dipende dalle comodità. Fuori ci sono il gelo, l’asprezza e il pericolo, dentro il calore, il riparo e la comunità. Uno scenario arcaico anche se, per via del rischio di incendi, non ci si siede più attorno al fuoco.

E il letto angusto, il russare? Con dei tappi per le orecchie il problema passa in secondo piano, soprattutto dopo aver trascorso l’intera giornata in movimento. Francamente, in pochi altri casi ci si sente così spossati come dopo sette ore all’aria aperta a 1.200 metri di altezza.

Purtroppo, il mio amore per la frugalità di questi luoghi va palesemente controcorrente rispetto allo spirito del tempo. L’esistenza di molti rifugi è ormai minacciata non solo dai cambiamenti climatici – a causa dell’erosione e della siccità – ma anche dalla difficoltà di trovare gestori disposti a fare un lavoro tanto duro.

Così l’essenza stessa del rifugio, il suo carattere, rischiano di andare lentamente perduti. I gestori raccontano di aspettative sempre più alte, di ospiti impazienti che pensano di trovare in quota un albergo con le stesse comodità della valle. Che restino pure laggiù!

Più la vita del rifugio diventa confortevole, più finisce per somigliare a quella quotidianità da cui vorremmo fuggire. Ogni vasca d’acqua calda che compare oltre il limite della vegetazione arborea mette più in difficoltà i rifugi rustici in cui c’è solo acqua gelata.

Forse è questo il futuro che ci aspetta. Ma le scomodità mi mancheranno. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 142. Compra questo numero | Abbonati