Capisco subito che l’uomo di fronte a me non mi direbbe nemmeno l’ora. “Non posso dire niente”, ripete. Oppure allarga le braccia con aria rattristata, illuminata da un sorriso gentile. Paolo Guido, procuratore aggiunto del tribunale di Palermo, è una delle persone che conoscono meglio Matteo Messina Denaro, mafioso sanguinario e atipico, latitante dal giugno del 1993. Non esistono foto recenti di questo Salinger del crimine, se si escludono ritratti fatti con il computer, adattati al trascorrere del tempo.
Da vent’anni Paolo Guido, calabrese, cinquant’anni, segue le sue tracce. Prima come pubblico ministero e ora, da luglio scorso, come responsabile operativo delle indagini su uno dei criminali più ricercati al mondo, il probabile capo di cosa nostra dopo la morte di Totò Riina il 17 novembre. Messina Denaro, detto U siccu (il magro) o Diabolik, è dal 2010 nella lista dei “dieci fuggitivi più ricercati del mondo” stilata dalla rivista Forbes. All’epoca Osama bin Laden non era stato ancora ucciso, di conseguenza oggi Messina Denaro si sarà avvicinato al podio.
Fuori sulla città è calata la notte, tiepida e umida. I corridoi dell’imponente palazzo di giustizia sono deserti, a parte qualche guardia giurata qui e là nell’ombra. Alcuni estratti della nostra conversazione: “Quante persone partecipano alla ricerca del latitante?”. Nessuna risposta. “È ancora vivo? Potrebbe nascondersi all’estero?”. Nessuna risposta. “Può essere più preciso?”. “Studiamo tutte le ipotesi”, dice. “Lo si può considerare il successore di Totò Riina?”. Nessuna risposta. “Se è riuscito a nascondersi per ventiquattro anni, vuol dire che gode di protezioni?”. Nessuna risposta.
Poi parliamo della provincia di Trapani, all’estremità occidentale della Sicilia, territorio di Matteo Messina Denaro. E di Castelvetrano, la città dov’è nato. Guido la definisce “un territorio ostile”, per sottolineare come forze dell’ordine e magistrati continuino a non essere i benvenuti e come ci sia ancora omertà, anche se sul latitante c’è una taglia da un milione e mezzo di euro. E nonostante la presenza sull’isola di decine di associazioni antimafia e i successi della magistratura che arresta, giudica e condanna. “Una città piuttosto brutta, che non mi verrebbe mai in mente di visitare come turista”, prosegue Paolo Guido. “Quando devo andarci, lo faccio con la scorta.
In questo tipo di lavoro è necessario tastare il terreno continuamente”. Bisogna, come dice lui, “annusare il territorio”, come i cani quando seguono una pista. Prima di andare via gli chiedo se ha dei figli. Preferisce non rispondere. Gli chiedo anche se gli capita di sognare Messina Denaro. “No, mai!”, dichiara, per una volta senza alcuna precauzione.
Microspie negli ulivi
Messina Denaro non è il primo mafioso a sparire. Prima di lui Totò Riina, soprannominato La Bestia e arrestato a gennaio del 1993, e Bernardo Provenzano, detto Binnu u’ tratturi (Bernardo il trattore), catturato nel 2006, si sono presi gioco di chi gli dava la caccia. Per 24 anni il primo e per 43 il secondo. Nascosti in umide masserie di campagna o appartamenti sotterranei, non lasciarono mai la Sicilia, guidando dai nascondigli il loro impero grazie ai pizzini, messaggi che erano avvolti nel nastro adesivo per non essere letti da nessuno prima della consegna e che una rete di corrieri portava ai destinatari, incaricati di bruciarli subito dopo averli letti.
Messina Denaro usa gli stessi stratagemmi. Le forze dell’ordine hanno messo le microspie in tutti i nascondigli possibili e immaginabili, anche nelle auto a noleggio e negli ulivi. Hanno perlustrato cave umide, messo a soqquadro case abbandonate, seguito tracce fornite da anonimi, esaminato liste chilometriche di conti bancari chilometrici per trovare i prestanome. Con retate spettacolari e molto pubblicizzate sono riusciti a fargli il vuoto intorno.
Il necrologio
Tutta la famiglia Messina Denaro è stata arrestata: sorelle, fratelli, cugini, cognati, nipoti, accusati di favorire la fuga di Matteo. Tutte le attività in cui aveva degli interessi sono state prima sequestrate poi confiscate. Sono stati congelati centinaia di milioni di euro, alcune fonti parlano di miliardi. Questo fare “terra bruciata”, per soffocare il ricercato ha solo un punto debole: Messina Denaro continua la sua fuga.
Vado anch’io ad “annusare il territorio”. In albergo leggo il Giornale di Sicilia, il più importante quotidiano dell’isola, e in fondo, a pagina dodici, mi imbatto in questo necrologio: “Anniversario 30-11-1998, 30-11-2017, Francesco Messina Denaro, i tuoi cari, Castelvetrano, 30 novembre 2017”. Quattro righe, sufficienti a comprendere come il nome di Messina Denaro continui a essere onorato nonostante la scia di sangue che si lascia alle spalle. Inserisco l’indirizzo del cimitero comunale di Castelvetrano nel mio navigatore e seguo la strada che corre lungo il mare, da Trapani ad Agrigento. Costeggio le saline e vedo molte case ed edifici che non saranno mai completati e che lasciano scoperti grovigli di acciaio in cima a pilastri di cemento grezzo. Vedo supermercati in mezzo al nulla, circondati solo da alberi di ulivo e palme. A Mazara del Vallo da un cortile esce un’enorme Cadillac color avorio con targa del New Jersey.
A giugno di quest’anno il consiglio comunale di Castelvetrano è stato sciolto per “infiltrazioni mafiose” e posto sotto il controllo dello stato. Sono un po’ teso, come se stessi per superare una linea di confine immaginaria oltre la quale il pericolo è onnipresente. Un’esagerazione, certo.
Il cimitero di Castelvetrano è proprio accanto allo stadio dove gioca la squadra della Folgore Selinunte e a un convento di frati cappuccini. Nei dintorni c’è una strada dedicata a san Francesco d’Assisi e un’altra a Gaetano Scirea, ex giocatore della Juventus e della nazionale italiana.
La santità e il calcio: due possibili strade per raggiungere la fama. Ce n’è una terza: diventare un mafioso rispettato, come Francesco Messina Denaro, detto don Ciccio, padre di Matteo. Capo di tutti i clan della città, alleato dei corleonesi di Bernardo Provenzano e Totò Riina, diventò “comandante in capo” della provincia di Trapani. Don Ciccio insegnò tutto al suo rampollo: a minacciare, a estorcere, a riciclare, a uccidere, a nascondersi. Era talmente fiero del figlio Matteo che, narra la leggenda, per festeggiare la sua nascita, il 26 aprile del 1962, ordinò il furto di un efebo in bronzo ritrovato nel vicino sito archeologico di Selinunte. Ufficialmente faceva il contadino nelle terre di una famiglia di banchieri siciliani, uno dei quali sarebbe stato poi eletto senatore con il partito di Silvio Berlusconi.
Francesco era il “ministro degli esteri” di cosa nostra, grazie ai rapporti coltivati negli Stati Uniti, in Medio Oriente e in Nordafrica. Gli sono stati attribuiti una ventina di omicidi, tra cui quello del giornalista Mario Rostagno e di un amico di infanzia di Matteo, Lillo Santangelo, anche lui figlio di mafiosi, che a diciotto anni aveva avuto la folle idea di tenere per i suoi giri personali una parte della droga trafficata per conto di cosa nostra. Padre e figlio lo uccisero nel 1981 a Palermo, lontano da Castelvetrano, per rispetto alla famiglia.
Radio Marsala centrale
Decido di visitare la tomba del defunto Messina Denaro per rievocare il fantasma di un presunto vivente. Il custode del cimitero accetta di accompagnarmi. Nel giorno dell’anniversario della morte di Francesco Messina Denaro, né io né lui siamo tranquilli. “Se vediamo qualcun altro passiamo dritto senza fermarci e parliamo d’altro, d’accordo?”, mi sussurra. “Sono un onesto lavoratore. Non voglio problemi”. Davanti alla cappella di marmo decorata con una vetrata su cui è raffigurato Cristo non c’è nessuno, solo due alberi di arancio in vaso, uno su ciascun lato della porta in ferro battuto. Mi attardo un po’ nei vialetti, scatto una foto di nascosto e torno alla mia auto. Perché aspettare ancora? E cosa poi? Oltretutto comincia a piovere. Un’ultima cosa ancora su don Ciccio: anche lui nel 1990 sparì, dopo che nei suoi confronti era stato spiccato un mandato di cattura. Nessuno lo vide più per le strade di Castelvetrano, con i pantaloni di velluto a coste e il fazzoletto da “contadino” intorno al collo. Ricomparve solo il 30 novembre 1998, quando, dopo un infarto, il suo corpo venne fatto ritrovare nelle campagne di Castelvetrano.
“Dove sei, Messina Denaro?”. Sono le 13.30 sulle frequenze di Radio Marsala centrale (Rmc 101), la stazione più ascoltata della provincia di Trapani. Come ogni giorno il direttore Giacomo Di Girolamo lancia il suo ritornello: “Dove sei, Messina Denaro?”, si chiede prima di lanciare un servizio dedicato a una storia di appalti truccati per la realizzazione di impianti eolici. Il boss si è interessato molto a questo settore, così come a quello edilizio, a quello delle infrastrutture (strade, ponti, gallerie) e a quello della grande distribuzione, tutti per riciclare il denaro sporco. Le ha affiancate ad attività più tradizionali, dall’estorsione al traffico di stupefacenti, armi e rifiuti tossici. Giacomo Di Girolamo, quarant’anni, ha scritto L’invisibile (Il Saggiatore 2017), il testo di riferimento su Matteo Messina Denaro, che ha scelto di “osservare ad altezza d’uomo”, dandogli del tu da siciliano a siciliano. Visto che il boss ha confessato che con il numero di uomini uccisi “potrebbe riempire un cimitero”, Giacomo Di Girolamo si considera “il guardiano di quel cimitero”, mettendosi al fianco delle vittime, di cui conosce tutti i nomi.
Mi aspetta in radio. Al telefono mi ha detto: “È al grattacielo, ci troverà facilmente”. In realtà non ci sono grattacieli a Marsala, è in un edificio di quattordici piani al centro della città. Relitto di un’epoca in cui chiunque poteva costruire qualsiasi cosa, si sta sbriciolando lentamente ma inesorabilmente. Basta alzare gli occhi per vederlo.
È l’ultimo protagonista della stagione dei massacri ancora in libertà
“Non ho scelto io di occuparmi di Matteo Messina Denaro”, mi dice. “In Sicilia, qualsiasi giornalista di cronaca nera prima o poi c’inciampa. Non provo alcuna forma di fascinazione nei suoi confronti. E non faccio del mio mestiere una missione”. Nonostante ciò, sa tutto di lui. La sua rapidissima ascesa nelle gerarchie mafiose sotto la protezione di Totò Riina, che lo coinvolse da quando aveva vent’anni nella lotta dei clan. E poi, con il ritorno della pace, la protezione di Bernardo Provenzano, che lo iniziò alla gestione della cupola, la struttura che controlla cosa nostra. Di Girolamo descrive il giovane Messina Denaro come un uomo con la passione per le ragazze, le belle auto, gli abiti di Armani e i Rolex Daytona. Uno vestito come un milord e malvagio come la peste, che porta dei Ray-Ban aviator classic con le lenti gialle per nascondere il suo strabismo e sogna di equipaggiare la sua cabriolet con una mitragliatrice per imitare Diabolik.
Mafia liquida
Giacomo Di Girolamo racconta di quando Messina Denaro uccise un rivale in amore che come lui era interessato alla bella viennese Andrea Haslehner, frequentatrice del Paradise beach, un albergo in riva al mare di Selinunte. Di quando, negli anni novanta, partecipò al fianco delle famiglie di Corleone alla guerra scatenata per scalzare quelle di Palermo (provocando centinaia di morti nei due schieramenti, molti dei quali seppelliti nelle colline dei dintorni, con un sacco dell’immondizia come sudario). Di quando, da zelante servitore del crimine, prese parte al calvario del piccolo Giuseppe Di Matteo, 13 anni, rapito per costringere il padre, un pentito, a ritrattare. Dopo due anni di prigionia lo strangolarono e poi sciolsero il suo corpo nell’acido. Di quando nel 1992 partecipò agli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Oppure di quando, l’anno successivo, commise gli attentati di Firenze, Roma e Milano (dieci morti in tutto), nel tentativo di costringere lo stato ad alleggerire il regime carcerario imposto ai mafiosi in carcere. Noto come “41 bis” (il numero dell’articolo della legge sull’ordinamento penitenziario), questo regime è caratterizzato da una sorveglianza continua e dall’isolamento totale.
Faccio a Di Girolamo alcune domande a cui Paolo Guido non ha voluto rispondere. “Si può considerare Messina Denaro il successore di Totò Riina?”. “Quell’uomo è nato per esercitare il potere. È inoltre l’ultimo protagonista della stagione dei massacri ancora in libertà. Di sicuro è un punto di riferimento, da giovane è stato iniziato dal padre ai misteri del comando. Oggi però la mafia non ha bisogno di una struttura di comando troppo rigida. È una mafia liquida, trasversale. È sempre legata a un territorio, ma si è infiltrata nelle attività legali, nel nord del paese e altrove, nella finanza e nella politica. Un tempo la mafia faceva eleggere i politici che riusciva a corrompere. Oggi fa eleggere direttamente i suoi affiliati”.
“Ma se è riuscito a nascondersi per tanto tempo, vuol dire che qualcuno lo protegge?”.
“Certo. La mafia è anche un fenomeno culturale, profondamente radicato. Messina Denaro ha bisogno di protezione ai livelli più alti, ma anche tra la popolazione. Chi gli prepara da mangiare? Chi gli fa il bucato?”.
“La mafia è ancora così potente?”, chiedo.
“Un giorno un vecchio mafioso mi ha detto che perfino Garibaldi fu costretto a chiedere a cosa nostra l’autorizzazione a sbarcare in Sicilia, nel 1860”, racconta Di Girolamo. “Questa storia è falsa, ma ci credono in molti ed è interessante perché dimostra che la mafia ama far vedere la sua forza e vuole mostrarsi come una forma quasi ufficiale di governo dell’isola, potente quanto lo stato. Questa è una delle motivazioni alla base della sua impunità e del fascino che è in grado di esercitare”. Più tardi, mentre mi riaccompagna, mi dice: “Un giorno ho ricevuto una lettera anonima che conteneva della polvere da sparo. Un messaggio molto chiaro. Ho immediatamente sporto denuncia. Subito il portiere del grattacielo è stato convocato in commissariato per testimoniare, poiché aveva tenuto in mano quella lettera. È la procedura standard. Quel giorno mi ha detto: ‘Da oggi non la conosco più e non la saluterò più’. Insomma, si è sentito offeso. Anche questa è una storia di mafia”.
Un uomo d’affari
A volte Messina Denaro è malinconico. Capita perfino ai criminali. Lo sappiamo grazie ai pizzini, ritrovati addosso ad alcuni destinatari che non li avevano bruciati o che li hanno consegnati direttamente alla polizia. Questa vita clandestina gli pesa, anche se, a quanto pare, non gli impedisce di viaggiare con una falsa identità. C’è chi crede di averlo incrociato a Roma, chi in Spagna, dove si fa curare lo strabismo, chi in Svizzera, chi a Caracas, chi in Tunisia, chi a New York, a Little Italy, chi in Sudafrica. Perfino a una partita tra la Sampdoria e il Palermo.
Porta sempre i Ray-Ban gialli e un Rolex Daytona? Ama sempre i videogiochi? Legge ancora i libri di Daniel Pennac e di Jorge Amado? Mistero. Con il passare del tempo si sente sempre più perseguitato “da una giustizia marcia e corrotta fino dalle fondamenta”. O come un idealista: “Se fossi nato due secoli fa, con lo stesso vissuto di oggi avrei fatto una rivoluzione contro questo stato italiano, e l’avrei anche vinta”. Oppure si sente un resistente: “Non andrò mai via di mia volontà, ho un codice d’onore da rispettare. Lo devo a papà e lo devo ai miei princìpi, lo devo a tanti amici che sono rinchiusi e che hanno ancora bisogno, lo devo a me stesso per tutto quello in cui ho creduto e per tutto quello che sono stato. Starò nella mia terra fino a quando il destino lo vorrà e sarò sempre disponibile per i miei amici, è il mio modo tacito di dire a loro che non hanno sbagliato a credere in me”. Non ha paura della morte: “La prenderò a calci in testa” ma, aggiunge, “non amo la vita”. Ha un rimpianto: “Non aver studiato”.
Una distrazione, un tradimento
Torno a Palermo passando per Trapani, per incontrare Rino Giacalone. Anche lui sa alcune cose su Messina Denaro dopo molti anni al Giornale di Sicilia. Ha seguito la sua ascesa e gli episodi legati alla latitanza. Ha visto la trasformazione di cosa nostra, che aveva una struttura piramidale in cui gli ordini del boss passavano dal comandante in capo della provincia ai suoi luogotenenti, dai luogotenenti ai capiclan, dai capiclan agli esecutori, in quella che definisce una “super cosa nostra”. Un sistema in cui ci si affilia direttamente al capo supremo senza passare per i livelli intermedi.
Messina Denaro, un assassino, si è trasformato in un uomo d’affari che ha ripensato la gestione della sua azienda diversificando le attività. “Non ha seguito i riti della mafia, è ateo, non è sposato. Ma è lui ad avere oggi le chiavi della super cosa nostra. C’è in Sicilia chi vi dirà che la mafia non esiste più. Ma è solo perché non si vede più. Non uccide più, non commette più attentati. Si è sciolta nelle istituzioni, nell’economia. Ha reso legale ciò che era illegale. È la mafia borghese, la mafia in doppiopetto, dei colletti bianchi, delle logge massoniche segrete dove tutti si ritrovano”. Ma allora non finirà mai? Il giornalista riaccende il suo sigaro toscano e precisa: “Quella tra la mafia e lo stato somiglia a una partita di calcio. Per ora cosa nostra ha un punto in più, ma si può puntare al pareggio”.
Il viaggio si conclude a Roma, in via Giulia, tra il Tevere e palazzo Farnese, dove ha sede la direzione nazionale antimafia. Nel suo ufficio al secondo piano di un palazzo rinascimentale, Teresa Principato sembra aspirare con fastidio la sua sigaretta elettronica. Ma ha conservato il timbro un po’ velato dei fumatori. Per otto anni, fino a luglio di quest’anno, ha guidato la caccia a Messina Denaro, prima di passare le redini a uno dei suoi ex assistenti, Paolo Guido, l’uomo che non direbbe mai neppure l’ora al suo migliore amico.
Ha l’aria amareggiata. È lei la responsabile della politica della “terra bruciata”, e oggi le viene rimproverata l’assenza di risultati. “Questa strategia è stata attuata con tutta la squadra del tribunale e tutti i poliziotti”, si difende. “Solo chi lavora sul campo, chi ascolta, chi fa gli interrogatori può esprimersi”. Dopo tutti questi anni di ricerca, continua a non sapere chi sia davvero l’uomo a cui dà la caccia. “Un personaggio in continua evoluzione”, conclude. Ma è sicura che un giorno sarà catturato. “Per un dettaglio, una distrazione, un tradimento”. Ricorda che prima di morire Totò Riina si era arrabbiato con Messina Denaro e lo aveva accusato di pensare solo a se stesso e ai suoi affari: “Questo che fa il latitante che fa questi pali eolici, i pali della luce, se la potrebbe mettere nel culo la luce, ci farebbe più figura se lo illuminasse”, aveva dichiarato. Una minaccia? Il segno che potrebbe essere abbandonato anche dai suoi, come già accaduto a diversi boss prima di lui?
All’aeroporto di Fiumicino aspetto il mio volo. Per un momento penso a quella Cadillac color avorio intravista a Mazara del Vallo. Ho voluto superarla per vedere il viso del conducente. Un cinquantenne con occhiali gialli, un po’ appesantito dagli anni, il colorito smorto? Ma l’auto ha svoltato a destra. Seguirla? Il tempo di rifletterci su ed era già sparita. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1235 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati