Il pendolo si è inceppato. Le tradizionali leggi di gravità della politica britannica prevedono che alle elezioni amministrative il partito di governo venga penalizzato. Ma è da un po’ di tempo che la politica britannica ha smesso di seguire la sequenza di oscillazioni che sarebbe più ovvio aspettarsi.

Se c’è uno schema in cui rientrano i risultati delle elezioni amministrative del 3 maggio, è la buona abitudine presa dagli elettori di stupire i leader di partito e spingerli a chiedersi cosa diavolo sia successo. Non c’è stato un chiaro vincitore a livello nazionale. I conservatori si aspettavano una disfatta, che invece non è arrivata, quindi la premier Theresa May può sentirsi relativamente sollevata. I laburisti dovevano dimostrare che i buoni risultati ottenuti alle elezioni politiche del 2017 erano una tappa nella strada verso il ritorno al governo e che il destino stava chiamando Jeremy Corbyn. A quanto pare, il destino non ha ancora riagganciato il telefono, ma ha messo l’opposizione in attesa.

I laburisti avevano obiettivi ambiziosi, roccaforti conservatrici come Westminster e Wandsworth, a Londra, che però non sono riusciti a conquistare. Fuori dalla capitale, Swindon e Nuneaton sono quel genere di città che Corbyn conquisterebbe senza fatica nella sua cavalcata elettorale se fosse diretto in maniera inarrestabile verso Downing street. Ma hanno resistito.

Da sapere
Il voto locale

◆ Il 3 maggio 2018 nel Regno Unito si sono svolte le elezioni amministrative. Si è votato in 150 divisioni amministrative locali, tra cui i 32 borough (municipi) di Londra. In 21 tra consigli, distretti e municipi nessun partito ha ottenuto la maggioranza. Tra parentesi la variazione rispetto alle elezioni del 2014.


Il Partito laburista ha comunque guadagnato alcuni seggi. Tuttavia le aspettative di un trionfo di Corbyn nei territori storicamente conservatori erano state esagerate, in parte a causa dell’esuberanza dei militanti del partito, in parte perché molti osservatori britannici cercavano di compensare i loro errori passati, quando non erano riusciti a prevedere le pessime prestazioni dei tory alle legislative del giugno 2017. Una proiezione in parlamento dei risultati delle ultime amministrative suggerisce che le elezioni politiche produrrebbero una camera dei comuni molto simile a quella attuale. Il parlamento sarebbe comunque privo di una maggioranza chiara. I principali vincitori sarebbero i Liberaldemocratici, che otterrebbero abbastanza seggi da tornare al di sopra del 10 per cento. Per il partito di Vince Cable è la prima buona notizia dal 2016, quando vinse le elezioni suppletive di Richmond Park, a sud di Londra. L’evento era stato celebrato come una vittoria di chi era contrario alla Brexit contro i conservatori in un ricco sobborgo metropolitano. L’anno successivo i tory si erano ripresi il seggio. Oggi il comune di Richmond è diventato decisamente liberaldemocratico.

La Brexit è sicuramente un argomento importante in questo sobborgo londinese, come lo è nel resto del paese. D’altronde, il fatto che il Regno Unito si trovi in sala d’attesa prima dell’uscita dall’Unione europea è chiaramente alla base del crollo dell’Ukip, il partito euroscettico che era stato il principale promotore del referendum del 2016. In alcuni dei seggi che aveva conquistato l’ultima volta, l’Ukip non ha neanche presentato un candidato. A trarre beneficio da questo vuoto sembrano essere stati soprattutto i conservatori.

Spesso le elezioni amministrative riflettono questioni estremamente locali, ma non si può ignorare il contesto nazionale. Il governo britannico sta cercando di attuare un’ampia e complessa manovra per riorientare l’intero paese. Eppure non è ancora chiaro quali siano le coordinate di questa manovra. La campagna per il referendum del 2016 è stata una caotica combinazione di disputa economica e guerra culturale, nessuna delle quali è stata risolta. Non è una sorpresa, dal momento che il Regno Unito si trova ancora in uno scomodo limbo tra la decisione di uscire (facile a dirsi) e un’uscita senza danni (difficile a farsi). Esiste un consenso tra i due principali partiti britannici sul fatto che la Brexit sia un passo necessario, eppure non c’è alcuna idea condivisa su come metterlo in pratica.

Domande senza risposta

Il governo non è stato capace di trovare un accordo neanche per scegliere tra due varianti praticamente identiche di proposta alternativa all’unione doganale con l’Europa. Ed è solo una piccola parte del lavoro che bisognerà fare per smantellare l’enorme apparato dell’appartenenza all’Unione europea (e poi probabilmente riassemblarlo con caratteristiche molto simili). Nessuna delle grandi domande sollevate dalla Brexit – sul ruolo del Regno Unito nel mondo, sulla sua sicurezza economica, sulla sua tolleranza nei confronti degli stranieri – sta trovando una risposta.

I contorni di questo dibattito non coincidono esattamente con i municipi per cui laburisti e conservatori si sono battuti alle amministrative. Ma anche se la Brexit non era uno dei temi principali nella testa di molti elettori, era come un fronte di aria burrascosa e instabile, le cui imprevedibili correnti soffiavano in varie direzioni, aiutando alcuni candidati e penalizzandone altri, ma senza dare il vento in poppa al principale partito d’opposizione. Queste condizioni non potevano certo produrre una semplice oscillazione del pendolo elettorale. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1255 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati