Come si fa a scegliere 99 fotografie per rappresentare una collezione che ne contiene oltre un milione? È una missione impossibile, spiega Loes van Harrevelt, curatore del Fotomuseum di Rotterdam. Van Harrevelt scherza, ma fino a un certo punto. Una commissione di cinque esperti si è riunita per fare la selezione. Il risultato è una “galleria d’onore” che presenta una vasta gamma di immagini, da un dagherrotipo ottocentesco fino a un ritratto di Snoop Dogg con indosso una maglietta dell’Ajax mentre fissa torvo l’obiettivo.
Ma perché 99? Non era meglio fare cifra tonda? La foto numero cento è riservata ai visitatori, che potranno scegliere un’immagine dalla collezione o caricarne una fatta da loro su uno schermo gigante. Abbondano le foto di cani.
Il magazzino del porto
Questa galleria si trova nel cuore del museo che ospita una delle più vaste collezioni di fotografie del mondo, con 175 archivi di fotografi olandesi e milioni di negativi, diapositive e stampe. In tutto le immagini sono 6,5 milioni. A febbraio il museo si è trasferito in una nuova sede, un gigantesco magazzino costruito all’inizio del novecento, uno dei pochi a essere sfuggito alla distruzione del porto di Rotterdam durante la seconda guerra mondiale. Il nucleo dell’edificio è stato rimosso per creare uno spettacolare atrio e sul tetto c’è una nuova struttura di due piani che incombe sul vecchio corpo come una voliera extraterrestre.
I curatori della galleria d’onore hanno deciso di non disporre le opere in ordine cronologico, ma di piazzarle su una serie di pannelli tra cui i visitatori possono vagare liberamente, attraversando 184 anni di storia della fotografia.
Il dagherrotipo è l’opera più antica, realizzata nel 1842 da Eduard Asser. È un ritratto della figlia Charlotte, rimasta seduta immobile mentre il padre, dietro il suo grande strumento di legno, contava i secondi. Una movimento minimo sarebbe stato sufficiente a far fallire l’esperimento. L’immagine di una ragazza con un vestito blu, scattata da suo padre Jan Seegers nel 1912, è considerata una delle prima fotografie a colori. Ma il pezzo più rivoluzionario è la foto allegra di un ragazzo che salta su una barca. È stata fatta con una Kodak portatile, inventata nel 1888 e commercializzata con lo slogan: “Schiacci il pulsante e noi facciamo il resto”. Un apparecchio che segnò la fine di un’epoca.
Continuiamo la nostra visita apprezzando scene di musica e danza, l’attività febbrile del porto, un minatore perplesso coperto di fuliggine – gli occhi di un bianco misterioso, a contrasto con la pelle annerita – e un trio di operai che si staglia contro il cielo su travi d’acciaio. Osserviamo incerti l’artista Paul de Nooijer mentre appiattisce l’erba su un asse da stiro, prima di emozionarci davanti alla bellezza abbagliante di una giumenta bianca con il capo fieramente sollevato in un groviglio di cavalli neri e marroni intrappolati da un’alluvione.
Della mostra fanno parte molte immagini che riflettono il passato coloniale dei Paesi Bassi, dall’infermiera nera in posa con due bambini bianchi (1906) agli immigrati moluccani appoggiati sul cofano di una macchina, in una foto di Ed van der Elsken del 1970.
Nel dopoguerra arriva la cultura delle celebrità: John Lennon e Yoko Ono nel 1969, in pigiama nella loro camera dell’Amsterdam Hilton, impegnati a chiedere la pace nel mondo; Tupac Shakur che guarda di sbieco il suo pubblico (foto di Dana Lixenberg); gli occhi di Nick Cave lontani dall’obiettivo di Anton Corbijn, cronista abituato a immortalare i ricchi e famosi.
La galleria non avrebbe mai potuto raccontare la storia dei Paesi Bassi se non avesse incluso ricordi dei giorni bui dell’occupazione nazista. Alcune fotografie sono state scattate da un gruppo di fotografi eroici, l’Ingeborg Kahlenberg (“La macchina fotografica nascosta”), che rischiarono la vita per rivelare al mondo l’oppressione del loro paese. Charles Breijer piazzava la sua Rolleiflex nella borsa della bicicletta e pedalava con circospezione davanti al nemico, scattando in segreto. In un’immagine del 1944, proietta la sua ombra sulla strada mentre immortala le sentinelle in piedi davanti a un posto di comando.
Nelle foto che ritraggono degli uomini su un tetto si percepisce un’allegra informalità. Nulla lascia pensare che siano ebrei nascosti nella casa della combattente della resistenza Corrie ten Boom. Le fotografie furono scattate da Hans Poley, che a diciott’anni si rifiutò di firmare la dichiarazione di fedeltà ai nazisti. Ricercato, Poley trovò rifugio nella casa della famiglia ten Boom.
All’inizio del 1944 il nascondiglio fu scoperto. La famiglia che possedeva la casa e altre trenta persone furono arrestate dalla Gestapo. Alcune di loro morirono nei campi di concentramento. Poley sopravvisse.
Il passaporto di Anna Frank
L’attivista socialista Cas Oorthuys capì che la fotografia poteva essere uno strumento di propaganda. La sua straziante foto intitolata Inverno della fame, scattata nel 1944 mentre la carestia si accaniva su un’Olanda stravolta dalla guerra, mostra una donna affamata conosciuta come Vicky “la sporca”. I suoi occhi resi folli dalla fame, la voracità con cui mastica un pezzo di pane e la sua disperazione straziante l’hanno trasformata nel simbolo delle sofferenze di un paese.
Più o meno nello stesso periodo, Emmy Andriesse incontrò un ragazzino che camminava lungo un canale di Amsterdam diretto verso una mensa per i poveri. Con le gambe sottili, le scarpe troppo grandi e il volto distorto dalla fame e dal freddo, quel bambino è diventato l’espressione del dolore di un popolo intero. Andriesse era ebrea. Se l’avessero scoperta con una macchina fotografica, l’avrebbero arrestata e giustiziata.
È difficile immaginare foto più significative di quelle di Anna Frank nel giorno in cui si fece ritrarre per il passaporto. Nell’aprile 1941, quando ogni ebreo che aveva più di quindici anni doveva avere un documento d’identità con una foto, un’impronta digitale e un numero d’identificazione, Anna aveva dieci anni. È quasi sempre sorridente. Gira la testa a destra, poi a sinistra, poi guarda dritto verso l’obiettivo. In alcuni scatti assume improvvisamente un’espressione grave. A metà del set, Anna si toglie la camicetta fantasia e indossa un vestito. Chiaramente non percepisce il pericolo che incombe su di lei e sulla sua famiglia.
Senza il suo volto, senza la miseria del bambino lungo il canale e senza gli occhi di Vicky “la sporca”, la storia dei Paesi Bassi raccontata dalla galleria d’onore non avrebbe significato. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati