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La Corea del Sud e il Giappone stanno accelerando l’introduzione di robot nei loro cantieri navali, mentre il dominio della Cina nel settore suscita crescente preoccupazione a Washington e tra i suoi alleati. La spinta verso i “cantieri navali intelligenti” è diventata una necessità per Seoul e Tokyo, alle prese con una grave carenza di manodopera, lunghi arretrati nelle commesse e una concorrenza cinese sempre più agguerrita, visto che può contare su costi di produzione più bassi. Secondo la Clark­sons, azienda di servizi marittimi, nel 2025 la Cina si è aggiudicata il 63 per cento dei nuovi ordini di navi.

I due paesi asiatici sono fondamentali per gli Stati Uniti, che puntano a ridurre la loro dipendenza da Pechino nella costruzione di navi commerciali e militari. Insieme, Corea del Sud e Giappone, rispettivamente il secondo e il terzo produttore navale al mondo dopo la Cina, lo scorso anno hanno coperto il 40 per cento della produzione mondiale d’imbarcazioni e dispongono di competenze tecnologiche cruciali nella costruzione di metaniere, sottomarini e motori navali.

La sfida però non è semplice: secondo alcuni esperti, i cantieri cinesi hanno già superato quelli sudcoreani e giapponesi nello sviluppo e nell’impiego di robot per la saldatura e di sistemi intelligenti, in uno dei settori industriali più difficili da automatizzare perché, a differenza di prodotti standardizzati come le automobili, ogni nave ha caratteristiche progettuali e strutturali diverse. I cantieri navali sono inoltre ambienti di lavoro all’aperto complessi e pericolosi, con spazi stretti e irregolari. Per questo il settore continua a dipendere in larga misura da una manodopera specializzata che però ha un’età media sempre più alta. “La nostra competitività futura dipende dalla capacità di sviluppare robot multifunzionali basati sull’intelligenza artificiale (ia) e su tecnologie autonome”, ha dichiarato Ryu Sang-hun, vicepresidente della Hd Hyundai Samho, azienda controllata dal più grande gruppo cantieristico sudcoreano. “I robot ci aiutano a compensare la carenza di manodopera e a garantire la qualità dei prodotti”.

Anche se i lavoratori specializzati possano svolgere le singole operazioni più rapidamente, i robot sono più efficaci nel garantire qualità e ritmi di produzione costanti. Secondo la Hd Hyundai Samho, un operaio può completare fino a trenta saldature al giorno, mentre con i robot si arriva a cinquanta. L’azienda stima che grazie a questa tecnologia si potrebbe anticipare di diversi giorni la consegna delle navi.

La Fanuc, il più grande produttore mondiale di robot industriali, ha realizzato i suoi primi due macchinari per la saldatura e la verniciatura progettati appositamente per la cantieristica navale. L’obiettivo è introdurre nei cantieri giapponesi un numero di robot pari a quello delle persone impiegate nel settore, che attualmente sono 75mila, per proseguire le attività anche durante la notte.

Nei cantieri della Hd Hyundai a Ulsan, in Corea del Sud, i robot individuano i punti in cui effettuare le saldature sulla base dei dati di progettazione, si spostano tra le diverse sezioni delle navi ed eseguono semplici operazioni di saldatura, mentre gli operai supervisionano il lavoro attraverso sistemi informatici. La concorrente Hanwha Ocean ha dichiarato che un solo operatore può gestire fino a dieci robot impegnati in operazioni di saldatura standardizzate.

In vantaggio di cinque anni

Gli esperti, tuttavia, non concordano sull’ipotesi che la Cina sia più avanti nell’automazione. George Q. Huang, professore di produzione industriale intelligente al politecnico di Hong Kong, ritiene che i cantieri sudcoreani e giapponesi siano in vantaggio di cinque anni, ma che quelli cinesi “dovrebbero essere più o meno in grado di colmare il divario” entro il 2031. Come in Corea del Sud e in Giappone, anche in Cina, dove la popolazione è in calo, la diffusione dei robot è alimentata dalla carenza di manodopera. Huang, infatti, sta lavorando a un progetto per introdurre queste tecnologie in un piccolo cantiere navale a Zhuhai, in Cina. “Le condizioni di lavoro sono difficili e le mansioni molto faticose, perciò i giovani non vogliono più lavorare in questo settore”.

L’obiettivo dell’industria cantieristica è realizzare le “fabbriche al buio”, impianti produttivi che funzionano quasi esclusivamente grazie ai robot. La Hd Hyundai punta ad automatizzare completamente alcune linee di produzione e ad aprire una piccola fabbrica di questo tipo entro il 2030, usando ia, dati e “gemelli digitali”, cioè riproduzioni virtuali di ambienti e sistemi fisici aggiornate in tempo reale, che consentono di sperimentare in sicurezza i processi produttivi automatizzati.

Negli ultimi due anni la Hanwha Ocean ha investito 160 miliardi di won (106 milioni di euro) nell’aggiornamento tecnologico dei suoi cantieri e si propone di automatizzare il 70 per cento della produzione entro il 2030. Vuole introdurre sistemi di automazione anche nei suoi impianti negli Stati Uniti. Tuttavia secondo Woo Jong-hun, dell’Università nazionale di Seoul, sarà difficile automatizzare completamente molti dei processi, “perché le operazioni più complesse richiedono ancora la destrezza delle mani umane”.

Ryu, della Hd Hyundai Samho, ha spiegato che i robot possono eseguire più del 90 per cento delle operazioni di saldatura più semplici, ma incontrano difficoltà nei lavori più complessi, come la saldatura delle sezioni curve delle navi. La Samsung Heavy Industries ha riconosciuto che l’automazione, pur essendo “indispensabile per la sopravvivenza” del settore, presenta ancora notevoli difficoltà tecniche e costi elevati. “Viviamo in un’epoca in cui è molto difficile valutare tempistiche ed efficacia degli investimenti”, ha dichiarato Yukito Higaki, presidente della giapponese Imabari Shipbuilding.

Secondo Yang Jong-seo, ricercatore della Export-import bank of Korea, l’ampio sostegno pubblico di cui gode l’industria cantieristica cinese le consente di affrontare più facilmente i rischi legati all’automazione. “Le aziende devono valutare attentamente i costi e i benefici, perché l’automazione richiede investimenti enormi, mentre i cantieri navali cinesi possono permettersi di sostenere i costi di tentativi ed errori”.◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati