Le parti in conflitto in Sud Sudan hanno ancora una volta dichiarato la fine ufficiale della guerra civile che negli ultimi sei anni ha causato 380mila morti e milioni di sfollati. Il 22 febbraio 2020 il presidente sudsudanese Salva Kiir ha nominato primo vicepresidente il leader dell’opposizione Riek Machar rispettando sul filo del rasoio il termine, rinviato già due volte, per la formazione di un governo di transizione, come previsto dall’accordo di condivisione del potere firmato nel settembre del 2018. Kiir ha nominato altri quattro vice, due delle forze di governo e altri due dell’opposizione. Il governo di transizione guiderà il paese fino alle elezioni, previste fra tre anni.
È l’ultimo tentativo di mettere fine al conflitto scoppiato nel dicembre del 2013, due anni dopo l’indipendenza, fra le truppe fedeli a Kiir e quelle alleate di Machar. Nel discorso alla nazione del 22 febbraio Kiir ha invitato i sudsudanesi al perdono assicurando che la pace è “irreversibile”. I cittadini hanno reagito alla notizia in modi contrastanti. “Il paese è diviso lungo linee tribali e il fatto che loro due si siano uniti è un passo fondamentale”, afferma John Garang, un abitante di Juba. Ayuel Chan, giornalista della tv di stato, è più scettico: “A meno che non succeda qualcosa di drastico, non ci saranno grandi cambiamenti”.
Restano forti i timori riguardo a possibili “difficoltà e malfunzionamenti” del nuovo governo, in particolare di fronte ai gravi problemi che dovrà affrontare. Alan Boswell, dell’International crisis group, osserva che gli accordi in materia di sicurezza sono “un caos assoluto”. Secondo l’ultimo accordo di pace, almeno 41.500 soldati provenienti sia dalle forze governative sia da quelle dell’opposizione avrebbero dovuto unirsi per formare un esercito nazionale, ma questo non è ancora accaduto.
Poi c’è la questione spinosa delle suddivisioni amministrative. La settimana scorsa Kiir, accettando una richiesta dell’opposizione, ha detto di essere disponibile a tornare a una divisione in dieci stati, invece dei 32 creati nel 2015. Ma allo stesso tempo ha annunciato la creazione di tre aree amministrative supplementari, un’iniziativa a cui Machar si oppone.
I danni della guerra
Anche se si dovessero superare questi problemi, anni di guerra hanno lasciato il paese in macerie, per non parlare della corruzione e degli abusi dei diritti umani commessi nella più totale impunità. Secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite, i sudsudanesi sono “ridotti alla fame in modo deliberato, sistematicamente sorvegliati e costretti al silenzio, arrestati e detenuti in modo arbitrario, senza accesso ai tribunali”. Dal rapporto emerge anche il coinvolgimento di funzionari governativi nel “saccheggio di fondi pubblici”, con milioni di dollari rubati al fisco. Secondo l’Onu 7,5 milioni di sudsudanesi hanno bisogno di aiuti. Circa 200mila civili vivono in centri d’accoglienza delle Nazioni Unite in tutto il paese e più di 1,1 milioni di persone soffrono la fame. Una recente alluvione e la minaccia di un’invasione di locuste stanno peggiorando una crisi alimentare già gravissima.
La nascita del governo di transizione è stata possibile solo per le intense pressioni della comunità internazionale e dei donatori stranieri che hanno provveduto finora a soddisfare i bisogni umanitari del Sud Sudan. “La comunità internazionale non ne può più di fornire servizi a cui dovrebbe pensare il governo del Sud Sudan”, ha dichiarato a gennaio Tibor Nagy, vicesegretario di stato per l’Africa degli Stati Uniti. La coesistenza pacifica tra Kiir e Machar sarà una prova importante, ma ancor più cruciale sarà capire se i milioni di profughi e sfollati riusciranno a fidarsi al punto da tornare volontariamente alle loro case.
“Mettere fine alla guerra è un conto”, dice Boswell. “Ma per rimettere insieme i pezzi del Sud Sudan e riparare i danni della guerra ci vorranno generazioni”. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1347 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati