Perfino nel panorama dei mezzi d’informazione, il discusso ex re dei paparazzi Fabrizio Corona è riuscito a distinguersi. Dopo aver passato del tempo in carcere perché accusato di diversi reati, tra cui estorsione a danno di alcuni personaggi famosi, si è reinventato come youtuber con uno stile provocatorio che mescola gossip, accuse e spettacolo. I suoi video hanno milioni di visualizzazioni.

Di recente Corona è al centro dell’attenzione per una battaglia legale con il gruppo Mediaset, della famiglia Berlusconi. Mediaset gli ha fatto causa per diffamazione e chiede 160 milioni di euro di danni per le insinuazioni sulla vita privata del suo amministratore delegato Pier Silvio Berlusconi, della sorella, l’editrice Marina Berlusconi, e alcuni conduttori della rete. Il giudice ha imposto a Corona la rimozione immediata del suo podcast dai social network e dalla rete.

In questa vicenda è difficile non cogliere gli echi di un conflitto più vasto nei mezzi d’informazione italiani, dove le emittenti e gli editori lottano per difendere la loro autorità e il loro giro d’affari contro le piattaforme online in rapida ascesa. “I mezzi tradizionali hanno perso il loro ascendente sul pubblico”, afferma Emiliana De Blasio, che insegna all’Università Luiss di Roma.

Il programma YouTube di Corona sulle star di Mediaset ha avuto più di quattro milioni di visualizzazioni nelle prime ventiquattr’ore. Invece l’ultima edizione del Grande fratello, trasmessa da Mediaset, ha avuto due milioni di spettatori a puntata, contro i dieci milioni di vent’anni fa.

Come in altre parti d’Europa, negli ultimi quindici anni anche in Italia il mercato pubblicitario televisivo è calato, riducendo le entrate delle tv pubbliche e private. Nel 2010 Mediaset aveva guadagnato circa 2,8 miliardi di euro dalla pubblicità; nel 2024 poco più di due miliardi, sia per il pubblico frammentato e sia per la crescita della spesa pubblicitaria online.

Alessio Cornia, della Dublin City university, sottolinea che Rai, Sky e Mediaset guadagnano ancora circa il 70 per cento dei ricavi televisivi totali. Ma le piattaforme di streaming come Netflix, Dazn, Tim, Amazon e Disney hanno conquistato una quota significativa arrivando quasi al 20 per cento. Ormai il 61 per cento della raccolta pubblicitaria proviene dalla pubblicità online; le grandi piattaforme si sono aggiudicate l’85 per cento di queste entrate, lasciando agli editori tradizionali solo il 15 per cento, con cui è difficile rimanere competitivi.

Questo aumenta la pressione sui gruppi editoriali storici dei quotidiani, minacciati dall’intelligenza artificiale che sfrutta i loro contenuti. Il Corriere della Sera, la Repubblica e la Stampa vendono sempre meno copie. Il Corriere della Sera se l’è cavata meglio perché fa parte del gruppo Rcs, molto diversificato. La Repubblica e la Stampa nel 2025 sono state messe in vendita dalla Exor, la holding della famiglia Agnelli. Nel 2024 il gruppo ha registrato una perdita di 15 milioni di euro e un fatturato di 224 milioni euro, contro i 900 milioni del 2015.

Sapersi adattare

Alcuni esperti sostengono che la sopravvivenza dei gruppi editoriali dipende dalle loro dimensioni e dalla capacità di attirare lettori più giovani. A ottobre 2025 Marina Berlusconi ha scritto in un editoriale che quello dei giganti della tecnologia “è un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo i posti di lavoro. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale sono inghiottiti dalle piattaforme”. Per crescere Mediaset si sta espandendo al di fuori dell’Italia, in Spagna e in Germania.

Comunque vada il caso Corona, il conflitto tra mezzi d’informazione tradizionali e digitali in Italia continuerà. L’esito di questa battaglia dipende da quanto rapidamente ed efficacemente si evolverà il sistema dei mezzi di comunicazione. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati