Lo scorso fine settimana non ho fatto i compiti. Avrei dovuto vedere Homecoming, il film sul concerto di Beyoncé, che è anche un album oltre che il fenomeno culturale più discusso della settimana. Eppure non l’ho fatto, esattamente come non ho visto l’inizio dell’ottava stagione del Trono di spade _la settimana prima o non ho ascoltato immediatamente _Cuz I love you _di Lizzo. Invece ho guardato quello che mi andava, _RuPaul’s drag race. Per sottrarmi alle pretese della cultura pop non potevo scegliere niente di peggio che un reality di drag queen che citano di continuo le celebrità. In uno degli ultimi episodi, la vietnamita Plastique Tiara ha reagito alle critiche per un numero poco riuscito su Mariah Carey sconvolgendo i giudici: “Ho scoperto la cultura pop solo tre anni fa”, ha detto.
“Avreste dovuto lavorare in gruppo ed educarvi a vicenda”, ha spiegato RuPaul.
Mary had a little lamb
Questo episodio è emblematico: ognuno di noi, in quanto pubblico generico, deve costantemente aggiornare il proprio curriculum per superare l’esame di cittadino informato. A monte c’è una corrente filosofica degli anni trenta, l’essenzialismo, in seguito ripresa da E.D. Hirsch, l’uomo che coniò l’espressione “alfabetizzazione culturale” intendendo “l’insieme di informazioni che tutti i lettori competenti devono possedere”. L’educazione essenzialista dà rilevanza alle conoscenze standardizzate condivise dall’intera popolazione, un atteggiamento che privilegia la cultura dominante rispetto alla creatività individuale. La cultura pop essenzialista fa la stessa cosa, appiattendo la nostra immaginazione.
Nel 1987 Aretha Franklin fu la prima donna a essere ammessa nella Hall of fame del rock, la famiglia Simpson debuttò in tv e la Nintendo lanciò Mega Man. Ma fu anche l’anno in cui venne pubblicato il libro di Hirsch, Cultural literacy. What every american needs to know, che non citava nessuno dei tre fatti appena ricordati (anche se People pubblicò in risposta una lista di cose da conoscere per essere alfabetizzati). Alla fine del libro di Hirsch, centinaia di parole e citazioni delineavano l’universo culturale statunitense, come il testo della canzoncina Mary had a little lamb, per esempio. Hirsch era convinto che permettere ai bambini di dedicarsi alla “limitata” ed “effimera” conoscenza dei Simpson, per esempio, avrebbe portato a una situazione in cui nessuno avrebbe saputo di cosa parlare con gli altri (eccetto di Krusty il clown).
La prima cosa a cui ho pensato dopo aver finito il libro di Hirsch è stata la celebre scena dell’Attimo fuggente di Peter Weir in cui l’insegnante interpretato da Robin Williams esorta i suoi studenti a strappare il saggio Understanding poetry dell’autore di fantasia J. Evans Pritchard dai loro manuali. “Escrementi”, dice a proposito delle teorie del libro. “Non stiamo parlando di tubature, stiamo parlando di poesia”. Né Pritchard né Hirsch condividerebbero. E, recentemente, il loro approccio alla cultura “alta” si è diffuso anche nella cultura “bassa”. La cultura pop, di cui si è sparlato a lungo, ora si prende una rivincita esagerata elevando alcune opere popolari a nuove pietre miliari dell’alfabetizzazione culturale.
Non sto dicendo che i professori ci dicono di guardare Il trono di spade, ma da ogni parte arrivano messaggi su quello che “dobbiamo” vedere, “non possiamo non” ascoltare o “dovremmo” leggere. Alcuni, più ottimisti di me, considerano questo atteggiamento prescrittivo un disperato tentativo di preservare alcune esperienze culturali condivise. “Divisi da differenze di classe, orientamento politico e identità, possiamo almeno ritrovarci insieme a guardare Il trono di spade”, ha scritto Judy Berman su Time.
Essenzializzare una forma d’arte significa limitarla, definire i parametri non solo di ciò che dovremmo sperimentare, ma anche del modo in cui la riceviamo. Ora, invece di avvicinarci alle cose con un senso di curiosità, lo facciamo attraverso una serie di linee guida. È come girare per un museo con un’audioguida, che invece di farci apprezzare l’arte più pienamente tende a soppiantare ogni possibilità di scoperta con piatte considerazioni buone per tutti. Nel caso della cultura pop, l’obiettivo non è nemmeno così nobile. Prendiamo Il trono di spade, uno dei prodotti più ammantati di prestigio degli ultimi anni. Spesso occupa più spazio in rete di quanto meriterebbe esattamente perché è quello per cui è stato ideato. Come ha scritto Berman: “_Il trono di spade _ha sfondato perché era stato pensato per sfondare. I finanziatori dei programmi tv di punta avevano deciso, prima ancora di produrre la prima stagione, che ogni episodio di questa storia di lotte, bastardi e culi meritava un budget tre volte maggiore rispetto allo standard”.
Meccanismo di difesa
Creare arte per dominare il dibattito pubblico significa trasformare le opere in un dovere, in una sorta di compito culturale. È così che le persone cominciano a farsi domande tipo “devo davvero vedere Captain Marvel?” o a “sentirsi quasi obbligate a leggere Sally Rooney” o a chiedersi “dovrò ascoltare il nuovo album di cui parlano tutti?”. Questo tipo di coercizione è nota per provocare un effetto collaterale estremo: la reattanza, il fenomeno psicologico per cui le persone che sentono la propria libertà sopraffatta adottano un atteggiamento aggressivo e si scagliano con violenza derisoria contro opere d’arte che altrimenti le lascerebbero indifferenti. Oliver Burkeman l’ha definita “irascibilità culturale” e ha usato un altro concetto psicologico, il carattere distintivo ottimale, per analizzarla meglio. Quell’espressione indica il modo in cui le persone cercano di trovare un equilibrio tra inclusione e distinzione all’interno dei gruppi sociali. Burkeman, tuttavia, tende a considerare la sua reattanza come una forma di autodifesa dalla “paura di essere tagliati fuori”. “La mia irritazione per il plauso generale riscosso da libri, film o spettacoli è un modo per recuperare il controllo”, ha scritto. “Invece di chiedermi con apprensione se devo leggere o no i libri di Elena Ferrante, decido provocatoriamente di non leggerli” (l’articolo è del 2016, se l’avesse scritto ora parlerebbe di Sally Rooney).
Poco dopo aver lanciato Homecoming, il precedente album di Beyoncé, Lemonade, è diventato disponibile nei servizi di streaming. L’avevo ascoltato un anno dopo che era uscito. Non ne ho scritto, a malapena ne ho parlato con qualcuno. Nessuno vuole sapere perché Beyoncé non significa molto per me. Non dico a nessuno di non guardare, non ascoltare, non leggere o non trovare significative alcune opere. Allo stesso tempo, mi aspetto che non mi venga detto cosa devo guardare, ascoltare o leggere.
Non c’è arte che debba essere per forza sperimentata, così come non c’è arte che vada necessariamente evitata. C’è solo l’arte e ci sei tu, e nessuno può dire cosa deve succedere tra voi. ◆ nv
Soraya Roberts _ è una giornalista e scrittrice canadese. Nel 2016 ha pubblicato In my humble opinion. My so-called life._
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Questo articolo è uscito sul numero 1306 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati