È una foto di famiglia dai colori sbiaditi, e molti dei protagonisti non ci sono più. Tra i nove uomini che posano uno accanto all’altro, alcuni hanno un volto conosciuto. Si distinguono Mustafa Badreddine, ex capo di Hezbollah in Siria, ucciso il 13 maggio 2016 in circostanze poco chiare; Imad Mughniyeh, capo militare del partito, morto il 12 febbraio 2008 a Damasco in un’operazione congiunta di Cia e Mossad; Mohammad Reza Zahedi, alto ufficiale dei Guardiani della rivoluzione iraniana, ucciso il 1 aprile scorso in un bombardamento attribuito a Israele contro il consolato della Repubblica islamica a Damasco; e Ahmed Kazemi, ex comandante dell’esercito iraniano, morto in un incidente aereo il 9 gennaio 2006. Al centro dell’immagine, Qassem Soleimani incrocia le braccia e guarda in basso. L’ex comandante in capo della Forza Quds dei Guardiani della rivoluzione è stato ucciso dagli Stati Uniti a Baghdad il 3 gennaio 2020. Accanto a lui c’è un Hassan Nasrallah dai tratti giovanili, ancora oggi capo di Hezbollah. La sua barba è diventata decisamente più bianca.

Dopo l’uccisione di Mohammad Reza Zahedi, l’immagine è circolata molto sui social network. Gli alleati dell’Iran rendono omaggio al “martire” e a chi l’ha preceduto. Gli avversari celebrano una perdita particolarmente dura per la Repubblica islamica. In ogni caso, il bombardamento del 1 aprile segna una svolta nella guerra indiretta che Israele e Iran conducono da anni, perché colpire una rappresentanza diplomatica equivale a un attacco al territorio iraniano. E, avendo quasi decapitato l’intero comando della Forza Quds in Siria e in Libano, ci si chiede quanto sia destabilizzata ora la rete di milizie regionali della Repubblica islamica. Quali piani ha in mente Teheran in un momento così cruciale? In un contesto ridefinito dall’assalto di Hamas a Israele il 7 ottobre 2023 e dalla guerra condotta da Tel Aviv nella Striscia di Gaza, il paradosso iraniano è evidente. Mai come oggi l’influenza regionale di Teheran appare tanto profonda. Eppure eccola qui, all’incrocio di strade che sembrano tutte condurla in un vicolo cieco.

Nascondere la realtà

Certo, in più di quarant’anni il regime ha accumulato uranio di qualità militare sufficiente a produrre diverse bombe nucleari. È riuscito a sviluppare un vasto arsenale, oggi pietra angolare della sua strategia in Medio Oriente. E ha costruito una complessa rete di filiali nel territorio circostante, che può mobilitare a piacimento per accrescere la sua egemonia. Dall’inizio della guerra a Gaza, l’“asse della resistenza” di cui è a capo è impegnato in un conflitto a bassa intensità con Israele, mentre prende di mira gli interessi statunitensi in Siria e in Iraq. Tel Aviv e Hezbollah si attaccano a vicenda su entrambi i lati del confine libanese. Dalla metà di novembre i miliziani huthi, sostenuti dall’Iran, hanno intensificato gli attacchi alle navi che ritengono legate a Israele al largo delle coste dello Yemen.

Ma questo attivismo fatica a nascondere la realtà. Rimane molto timido per un asse che giustifica ufficialmente la sua esistenza con la volontà di liberare la Palestina. Tanto più se si considera che oggi Israele sottopone la Striscia di Gaza all’inferno in terra e che il 26 gennaio la Corte internazionale di giustizia ha parlato di un “rischio plausibile di genocidio”. Per la Repubblica islamica, la Palestina è più un elemento per legittimare la sua presenza nella regione che una causa reale. Avrebbe potuto reagire in modo più aggressivo per salvare le apparenze di fronte alle perdite che Israele le ha inflitto dal 7 ottobre. Lo stato ebraico ha ucciso quasi 270 miliziani di Hezbollah, tra cui tre comandanti della brigata Al Radwan, un commando militare dispiegato nel sud del Libano. Alla fine di gennaio un attacco vicino a Damasco attribuito a Israele ha preso di mira Hojatollah Omidvar, vicecapo dell’intelligence militare della Forza Quds. Qualche settimana prima era stato eliminato anche Razi Moussavi, uno dei più influenti comandanti iraniani in Siria. In entrambi i casi, Iran e Hezbollah hanno mostrato i muscoli. In entrambi i casi, alle minacce non sono seguiti i fatti.

Sotto pressione

“Finora l’Iran ha esercitato quella che chiama ‘pazienza strategica’ per evitare di essere coinvolto direttamente in un conflitto con Israele. Sperava che nel frattempo la guerra a Gaza avrebbe compromesso la posizione regionale israeliana e lo status internazionale di Tel Aviv”, sottolinea Alex Vatanka, direttore del programma Iran del Middle East institute. “Ma questa ‘pazienza strategica’ ora è messa sotto pressione dalle centinaia di attacchi che hanno colpito obiettivi iraniani negli ultimi cinque mesi. Teheran ha sempre finto che fossero insignificanti e che non sarebbe caduta nella trappola”. Agli occhi della Repubblica islamica, infatti, Israele cerca di provocare la sua reazione per costringere Washington a entrare nel conflitto. “Quello che preoccupa l’Iran non è Israele, ma la possibilità di entrare in guerra con gli Stati Uniti. E cerca disperatamente di evitarlo”, insiste Vatanka.

L’attacco del 1 aprile, tuttavia, rimescola le carte. “Teheran ha un problema di immagine. Se dici di essere molto forte, ma sei costantemente colpito e non reagisci, allora la tua forza non è più credibile”, riassume Vatanka. Finora l’Iran ha potuto chiudere un occhio sulle azioni israeliane che hanno colpito i suoi uomini in Siria. Dal suo punto di vista, Damasco è una “colonia”. Ma colpire il consolato significa colpire la madrepatria. Non reagire è come inchinarsi. Israele ha sfiorato il colpaccio. E sarà impossibile per Teheran trovare la giusta risposta per schivarlo. Le opzioni a sua disposizione sono abbastanza numerose, ma tutte rischiose. Potrebbe reagire dal suo territorio? Difficile. Sarebbe un lasciapassare per la guerra totale. A meno che non lo faccia solo simbolicamente. Oppure potrebbe mobilitare i suoi sostenitori regionali.

In passato, l’Iran ha spesso risposto agli attacchi israeliani contro i suoi interessi aumentando la pressione attraverso gli alleati, bersagliando in particolare le truppe statunitensi nella regione. Il punto ora è capire quali e in che territori. Quello siriano è difficile per l’Iran che, nonostante una forte presenza nel paese, è vulnerabile alle tattiche militari israeliane. Il Libano è lo stato dove i suoi alleati sono più professionali. Ma la situazione attuale è instabile e basterebbe un niente per spostare l’equilibrio da una guerra a bassa intensità a una totale, tanto più che l’opinione pubblica israeliana è favorevole all’apertura di un secondo fronte contro Hezbollah. Per il momento, una parvenza di equilibrio di forze ha permesso di contenere l’esplosione. Ma fino a quando?

Restano lo Yemen e l’Iraq, dove la Repubblica islamica vede il maggior potenziale di sperimentazione strategica. Ma bisogna essere in due per giocare una partita a quattro mani. Tuttavia, Israele non sembra più disposto a distinguere tra azioni condotte dall’Iran o da un paese della sua sfera di influenza. “Nelle ultime settimane sono stati lanciati missili verso Israele da gruppi filoiraniani in Iraq, e Tel Aviv ritiene l’Iran responsabile. Questo solleva una domanda importante: la politica delle alleanze di Teheran può continuare? E per quanto tempo?”, conclude Vatanka.◆ adr

Al Jazeera

◆ Il parlamento israeliano ha approvato il 1 aprile 2024 una legge che dà al governo il potere di bloccare “temporaneamente” le emittenti straniere considerate un rischio per la sicurezza nazionale. La misura sarà in vigore per un periodo di 45 giorni e potrà essere rinnovata. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che “agirà immediatamente” per chiudere gli uffici locali di Al Jazeera. Per anni i funzionari di Tel Aviv hanno accusato l’emittente del Qatar di avere pregiudizi antisraeliani e le critiche sono aumentate dopo gli attacchi di Hamas in Israele il 7 ottobre 2023. Al Jazeera ha respinto quelle che definisce “calunnie” e ha ritenuto Netanyahu responsabile di “incitamento” all’odio e di mettere a repentaglio la sicurezza del suo personale in tutto il mondo. Bbc


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Questo articolo è uscito sul numero 1557 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati