Il nuovo governo del Nepal si è insediato in un momento di fragilità economica oltre che di trasformazione politica per il paese. Non è ancora in crisi conclamata, ma i rischi sono reali. Il governo di Balendra “Balen” Shah, eletto dopo la rivolta guidata dalla generazione Z lo scorso autunno, ha un mandato popolare storico, ma deve gestire un’emergenza legata alla guerra in Asia occidentale, che minaccia il meccanismo delle rimesse, da cui il Nepal dipende più di ogni altro paese al mondo.
Il governo Shah, guidato dal più giovane primo ministro della storia nepalese, si è insediato a fine marzo con un ambizioso programma in 18 punti che mira a una crescita media del 7 per cento nei prossimi cinque anni, a un reddito pro capite di tremila dollari e alla creazione di 1,5 milioni di posti di lavoro. Non sono aspirazioni irragionevoli per un paese con una popolazione giovane e con un notevole potenziale idroelettrico ancora inutilizzato. Sono però obiettivi che richiederanno anni per essere raggiunti, mentre la crisi nel golfo Persico non mostra segnali di una soluzione duratura.
Per capire perché la congiuntura attuale sia così rischiosa per il nuovo governo bisogna analizzare la struttura economica del Nepal. Le sue finanze si basano, in misura che trova pochi paragoni al mondo, sui guadagni dei suoi cittadini che lavorano all’estero. Nell’anno fiscale 2024-25 le rimesse hanno rappresentato il 28,6 per cento del pil, più di cinque volte la media globale (che è del 5,13 per cento), una somma approssimativamente equivalente all’intero bilancio annuale del governo. In termini assoluti i nepalesi all’estero hanno mandato a casa più di undici miliardi di dollari solo nel 2023, e la cifra ha continuato a crescere. Più della metà delle famiglie riceve rimesse, che costituiscono la principale fonte di riserve in valuta estera del paese, pari a circa due terzi degli introiti convertibili dal 2021. L’emigrazione quindi non è una caratteristica supplementare dell’economia nepalese, è la base su cui si sono fondati per decenni i consumi delle famiglie, la stabilità della valuta estera e la riduzione della povertà. Anche la geografia di questa dipendenza è eccezionale. I paesi del golfo Persico e la Malaysia accolgono il 92 per cento di tutti i lavoratori provenienti dal Nepal. Le quote maggiori sono assorbite da Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar. Nell’ultimo anno fiscale il Nepal ha rilasciato più di 800mila permessi di lavoro, di cui circa l’80 per cento destinato ai paesi dell’Asia occidentale.
Questa esposizione strutturale è diventata drammaticamente evidente alla fine di febbraio, quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, che in risposta ha attaccato vari paesi del Golfo. Nel giro di poche ore 1,9 milioni di lavoratori nepalesi, distribuiti tra Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Bahrein, si sono trovati coinvolti in un conflitto. A causa delle cancellazioni dei voli centinaia di persone sono rimaste bloccate all’aeroporto di Kathmandu, più di 86mila nepalesi si sono registrati per ricevere assistenza d’emergenza e il governo ha sospeso il rilascio di nuovi permessi di lavoro verso dieci destinazioni dell’Asia occidentale.
Una sfida su più fronti
La crisi sta incidendo sull’economia nepalese in diversi modi. Il blocco dei permessi di lavoro ha fermato il flusso migratorio, e un’interruzione prolungata ridurrà in modo preoccupante le rimesse. Se la crisi durerà potrebbe causare anche un’ondata di ritorni, con centinaia di migliaia di lavoratori che rientrerebbero in un’economia incapace di assorbirli. I lavoratori in tutta la regione del Golfo stanno già affrontando tagli salariali, riduzione delle ore di lavoro e mancati rinnovi dei contratti.
Un calo prolungato delle rimesse limiterebbe la capacità del Nepal di finanziare le importazioni, di pagare il debito estero e di destinare gli introiti fiscali necessari per gli investimenti nello sviluppo promessi dal governo Shah. A peggiorare la situazione, il Nepal importa il 100 per cento dei combustibili liquidi dall’India, che a sua volta acquista gran parte del greggio dai paesi del Golfo. Ciò significa che qualsiasi aumento prolungato dei prezzi del petrolio si riflette direttamente sulle importazioni e sull’inflazione interna. In altre parole, le spese in valuta estera del Nepal stanno aumentando proprio quando le entrate derivanti dalle rimesse sono più a rischio.
Visione a lungo termine
È qui che i fattori politici ed economici convergono in una sfida urgente per il nuovo esecutivo. Le proteste che hanno portato Shah al governo erano in sostanza una richiesta di costruire un’economia capace di trattenere i propri cittadini invece di costringerli a emigrare in condizioni difficili e talvolta pericolose. Il programma di Shah, che prevede la creazione di posti di lavoro, lo sviluppo dell’energia idroelettrica e il rafforzamento della produzione interna, era pensato per rispondere a quella frustrazione in modo graduale, grazie alla stabilità delle rimesse. Ora, quindi, si tratta parallelamente di gestire la crisi nel breve periodo e portare avanti la visione di lungo termine.
Sul piano della gestione della crisi, al Nepal servirebbe un sistema di reintegrazione che colleghi i lavoratori che ritornano al riconoscimento delle competenze, al sostegno all’imprenditorialità e a percorsi di inserimento lavorativo nel paese. La politica migratoria del Nepal, fortemente orientata all’espatrio, spesso non è riuscita a garantire una reale reintegrazione, nonostante delle leggi sulla carta adeguate. La crisi rafforza inoltre la necessità di accelerare la scelta di nuovi paesi in cui emigrare, come Giappone, Corea del Sud e Unione europea, dove la domanda di forza lavoro è in crescita e le tutele occupazionali sono più solide e affidabili. Infine il governo Shah dovrà dimostrare rapidamente progressi concreti in termini di credibilità normativa e miglioramento delle condizioni per gli investimenti, che sono alla base degli obiettivi per la creazione di posti di lavoro. Il mandato politico di cui dispone è ampio, ma la pazienza non sarà infinita.
Dunque la domanda centrale non riguarda la capacità del nuovo governo di gestire una transizione politica dopo anni di instabilità (un risultato che sarebbe già di per sé significativo), ma se ci riuscirà durante un’emergenza e se ha la competenza istituzionale e la chiarezza strategica che la situazione richiede. Sarà il primo e forse più decisivo banco di prova. ◆ _gim _
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1663 di Internazionale, a pagina 33. Compra questo numero | Abbonati