Strade deserte, scuole chiuse e decine di migliaia di persone che non possono lasciare le loro case: quando la Cina ha cominciato a prendere misure drastiche contro il coronavirus, molti dubitavano che una cosa simile sarebbe successa in Europa. Ora sappiamo che è possibile: succede nell’Italia del nord, a qualche ora di auto dalla Germania.

L’Europa è nel pieno della battaglia contro il virus. In Italia il numero dei contagi continua a salire e questo, in un continente che vive dello scambio di persone e merci, non può che preoccupare. Soprattutto perché molte domande sono ancora senza risposta. Quanto dura il periodo d’incubazione? Qual è il tasso di mortalità? Per quali vie esattamente passa il contagio? Le temperature primaverili rallenteranno la diffusione? Abbiamo vissuto in società sicure che avevano apparentemente eliminato fame, guerra ed epidemie. Gli attacchi terroristici degli ultimi anni avevano scosso questo sentimento di sicurezza. Ora si aggiunge il coronavirus. Ed è proprio l’Italia, un paese politicamente, economicamente e socialmente fragile, con un sistema sanitario già sovraccarico, che porta il peso della battaglia contro il virus.

Evitare l’isteria

Conforta pensare che l’Italia, spesso poco efficiente, reagisce bene alle emergenze. Finora il governo di Giuseppe Conte ha adottato misure severe e allo stesso tempo prudenti. Isolare le persone nei luoghi più colpiti dal virus, preparare le caserme per l’accoglienza dei contagiati e cancellare molti eventi pubblici sono decisioni proporzionate all’emergenza in corso. Nessuno può prevedere se sarà possibile impedire la diffusione del virus in Europa. Invece l’isteria di massa si può prevenire. Bisogna dare informazioni in modo onesto e serio, né troppo rassicurante né troppo allarmista. L’Italia sta dando il buon esempio anche in questo. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1347 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati