La tragedia che si è abbattuta sugli Stati Uniti ha cambiato le carte in tavola della politica internazionale. La popolazione dei paesi più ricchi si è vista minacciata da una nuova spartizione del mondo: non geografica come un secolo fa, non politica come cinquant’anni fa, ma di altro genere. Si tratta di un tentativo di stabilire un ordine mondiale basato sul fondamentalismo islamico e sul rifiuto militante delle altre razze, delle altre religioni, degli altri popoli. La negazione di ogni legge che non sia la propria, spietata e unica.
La diplomazia, specchio della politica estera degli Stati, si vede costretta a cambiare improvvisamente i propri principi e le proprie regole. E in questi cambiamenti la Russia può svolgere un ruolo non trascurabile. Dopo la tragedia dell’11 settembre, il nostro paese si trova in una situazione ambigua.
Innanzi tutto, è evidente che i suoi appelli a dedicare più attenzione al terrorismo, lanciati in occasione di tutte le riunioni internazionali, saranno ora presi molto più sul serio.
Non più soli
Ormai la lontana Russia, il piccolo Stato di Israele o certi paesi esotici e incomprensibili dell’Asia centrale post-sovietica non sono più le uniche vittime del terrorismo. Il mondo occidentale privilegiato, che martedì ha cessato di esserlo, avrà molte più difficoltà a rimproverare a Mosca di non rispettare i diritti dell’uomo in Cecenia, di spingersi troppo oltre nella lotta contro il terrorismo e di tardare nell’applicazione degli accordi sulla chiusura delle basi militari russe nei paesi dell’ex Unione Sovietica.
Gli uomini politici e i diplomatici russi si vedono offrire – in circostanze certamente tristi – un’occasione per accrescere la loro influenza in seno alla comunità internazionale. Il terrorismo d’ora in poi sarà uno dei temi guida della politica mondiale.
Nuova diplomazia
Rimane una domanda: questo accadrà grazie alla diplomazia russa o a quella americana? Da oggi la politica estera di Washington dovrà subire dei cambiamenti radicali.
Ma alla Russia si chiederà anche altro. Anche Mosca dovrà correggere la linea della sua politica estera e modificare le sue priorità militari e strategiche. Nel corso di tutte le ultime trattative internazionali, i nostri militari hanno affermato che la Russia dispone di un elenco di “Stati dal regime instabile”, ma che preferivano non divulgarlo. Sembra sia giunto il momento di renderlo pubblico, per coordinare gli sforzi di tutti.
È anche ora di cambiare il nostro atteggiamento di fronte alla cosiddetta “stabilità strategica”. È una stabilità che si fonda su trattati internazionali vecchi di trent’anni, e che nello spirito di quasi tutti i diplomatici russi non esiste più. Molti paesi se n’erano resi già conto da tempo. Nessuno pensava che bisognasse pagare un prezzo tanto alto per renderlo chiaro a tutti. ◆ ma
◆ La vita ha fatto un terribile scherzo agli americani. Quello che fino a ieri l’uomo della strada aveva visto divertendosi al cinema, con un sacchetto di popcorn in mano, lo ha osservato l’11 settembre dal vero. Ma nei film – non può essere altrimenti – sono sempre i “buoni” a vincere.
Ieri, in un istante si sono polverizzati il distacco dai problemi mondiali, la sensazione di sazietà e di sicurezza. Durante la Seconda guerra mondiale gli americani avevano perso alcune migliaia di soldati; cinquantamila erano stati i caduti in Vietnam. Cifre che, secondo il comune di New York, potrebbero corrispondere alle persone rimaste intrappolate sotto le macerie delle due torri del World Trade Center.
L’America è in preda al panico: non ci saranno abbastanza psicologi per tutti. Il mondo intero è con il fiato sospeso, e aspetta angosciato il succedersi
degli eventi. Il pianeta sta cambiando sotto i nostri occhi.
La paura di un’apocalisse diventa sempre più grande, via via che prendiamo consapevolezza di quello che sta succedendo. Gli uomini d’affari e i semplici risparmiatori capiscono che l’inaffondabile dollaro è sul punto di crollare.
I militari e i politici si rendono conto che Washington dovrà dare una risposta. Ma per colpire chi? La Palestina, l’Afghanistan, il Libano, la Jugoslavia? Non importa. L’America deve trovare “un colpevole” e lo troverà. È da molto tempo che questo paese non segue più i precetti biblici, che non è più disposto a offrire l’altra guancia. Del resto quello che si è verificato ieri non è certo un semplice schiaffo insolente, ma un vero e proprio cazzotto nello stomaco.
Tutto il mondo è cambiato e, purtroppo, in peggio.
Le parole di George Bush senior, che definiva il Ventunesimo secolo come l’epoca dell’umanesimo trionfante, saranno probabilmente smentite dal figlio. Quando l’unica superpotenza del mondo è in ginocchio, anche se solo sul piano morale, è tutto quello che era stato costruito dopo la Seconda guerra mondiale che va in pezzi. E tutti noi saremo costretti a cambiare, insieme all’America. adr Sergej Kopylov, Rossija, Russia
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Questo articolo è uscito sul numero 403 di Internazionale, a pagina 55. Compra questo numero | Abbonati