John Bucknell è quel tipo di inventore che si annoia in fretta, anche di fronte alle più intriganti novità. Tanto più che le prevede sempre con largo anticipo e spesso è lui stesso a realizzarle. Tra il 2011 e il 2012, quando era responsabile dello sviluppo dei motori presso la SpaceX di Elon Musk, è stato proprio lui a progettare il prototipo del Raptor, il propulsore del razzo Starship. Ma il suo attuale progetto, spiega Bucknell, è ben più appassionante.
Nel 2018 ha fondato la Virtus Solis, che in latino significa “forza del Sole”, con l’obiettivo di produrre elettricità in orbita per poi trasferirla sulla Terra tramite un raggio a microonde. Durante la nostra videochiamata, Bucknell, 55 anni, continua a tirar fuori oggetti: celle fotovoltaiche, pezzi di antenna, componenti di satelliti, che usa per illustrare vari dettagli tecnici. Ben presto, spiega, la sua azienda manderà nello spazio gigantesche celle fotovoltaiche che orbiteranno intorno alla Terra raccogliendo luce solare, producendo energia e inviandola alle stazioni terrestri.
In questo modo, dice, si potrebbe risolvere il problema energetico dell’industria tedesca, per fare un esempio. Secondo lui già nel 2030 saranno possibili le prime forniture commerciali di energia spaziale, senza alcun rischio per esseri umani e uccelli: lui stesso, assicura, si è più volte esposto al raggio senza subire conseguenze. “Nel 2026 un’impresa simile è finalmente diventata possibile sia dal punto di vista tecnico sia da quello economico”, spiega, “perché la SpaceX e altri sono riusciti ad abbattere radicalmente i costi del trasporto di oggetti nello spazio”.
È vero: i prezzi del trasporto spaziale sono in caduta libera. All’epoca dello Space shuttle (1981-2011), per mandare in orbita bassa un carico da un chilo servivano in media 54.500 dollari, mentre oggi la SpaceX ne chiede meno di tremila. E se Elon Musk dovesse riuscire a rendere completamente riutilizzabile il razzo Starship, il prezzo dovrebbe scendere sotto i 50 dollari – un millesimo di quello iniziale. Starship, il razzo più grande mai costruito, dovrebbe essere in grado di portare in orbita un carico di 150 tonnellate alla volta (l’equivalente di una balenottera azzurra) e di ripartire poco dopo l’atterraggio, proprio come un aereo, più volte al giorno.
È quando crollano i prezzi che avvengono le rivoluzioni. In epoca vittoriana il treno ha ridotto le spese di trasporto a un decimo rispetto ai carri; negli anni sessanta, il container ha fatto crollare del 90 per cento i costi del trasporto marittimo; negli anni settanta, con l’aumento esponenziale della capacità di calcolo dei computer, internet ha reso praticamente gratuita la trasmissione delle informazioni. Di volta in volta si aprono nuove opportunità e si inventano nuovi modi per far soldi. Ora tocca allo spazio.
Lo spazio ha caratteristiche uniche e decisamente favorevoli ad alcune attività economiche: assenza di gravità, vuoto, irradiazione solare praticamente ininterrotta, vista libera sul pianeta Terra. Migliaia di aziende competono per un posto in cielo. Al livello globale il numero di lanci orbitali è passato da circa cento all’anno a ben 250 nel giro di soli quattro anni. Nel 2024 sono stati lanciati in orbita 2.800 piccoli satelliti; complessivamente, secondo i calcoli dell’agenzia spaziale europea (Esa), quelli attivi sono circa 15mila.
L’aspirazione all’autonomia è il motivo per cui l’Europa manda in orbita un gran numero di carichi a spese dei contribuenti
Da tempo sopra le nostre teste prospera un settore economico enorme. Secondo il World economic forum e la società di consulenza McKinsey, nel 2024 l’economia spaziale ha raggiunto un volume d’affari di 630 miliardi di dollari, che entro il 2035 dovrebbero salire a 1.800 miliardi. Tre quarti dell’attuale fatturato sono prodotti da aziende private, prima su tutte la SpaceX con più di 15 miliardi di dollari nel 2025, ottenuti con 165 lanci e con l’ormai redditizia Starlink, una rete di circa diecimila satelliti che garantisce una velocissima connessione internet.
Un’altra grande azienda segue da vicino la SpaceX. È Amazon, con ben duecento satelliti già in orbita e con un vantaggio strategico che nessun altro può vantare: un apparato logistico tutto suo. I ricevitori satellitari Leo saranno venduti sul suo sito e nei supermercati della catena Whole Foods, mentre il servizio di connessione sarà abbinato allo streaming di Amazon. Anche la Cina si sta costruendo un’infrastruttura satellitare in orbita, con 93 lanci nel solo 2025, 16 dei quali operati per la prima volta da aziende private. Seguono a poca distanza India e Giappone, con razzi e satelliti prodotti da aziende private con finanziamenti pubblici.
Insomma, siamo di fronte a una corsa multipolare allo spazio. E non ci sono solo le grandi aziende con i loro programmi miliardari: parallelamente sta crescendo un’industria altamente specializzata, una specie di classe media spaziale.
Autobus e taxi
Baia di San Francisco, primi di marzo del 2026. Uscendo dall’autostrada imbocchiamo un lungo tunnel sottomarino per l’isola di Alameda, dove un tempo la marina militare testava cannoni e riparava aerei. Oggi l’ex base militare è diventata una zona industriale che ospita un birrificio, una fabbrica di droni agricoli, una compagnia idroelettrica e la Astra Space, che è cresciuta rapidamente fino ad avere intere linee di produzione per razzi e motori satellitari. Finora ha lanciato in orbita più di venti satelliti.
A farci fare il giro dei capannoni è Adam London, cofondatore e responsabile tecnologico dell’azienda. Un po’ come nel settore automobilistico, anche qui si produce in serie, solo che viene realizzato un unico esemplare al mese: un razzo Rocket 4, con un carico utile di 600 chili circa, un quarantesimo di quello che può trasportare un Falcon-9 della SpaceX. L’idea è proprio questa: affidarsi alla SpaceX è come prendere un autobus che scarica nello spazio decine di satelliti che poi devono faticosamente raggiungere la loro orbita finale; il Rocket 4 invece è come un taxi che ti porta direttamente a destinazione. Per alcuni operatori è una soluzione più conveniente.
“Alcune orbite, come quella al di sopra dell’equatore, con il trasporto di massa sono praticamente impossibili da raggiungere”, spiega London. Invece portandolo direttamente nell’orbita giusta, si risparmia carburante e si aumenta l’aspettativa di vita del satellite nello spazio. Ma il vero asso nella manica London l’ha tenuto per la fine del giro. Il sistema di controllo dei razzi occupa lo spazio di una stanza e comprende le postazioni di due ingegneri. Niente di più. Per contenere l’intero kit – centro di controllo, componenti del razzo, carburante – bastano dieci container: “Possiamo arrivare ovunque e allestire tutto molto rapidamente”. Un cliente importante dell’azienda è la U.S. Space force (la componente spaziale delle forze armate statunitensi). Cosa esattamente mandino in orbita per conto del Pentagono London non può dircelo, ma possiamo provare a indovinare, sapendo che i satelliti militari servono per comunicazioni sicure, geolocalizzazioni e attività di spionaggio.
E l’Europa? Il suo ruolo nel trasporto spaziale è a dir poco secondario. Il primo volo del razzo Ariane 6 è avvenuto nel 2024, in netto ritardo sulla tabella di marcia. Il razzo non è riutilizzabile e non può competere economicamente con quelli della SpaceX. Ma in Germania ci sono tre startup che vorrebbero cambiare la situazione: la Rocket Factory di Augusta, la HyImpulse di Neuenstadt am Kocher e la Isar Aerospace di Ottobrunn, vicino a Monaco. Quella che ha fatto i maggiori progressi è la Isar, che con il suo razzo Spectrum punta a portare piccoli carichi in orbite basse, proprio come l’Astra Space. Nel 2025 c’è stato il primo lancio, finito con uno schianto, mentre il secondo è stato rimandato più volte.
Le aziende europee non hanno bisogno di competere sui prezzi: devono solo garantire all’Unione europea una via d’accesso allo spazio indipendente dagli Stati Uniti e dalla Cina. Questa è la posizione della Commissione europea e dell’Esa. Questa aspirazione all’autonomia è il motivo per cui l’Europa manda in orbita un numero considerevole di carichi a spese dei contribuenti: per esempio il sistema di posizionamento Galileo (dal 2016) o il programma di osservazione della Terra Copernicus (dal 2014). Nel 2024 è stato approvato il prossimo megaprogetto europeo, il programma Iris: a partire dal 2030, 290 satelliti dovrebbero rendere possibili comunicazioni governative criptate e molto altro.
Ma c’è fermento anche lontano dalle rampe di lancio: un anno fa la startup OroraTech ha mandato in orbita otto satelliti delle dimensioni di una scatola di scarpe in grado di individuare in anticipo gli incendi boschivi. La Morpheus Space, invece, costruisce propulsori ionici elettrici per le manovre orbitali. Una startup francotedesca, la Exploration Company, sviluppa capsule spaziali riutilizzabili. L’azienda danese GomSpace costruisce microsatelliti per uso militare e commerciale, mentre la finlandese Iceye offre immagini radar satellitari. Nonostante tutta questa serie di esempi interessanti da un punto di vista tecnologico, l’Europa è ancora ben lontana dal dinamismo imprenditoriale statunitense.
I motivi sono due: da un lato abbiamo la frammentazione del settore aerospaziale europeo in una miriade di agenzie, programmi e aziende nazionali, ciascuno con i propri interessi, dall’altro la questione del capitale. Negli Stati Uniti la formula magica è venture capital: compagnie che raccolgono il denaro di fondi pensione, fondazioni e risparmiatori privati per poi investirlo in progetti ad alto rischio, ma ad alto potenziale di rendimento. Scommettono su idee che potrebbero fallire clamorosamente oppure cambiare il mondo.
London ha fondato la Astra grazie al venture capital, in parte messo a disposizione dal fondo Andreessen Horowitz, che in precedenza aveva scommesso anche su Facebook, mentre Bucknell della Virtus Solis è riuscito a convincere vari influenti investitori che fornire energia dallo spazio è un’idea promettente. Secondo il fondo newyorchese Space Capital, nel 2025 le startup spaziali statunitensi avrebbero raccolto complessivamente più di dodici miliardi di dollari, soprattutto da fondi di venture capital e grandi aziende.
“Non c’è nessun altro settore con un potenziale di crescita pari a quello dello spazio: grazie alle sue condizioni fisiche offre possibilità che sulla Terra non esistono”, sintetizza il blogger californiano Paul Holman, diventato lui stesso un venture capitalist. Ma in Europa i grandi investitori generalmente evitano di puntare sulle startup di hardware: è troppo rischioso, e si tratta spesso di settori in cui vige ancora un quasi-monopolio statale e sono difficilmente accessibili al capitale privato.
Anche la Cina è più avanti dell’Europa. Pechino ha aperto il settore aerospaziale ai privati nel 2014 e da allora le aziende aerospaziali cinesi hanno raccolto più di cinque miliardi di dollari. Come in altri settori dell’economia cinese, gli investitori principali restano i fondi industriali a guida statale e gli enti locali, ma il capitale privato è sempre più coinvolto. Il modello è quello di un’espansione gestita dallo stato e accelerata dai privati. In altri paesi asiatici, invece, nascono alternative di stampo puramente capitalista.
Accesso illimitato
Singapore, ottobre 2025. Nel centro congressi del complesso Marina Bay Sands si svolge la principale fiera del settore delle criptovalute: 25mila visitatori da più di 160 paesi distribuiti su cinque piani con vista sulla futuristica skyline. Tra gli stand più grandi ce n’è uno che espone satelliti fluttuanti, grafiche spaziali e una scritta bianca su fondo nero: “Spacecoin”.
Niente male per una startup che ha un solo satellite in orbita. Il suo fondatore Tae Oh, un 42enne di origini coreane, è un imprenditore esperto: aveva fondato un’azienda che consentiva pagamenti in criptovalute a chi non ha il conto in banca e una di microcrediti via smartphone. A un certo punto, però, si è reso conto che i suoi progetti avevano un target troppo ridotto: “Fuori dalle città la maggior parte della gente non ha nemmeno accesso a internet”. E così nel 2023 ha fondato la Spacecoin per mettere su una specie di blockchain spaziale: una serie di nanosatelliti che, al riparo dalle interferenze statali, possano garantire l’accesso a internet in aree dove Starlink costa troppo e le reti pubbliche sono sottoposte a censura. Per usarla basterà uno smartphone 5G.
Nel dicembre 2024 un razzo della SpaceX ha portato nello spazio il suo primo satellite. Sono previsti altri tre lanci. Certo, è un inizio piuttosto modesto: un solo satellite contro i diecimila di Starlink. Ma, grazie al crollo del costo dei lanci, scommesse di questo tipo sono diventate possibili. Ormai sono decine le aziende che stanno lavorando a idee simili, ispirate al principio “direct to device”: costano poco e non hanno bisogno di appositi ricevitori satellitari, perché collegano direttamente lo spazio con il cellulare.
Tutto questo – comunicazione, osservazione, spionaggio – i satelliti lo fanno da decenni. Ma ora è tutto più economico, piccolo e veloce. La vera novità, però, non è questa. Ora che arrivare in orbita costa così poco, alcune aziende stanno sviluppando idee nuove: vorrebbero lavorare e produrre direttamente nello spazio.
Cristalli purissimi
Mountain View, un’ora a sud di San Francisco. In uno spazio di coworking ci imbattiamo in un’altra idea apparentemente fantascientifica: la startup Astral Materials sviluppa forni spaziali per produrre cristalli semiconduttori ad altissimo livello di purezza, a ben 400 chilometri dalla Terra. Questi cristalli al momento sono il prodotto più ambito dell’ingegneria dei materiali: sono in grado di trasportare energia elettrica praticamente senza resistenze e senza produrre calore, il che li rende componenti fondamentali per i supercomputer per l’intelligenza artificiale.
La cofondatrice Jessica Frick ha 33 anni e un dottorato in chimica dei cristalli a Princeton. All’università di Stanford ha poi scoperto che a causa della forza di gravità e dell’inquinamento atmosferico i cristalli semiconduttori prodotti sulla Terra non raggiungono mai i livelli di purezza che sarebbero possibili in assenza di gravità. Aveva ricevuto l’autorizzazione a fare esperimenti sulla stazione spaziale internazionale, ma poi c’è stato un problema burocratico, così Frick ha scelto la strada dell’imprenditoria.
Per testare il forno spaziale Frick ha dovuto fare di tutto. Frick e il suo staff hanno comprato i biglietti per sé e per i forni nei cosiddetti voli parabolici, aerei in caduta libera simulano l’assenza di peso per venti secondi, e probabilmente voleranno entro la fine dell’anno. Per prepararsi a superare la nausea, Frick si è allenata andando in barca in pessime condizioni meteorologiche. Nei prossimi due anni sono previsti anche altri quattro viaggi orbitali.
Frick non è la sola che pensa di produrre tecnologia nello spazio. Alla fine del 2025 l’azienda britannica Space Forge ha creato per la prima volta del plasma in un satellite-fabbrica commerciale. L’idea è avviare una produzione spaziale di materiali destinati all’elettronica avanzata e alla tecnologia militare. Il fondo della Nato per l’innovazione ha già investito nel progetto.
Nel deserto australiano, invece, ogni tanto atterrano le capsule dell’azienda californiana Varda Space: riportano piccoli campioni di prodotti farmaceutici cristallizzati (per esempio un farmaco contro l’hiv) che dovrebbero essere più stabili ed efficaci degli equivalenti terrestri. Un’impresa impegnativa, ma secondo la Varda dovrebbe valerne la pena: presto, pensano, nello spazio si potranno produrre in serie farmaci da decine di migliaia di dollari al grammo.
E non sarebbe sensato spostare nello spazio anche quello che al momento è il settore in espansione per eccellenza, l’intelligenza artificiale (ia)? A gennaio, al Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera, si è discusso della “prossima corsa allo spazio”. L’Esa ha organizzato un evento, ma il pezzo forte è stato il videointervento di Elon Musk, che ha dichiarato: “È evidente che i centri dati a energia solare devono essere costruiti nello spazio. Quest’idea sarà realtà tra due o tre anni al massimo”. L’ia, infatti, ha bisogno di grandi quantità di energia elettrica e di un efficace sistema di raffreddamento: nello spazio il Sole splende ininterrottamente e il calore in eccesso può essere irradiato nel vuoto, senza bisogno di torri di raffreddamento, acqua e spese aggiuntive.
Per Musk alimentare visioni di questo tipo significa anche far aumentare il valore della SpaceX prima della sua quotazione in borsa. Non è il solo a pensarla così: nel 2025 la Starcloud, sostenuta dal produttore di chip Nvidia, ha addestrato un modello ia su un chip direttamente nello spazio e ha richiesto l’autorizzazione per 88mila satelliti.
Anche se attualmente sembra tutto ancora troppo costoso, i progressi di aziende come l’Astra e la SpaceX fanno sì che idee oggi apparentemente assurde diventino sempre più realistiche. Che si tratti di hotel in orbita, gigantesche vele solari per la produzione di energia o estrazione di materie prime dagli asteroidi, quello che ieri sembrava folle oggi comincia a essere preso in considerazione nei business plan.
Del resto, anche la storia di Musk è cominciata con un’idea che all’epoca sembrava troppo costosa. Scott Hubbard, 77 anni, ricorda il giorno in cui il giovane fisico si è presentato nel suo ufficio, nei primi anni duemila. Musk era un eccentrico imprenditore emergente con un progetto quasi poetico: voleva andare su Marte, piantare una rosa e dimostrare all’umanità che la vita sul pianeta rosso è possibile. Hubbard, che aveva sviluppato il programma della Nasa per Marte e gestiva il centro di ricerca dell’agenzia nella Silicon valley, lo aveva gentilmente riportato con i piedi per terra. “Gli ho consigliato di pensare a come rendere i viaggi nello spazio economicamente sostenibili sviluppando razzi affidabili”.
Il fisico ci riceve nella sua casa a Healdsburg, in California. Tiene in mano un modello del razzo Saturn-5 del 1969, simbolo dell’epoca in cui la conquista dello spazio era un affare di stato. Allora ogni dispositivo era un pezzo unico prodotto da aziende come la Lockheed.
◆ Di fronte all’aumento della concentrazione di detriti in orbita e del rischio di collisioni e incidenti, negli ultimi anni le autorità di diversi paesi hanno adottato norme che impongono alle aziende di far precipitare i satelliti dismessi verso la stratosfera in modo che siano disintegrati dall’attrito. In questo modo però i metalli di cui sono composti finiscono per inquinare gli strati alti dell’atmosfera. Uno studio pubblicato a febbraio su Nature avverte che queste sostanze possono accelerare la distruzione della fascia di ozono e favorire la condensazione del vapore e la formazione di nuvole che intrappolano il calore, contribuendo all’aumento delle temperature. Un altro problema è rappresentato dalle scie luminose dei satelliti, che interferiscono con le osservazioni astronomiche. Il fenomeno complica già in modo significativo il lavoro degli osservatori terrestri, ma secondo un altro studio uscito a dicembre del 2025 sempre su Nature i lanci previsti nei prossimi anni ostacoleranno anche i telescopi spaziali, rovinando gran parte delle immagini e rendendo più difficile fare nuove scoperte e individuare asteroidi diretti verso la Terra.
Musk ha seguito il consiglio di Hubbard a modo suo: invece di inventare un nuovo motore, ha chiesto ai suoi ingegneri di mettere insieme 33 motori di dimensioni compatte già collaudati e ha puntato tutto sulla produzione in serie, dando avvio alla rivoluzione industriale nello spazio. Con ogni startup che produce nello spazio, aumenta la domanda di razzi, il che alimenta la produzione in serie, abbattendo ulteriormente i costi di lancio. Per il momento la SpaceX domina il mercato, ma secondo Hubbard questo è solo l’inizio di un mercato senza regole: “Nello spazio non c’è nessuno che controlli, tutto è lecito”.
Proprio quest’assenza di regole sta diventando un problema: nessuno ripulisce uno spazio sempre più ingombro di rottami metallici. Ma adesso è spuntata un’azienda pronta a farlo.
Cestini a razzo
Sumida-ku, Tokyo. In questo quartiere pulitissimo anche i marciapiedi sembrano nuovi di zecca. Nobu Okada ci riceve indossando una specie di tuta da astronauta piena di medaglie, scusandosi perché non porta un completo. La sua azienda in rapida crescita si è appena trasferita in questo edificio di nuova costruzione, con i corridoi che sembrano usciti dal set di Star Trek: varchi circolari, pareti scintillanti, illuminazione futuristica. Perfino i cestini sono a forma di razzo.
Okada è nato nel 1973. A 15 anni ha incontrato il primo astronauta giapponese, Mamoru Mori, in uno space camp della Nasa. Molti anni dopo, quando era un imprenditore del settore informatico “in piena crisi di mezza età”, ha assistito ad alcune conferenze sullo spazio. Poi, nell’aprile del 2013, in una sala conferenze del Centro aerospaziale europeo di Darmstadt, ha sentito parlare per la prima volta del problema dei rifiuti spaziali: decine di migliaia di frammenti che orbitano a tutta velocità attorno alla Terra, alcuni delle dimensioni di un’autocisterna e altri di pochi centimetri, pericolosi per ogni nuovo satellite. Nessuno sapeva come risolvere la situazione, finché Okada ha deciso che ci avrebbe pensato lui. E così ha superato la sua crisi di mezza età.
Da una finestra panoramica del suo ufficio si vede la camera bianca: donne e uomini in tuta e mascherina armeggiano con le componenti di satelliti progettati per raggiungerne altri, ispezionarli, intercettarli e riportarli sulla Terra in modo controllato. Intercettare un veicolo che viaggia senza guida nel vuoto a 28mila chilometri orari è un’impresa talmente difficile da dare le vertigini.
Alla borsa di Tokyo, la Astroscale è quotata l’equivalente di 900 milioni di dollari. Ma è una valutazione basata sulla pura e semplice speranza: nell’ultimo anno, infatti, l’azienda ha fatturato appena 40 milioni di dollari, perdendo più del doppio di questa cifra. Tra agenzie aerospaziali e aziende satellitari, Okada ha già trovato clienti che pagano per servizi di manutenzione e rifornimento di carburante per i loro costosi satelliti, ma ancora non si trova nessuno disposto a pagare per il bene della collettività, e cioè per la rimozione della spazzatura spaziale.
Okada, però, scommette sul fatto che senza lo smaltimento dei rifiuti l’economia aerospaziale non riuscirà a crescere quanto potrebbe. Perciò ritiene imminente l’approvazione di nuovi regolamenti che renderanno molto preziosi i servizi offerti dalla sua azienda. Secondo lo Space surveillance system statunitense, già oggi viene lanciato un allarme collisione ogni due minuti, e le manovre per evitare gli impatti consumano carburante. Effettivamente, gli Stati Uniti e l’Europa cominciano a chiedere alle loro aziende di impegnarsi per eliminare i detriti a fine missione.
Con Marie Kondo il Giappone ci ha insegnato a mantenere l’ordine in casa. Con Odaka riuscirà a regalarci uno spazio pulito? “Che la mia tecnologia funzioni è dimostrato”, risponde lui. “E ora i prezzi sono abbordabili”. ◆ sk
◆ Le foto di questo articolo fanno parte del progetto Ground truth: Corona landmarks, dei fotografi statunitensi Julie Anand e Damon Sauer. Mostrano le strutture di cemento di quasi venti metri di diametro costruite negli anni sessanta nel deserto di Sonora, in Arizona, per calibrare i satelliti spia del progetto segreto Corona, gestito dalla Cia e dall’aeronautica militare, che produsse le prime mappe satellitari. Sulle immagini sono sovrapposte le traiettorie dei satelliti in orbita sulla zona al momento dello scatto, rilevate attraverso un’applicazione per il tracciamento.
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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 66. Compra questo numero | Abbonati