Ryozo Kotoge dovrebbe essere morto da 75 anni. Faceva parte della shinpū tokkōtai, l’unità speciale dell’aviazione giapponese che chiedeva ai suoi piloti di schiantarsi con i loro aerei contro il nemico per annientarlo, e il 10 agosto del 1945 ricevette l’ordine di prepararsi. Doveva sacrificare la sua vita per il Giappone. Il giorno prima, dalla base aerea della città di Isahaya Kotoge aveva visto gli americani sganciare la seconda bomba atomica, quella che distrusse Nagasaki. Aveva già sperimentato l’onda d’urto di una forte esplosione, eppure non aveva paura. Aspettava solo il furgone che l’avrebbe portato verso la sua ultima missione. Ma il camion non arrivò mai.

Ryozo Kotoge, originario di Takayama, nella prefettura di Gifu, oggi ha 93 anni ed è un uomo allegro. La sua voce è diventata un po’ tremolante con il passare degli anni. Fino a poco tempo fa andava ancora nelle scuole a raccontare la guerra: per lui è importante che i giovani apprezzino il valore della pace. Ormai però quegli incontri lo stancano troppo. Continua a trasmettere la sua storia in altri modi. Anche se, nel nostro caso, per farlo deve fissare la videocamera di uno smart­phone. Se parlasse di persona con un giornalista di Tokyo, dovrebbe far passare due settimane per rientrare nella sua casa di cura. È una misura precauzionale dovuta alla pandemia di covid-19. Parlare con Kotoge offre la rarissima opportunità di ascoltare un sopravvissuto a un evento sconvolgente. All’estero, i combattenti della shinpū tokkōtai sono noti come “piloti kamikaze” o “piloti suicidi”. Il viceammiraglio Ōnishi Takijirō fondò questa unità della marina imperiale nel 1944, alla fine della seconda guerra mondiale, come ultimo atto di resistenza di un esercito ormai già irrimediabilmente indebolito. Più di 3.800 piloti persero la vita così, fedeli alla lezione tramandata dai samurai: morire è più onorevole che arrendersi. Kotoge doveva essere uno di loro.

Vederli come un gruppo di nazionalisti disposti ad abbracciare con gioia una morte eroica per strappare la vita al nemico è troppo semplicistico. Le pressioni sociali e l’educazione contribuirono a convincere molti giovani a scegliere questa strada.

Il libro La vera storia dei kamikaze giapponesi, pubblicato nel 2006 dall’antropologa Emiko Ohnuki-Tierney, racconta che molti piloti nella loro testa facevano fatica ad accettare quel destino ineluttabile. Anche gli ultimi sopravvissuti danno versioni molto diverse.

Ryozo Kotoge invece era convinto della sua scelta. E lo è tuttora. I cinesi e i coreani, che subirono l’oppressione delle truppe dell’impero giapponese durante la guerra e l’occupazione, probabilmente sarebbero stati in difficoltà con quel codice morale.

Ma è così che la sua vita è stata plasmata, fin dall’inizio. Nel giugno del 1943, quando aveva sedici anni e andava ancora a scuola, voleva diventare soldato come i suoi due fratelli maggiori. Si candidò come apprendista pilota nella marina. A ottobre entrò a far parte dell’aviazione navale a Matsuyama, nella prefettura di Ehime. “Se sei un uomo ti arruoli nell’esercito o nella marina per servire il tuo paese: era questa la convinzione dominante in quel periodo”, racconta Ryozo Kotoge.

Orgoglio e pentimento

Quest’uomo anziano sopravvissuto alla guerra è un narratore oggettivo. Non c’è ostilità, nessuna tensione drammatica. Nel suo racconto le esperienze dell’ultima fase della guerra si susseguono rapidamente. Il trasferimento a Taiwan, gli attacchi degli statunitensi, la morte di alcuni compagni. A un certo punto prese la malaria e rimase in cura all’ospedale della marina militare per un mese. “Fu patetico”, commenta. A causa della malattia all’inizio fu escluso dalla squadra di piloti kamikaze. “In un certo senso è proprio grazie alla malaria se sono ancora vivo”, dice Kotoge.

Biografia

1927 Nasce a Takayama, in Giappone.

1943 Entra nell’aviazione giapponese.

1945 La missione suicida che gli era stata assegnata viene cancellata all’ultimo momento.

1948 Diventa funzionario della prefettura di Gifu, il lavoro che farà fino alla pensione.


Ancora oggi in lui convivono sentimenti diversi: orgoglio, pentimento, gratitudine. Ogni giorno recita un sutra, un insegnamento buddista, come ringraziamento per essere riuscito a invecchiare. Ma al tempo stesso essere sopravvissuto è come aver violato degli obblighi del servizio militare.

Quando parla del giorno in cui doveva svolgersi la sua missione suicida è molto duro con se stesso. “Il 10 agosto, alle quattro del mattino, fui convocato”, racconta. “Pensai a mia madre e piansi un po’. Ma poi mi ricordai che lo facevo per il mio paese, e così tornai in me”. Paura? Una parola che non pronuncia. “Eravamo determinati”, dice, raccontando come lui e gli altri si erano preparati. Avevano indossato la biancheria pulita e le loro uniformi, piegato e raccolto ordinatamente le altre cose. In quelle ore, che consideravano le ultime della loro vita, i soldati dovevano restare calmi e concentrati.

A un certo punto fu chiaro che il furgone non sarebbe più arrivato. “I superiori sapevano che il Giappone andava incontro a una sconfitta certa. Non vollero farci morire per nulla”, dice. Gli chiedo se si sentì sollevato quando non arrivò nessuno a prenderli. “No”, risponde secco. Cinque giorni dopo, Kotoge e gli altri soldati sentirono alla radio la dichiarazione di resa dell’imperatore Hirohito.

“Piansero tutti”, ricorda Ryozo Kotoge. “Provai una strana sensazione nell’essere ancora vivo mentre molti erano già morti”.

Poco dopo si mise in viaggio verso la casa dai genitori a Takayama. Ricorda che a un certo punto il treno si fermò a Hiroshima, la città su cui il 6 agosto gli statunitensi avevano sganciato la prima bomba atomica. Quando aprì il finestrino, c’era odore di cadaveri bruciati. Vide che veniva versato dell’olio sui corpi senza vita. Kotoge ci tiene a ripetere il numero di morti delle due bombe atomiche: più di 210mila persone. “Ancora oggi pensarci mi rende triste”, aggiunge. I suoi genitori furono felici di vederlo vivo. “Mio padre aveva rivolto una preghiera alla luna”, racconta.

Niente di speciale

Seguirono alcuni anni di povertà. Poi nel 1948 diventò funzionario nella prefettura di Gifu. Ha lavorato lì per quarant’anni, si è sposato ed è diventato padre, e poi nonno. Sua moglie è morta 23 anni fa.

A Taiwan è tornato due volte per visitare i luoghi della guerra con alcuni ex commilitoni. E per il resto? Cosa è successo in questi 75 anni che ha ottenuto in sorte perché una missione suicida fu cancellata? “Niente di speciale”, dice Ryozo Kotoge. Preferisce parlare della guerra che della pace. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1382 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati