Il movimento di studenti segna il tramonto della politica del presidente Emmanuel Macron. I ragazzi e le ragazze chiedono una cosa semplice: risorse per formarsi e accedere a un’istruzione di qualità. Nel fare questo, puntano il dito contro quello che è probabilmente il fallimento più palese del governo in carica: una riduzione catastrofica e senza precedenti della spesa per studente, calata del 20 per cento dal 2017.

Con una buona dose di malafede, ogni tanto il governo si mette a sbandierare che il bilancio nominale dell’istruzione superiore è aumentato da 13,3 miliardi a 15,5 miliardi di euro tra il 2017 e il 2026 (un aumento del 17 per cento). È vero, peccato che nello stesso periodo l’inflazione è stata del 22 per cento, quindi lo stanziamento in realtà è diminuito del 5 per cento in termini reali. Aggiungiamo che il numero di studenti è passato da 2,6 milioni a più di tre milioni, cioè un aumento del 15 per cento. Conclusione: la quota stanziata per studente è diminuita di circa il 20 per cento.

Concretamente, questo significa che centinaia di migliaia di giovani hanno lavorato duramente per ottenere il diploma di maturità ma non è stato previsto niente per accoglierli nel sistema di istruzione superiore (in Francia la formazione dopo il diploma prevede non solo l’università, ma anche scuole professionalizzanti, istituti di specializzazione e altro). In particolare, il numero di diplomati usciti dagli istituti tecnici e professionali è aumentato notevolmente, ma i posti negli istituti universitari a indirizzo tecnico-professionale (Iut o Bts) non sono cresciuti altrettanto, così in molti si ritrovano assegnati a percorsi universitari sovraffollati e meno costosi, spesso inadeguati alle loro necessità e alle loro aspirazioni. Lo spreco umano ed economico è gigantesco, ed è il riflesso di un’idea profondamente diseguale e gerarchica del mondo. Per i macroniani la prosperità dei paesi dipende da una piccola minoranza di innovatori geniali e pionieri, gli altri sono pregati di attendere saggiamente che le ricchezze scendano a valle.

Ciliegina sulla torta: la carenza di posti nell’istruzione superiore è stata gestita in modo per niente trasparente, con un algoritmo incomprensibile (la piattaforma Parcoursup), nonostante gli appelli ripetuti di studenti, famiglie, insegnanti e ricercatori che chiedevano di cambiare il sistema. Tutto questo è avvenuto in un contesto segnato dal fallimento della riforma dei diplomi introdotta nel 2019 (con una scelta degli indirizzi più complessa, con effetti imprevedibili sul percorso successivo e orari pieni di buchi) e dalle disuguaglianze strutturali tra ter­ritori.

Disuguaglianze di classe

Il lavoro svolto dalla ricercatrice Asma Benheda a partire dalle buste paga mostra che la proporzione di insegnanti precari o a inizio carriera è appena del 10 per cento nei territori più privilegiati (Parigi e Hauts-de-Seine), mentre raggiunge il 50 per cento nei dipartimenti più poveri (come Seine-Saint-Denis e Val-de-Marne). Qui il salario medio nella scuola secondaria è in media del 20 per cento inferiore rispetto a zone più ricche, anche considerando le (magre) indennità versate a chi lavora nella cosiddetta educazione prioritaria, cioè nelle aree socialmente più svantaggiate.

Quando il ministro dell’istruzione Édouard Geffray fa il giro delle trasmissioni televisive dichiarando che la Seine-Saint-Denis dispone di più risorse di Parigi, prendendo in considerazione solo la dimensione delle classi e ignorando del tutto il divario di retribuzione degli insegnanti, non fa onore al suo ruolo. La realtà è che le regioni svantaggiate hanno classi (poco) meno affollate e insegnanti (molto) meno formati ed esperti. Non è detto che in questo scambio finiscano per guadagnarci qualcosa.

Per giustificare le scarse risorse destinate all’istruzione, e in particolare la riduzione della spesa per studente, il governo e i suoi sostenitori spiegano che la Francia non ha i mezzi per investire di più. Nel dirlo commettono un doppio errore logico.

È vero che il debito pubblico è passato dal 20 per cento del pil nel 1970 al 120 per cento di oggi. Ma nello stesso periodo i patrimoni privati sono aumentati molto di più, passando dal 300 per cento al 600 per cento del pil, con una concentrazione estrema nei grandi patrimoni finanziari. In altre parole, il patrimonio nazionale della Francia – somma del patrimonio pubblico e privato, al netto dei debiti pubblici e privati – non è mai stato così alto, non solo in termini assoluti, ma anche in percentuale del pil (che a sua volta non è mai stato così alto).

Errori storici

In altre parole ancora, la Francia non è mai stata così ricca: il problema da affrontare è solo una questione di redistribuzione. La situazione era molto più difficile nel 1945, quando il debito pubblico era più alto di oggi e i patrimoni privati erano dissanguati. Questo non impedì l’introduzione di un’imposta di solidarietà nazionale con aliquote di diverse decine di punti percentuali sui grandi patrimoni, che se applicata oggi potrebbe fruttare molto di più. Quelli che ripetono all’infinito che da queste politiche non verrebbe niente di concreto hanno decisamente un brutto rapporto con l’aritmetica, oltre che con la storia.

Il secondo errore è più grave. Tutti sanno che la spesa per istruzione e sanità aumenterà più velocemente del pil nei prossimi decenni. Alcuni sembrano pensare che si potrà finanziare con la spesa privata. Tuttavia, tutti gli elementi storici e comparativi che abbiamo a disposizione indicano al contrario che i settori pubblico, associativo e non profit producono risultati migliori rispetto alla logica capitalistica classica in molti settori, e in particolare nell’istruzione e nella sanità. Reinvestire oggi in questi settori non è solo una questione di uguaglianza tra territori e classi sociali. È anche una sfida centrale per fare un passo in più verso la demercificazione dell’economia, ma anche per costruire un altro modello di sviluppo.

Speriamo che la mobilitazione in corso contribuisca a mettere questi temi al centro delle prossime scadenze eletto­rali. ◆ fdl

Thomas Piketty _ è un economista francese. Dirige l’École des hautes études en sciences sociales di Parigi._

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Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati