L’Escuela de mecánica de la armada (Esma) è sempre stata un simbolo. Come centro di detenzione clandestino durante la dittatura militare (1976-1983) non è stata più cruenta di Campo de mayo, nella zona settentrionale della provincia di Buenos Aires, della Perla di Córdoba o di tanti altri. Ma per diverse ragioni il suo impatto simbolico è enorme. Lo stesso vale per i processi che la riguardano.

Nel 2011 sedici militari dell’Esma furono condannati e due furono assolti. Per molti argentini quella prima sentenza significò la certezza che i responsabili della repressione sarebbero stati giudicati. Qualcosa di simile è successo il 29 novembre, con le condanne di Alfredo Astiz e dei suoi colleghi e capi della banda dell’Esma.

Buenos Aires, 29 novembre 2017. Durante la sentenza del processo Esma (Javier Gonzalez Toledo, Afp/Getty Images)

È stato il processo più lungo e più grande della storia argentina: le udienze sono durate cinque anni e un giorno, e hanno coinvolto 54 imputati e 789 vittime. Nonostante il clima politico avverso e alcuni precedenti preoccupanti del recente passato, 29 militari sono stati condannati all’ergastolo, 19 hanno avuto pene dagli otto ai venticinque anni e sei sono stati assolti. È stata la prima volta che in Argentina sono stati condannati i piloti dei “voli della morte” (Adolfo Scilingo, che ne aveva parlato pubblicamente al giornalista Horacio Verbitsky, è stato processato in Spagna). Il “volo” è un crimine di cui non ci sono testimoni, perché serviva a far scomparire per sempre le vittime, anche se il mare restituì alcuni corpi. Grazie al lavoro della giornalista e sopravvissuta dell’Esma Miriam Lewin e dell’unità della procura per i reati di lesa umanità è stato possibile identificare l’aereo Skyvan usato dai piloti Mario Daniel Arrú e Alejandro Domingo D’Agostino.

La sentenza è stata seguita in strada, vicino al tribunale di Comodoro Py, a Buenos Aires. All’esterno del tribunale si sentiva dire “dovunque andrete, noi vi troveremo”. Una giornalista francese si è avvicinata a un gruppo che parlava a una certa distanza dagli altri. “Perché siete qui oggi?”, ha chiesto. Rufino Almeida, un sopravvissuto del centro clandestino El Banco, il padre Paco e Graciela Daleo, sopravvissuta dell’Esma, si sono scambiati uno sguardo sorpreso: non sapevano da dove cominciare.

Daleo è la memoria vivente dell’Esma: testimone dal giorno zero, voce dei desaparecidos e promotrice dei processi contro i torturatori. “Eravamo convinti che ci avrebbero ucciso, ma speravamo anche di sopravvivere e ci dicevamo che, se fossimo sopravvissuti, avremmo fatto il possibile affinché i criminali pagassero. Non siamo solo dei sopravvissuti: ci hanno sequestrato perché lottavamo”, ha detto alla giornalista francese. Poi le ha spiegato che i processi per i crimini della dittatura fanno parte di una lotta più globale, e che la democrazia non è possibile se c’è impunità.

Società civile

La giustizia non è mai completa. Ci sono legami spezzati per sempre e figli di desaparecidos che furono affidati a famiglie di militari e ancora oggi non conoscono la loro identità. Inoltre, alcune pene comminate sono molto lievi e, giustamente, provocano l’indignazione di molte persone. I piloti che hanno confessato di aver partecipato ai voli sono stati assolti. Come Julio Poch, che aveva parlato dei suoi crimini ai colleghi di una compagnia aerea olandese e, dopo la sentenza, è tornato a casa. Probabilmente il tribunale ha ritenuto che non ci fossero prove sufficienti sulla partecipazione di alcuni piloti, pur confermando l’esistenza dei voli come metodo del terrorismo di stato.

La giustizia è sempre parziale, ma in alcuni casi lo è di più. Negli ultimi mesi varie cause sui crimini della dittatura si sono chiuse con sentenze inquietanti, in linea con la volontà del governo, espressa per esempio dalla deputata Elisa Carrió, di distinguere tra i “torturatori diretti” e i “giovani militari che non potevano capire” la gravità delle loro azioni. Le condanne lievi e le assoluzioni confermano che questi processi sono ben lontani dalla “vendetta” di cui parlano i militari coinvolti e qualche funzionario del governo. Ma le condanne e l’esistenza dei processi dimostrano che la perseveranza degli attivisti, dei familiari delle vittime e dei sopravvissuti dà i suoi frutti. È fondamentale il sostegno della società civile e di chi crede che la democrazia non si possa costruire con l’impunità. La sentenza del 29 novembre è stata possibile anche grazie a loro. ◆ _ fr_

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Questo articolo è uscito sul numero 1234 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati