Perché il presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko sta deliberatamente portando alle estreme conseguenze la crisi al confine con la Polonia? La prima risposta che viene in mente è per vendicarsi dell’Unione europea per le sanzioni imposte dopo la repressione delle proteste nel 2020 o costringerla al dialogo. Ma a ben guardare non ha senso. Al confine sono intrappolati circa cinquemila migranti, e altri dodicimila si trovano in Bielorussia. Anche se le autorità polacche li lasciassero passare, l’Unione europea non se ne accorgerebbe neanche, abituata a gestire flussi molto più grandi. Difficilmente una cifra così esigua provocherebbe una nuova crisi migratoria. Inoltre la maggioranza sarebbe rimandata in Iraq, che è già pronto ad accoglierli.

La seconda risposta è che il regime bielorusso ci vuole guadagnare, ma anche questa è sbagliata. Il costo del viaggio per entrare in Europa attraverso la Bielorussia parte da 2.600 dollari a persona. La maggior parte di questi soldi però finisce nelle tasche di chi gestisce il traffico. Inoltre gli appartenenti alla cerchia di Lukašenko sono già ricchissimi, e queste cifre sono al di sotto dei loro standard. Infine, ogni giornata di tensione al confine costa un sacco di soldi a Minsk. I migranti hanno sborsato i loro sudati risparmi una volta sola, ma il regime bielorusso sostiene i costi del conflitto giorno dopo giorno.

Bisogna quindi concludere che le azioni di Lukašenko sono completamente prive di senso? Purtroppo no: “l’ultimo dittatore d’Europa” non è affatto pazzo. Le azioni dell’apparato di sicurezza bielorusso suggeriscono che per Lukašenko è molto importante alimentare costantemente la tensione al confine. Il presidente sembra aspettare che la Polonia si renda responsabile del primo spargimento di sangue. Ci sono molti modi per provocare una risposta armata dell’esercito polacco, per esempio continuare a spingere i migranti verso il filo spinato finché un soldato non perderà il controllo e aprirà il fuoco. Se la pressione andrà avanti abbastanza a lungo, prima o poi succederà. Esistono anche metodi più radicali, come fornire armi ai migranti diretti alla frontiera. In questo caso, però, gli spari sarebbero per legittima difesa. Allora si potrebbero girare dei video per smascherare i “veri colpevoli”, mostrando delle persone in passamontagna, ma con le mostrine polacche sull’uniforme, che consegnano ai migranti casse di fucili. In fin dei conti, anche questo potrebbe essere considerato un atto di aggressione.

A quel punto Lukašenko chiederebbe immediatamente sostegno militare alla Russia e all’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (Csto), l’alleanza difensiva degli stati post-sovietici. Gli aerei militari russi stanno già sorvolando l’area al confine tra Bielorussia e Polonia, mostrando la determinazione di Mosca a “difendere il popolo bielorusso”. Il resto è facile da prevedere. In Bielorussia sarebbe introdotta la legge marziale, le truppe russe entrerebbero nel paese con il valido pretesto di aiutare a respingere l’aggressione europea e difendere i confini dello stato alleato. Ciò significherebbe l’effettiva cessazione della sovranità della Bielorussia, che resterebbe formalmente sotto la guida di Lukašenko.

Ma perché impelagarsi in una faccenda così complicata? Perché invece Lukašenko non firma subito un accordo per l’ingresso della Repubblica di Bielorussia nella Federazione russa? Ora più che mai, è ovvio che il suo regime non può sopravvivere senza l’aiuto di Mosca. Le sue risorse non bastano più e il peso delle sanzioni è destinato ad aumentare. Negli ultimi mesi Lukašenko ha incontrato più volte Putin a porte chiuse per discutere della stessa questione: come far diventare la Bielorussia una parte della Russia, ottenendo la garanzia di rimanere a vita alla guida del paese e non essere costretto all’esilio.

Occupazione graduale

Ovviamente, se si limitasse ad annunciare l’ingresso della Bielorussia nella Federazione russa, la posizione di Lukašenko sarebbe precaria. Diventerebbe un semplice funzionario russo, e questo non gli darebbe alcuna garanzia di incolumità. Putin potrebbe sostituirlo in qualsiasi momento o addirittura metterlo alla sbarra. Il popolo bielorusso tornerebbe in piazza, e stavolta non per difendere la democrazia, ma l’indipendenza del paese. Questa ipotesi, quindi, non conviene né a Minsk né a Mosca. Un’altra soluzione prevede invece un’occupazione graduale, con l’adozione del rublo russo e il dispiegamento di un limitato contingente militare.

Cosa succederà se la provocazione al confine polacco otterrà il suo effetto e la fanteria russa entrerà temporaneamente nella Repubblica di Bielorussia? In quel caso il conflitto sarebbe congelato, secondo uno schema già visto. La Russia acquisirebbe di fatto il controllo sulla Bielorussia. L’integrazione militare sarebbe seguita da quella delle istituzioni civili. Le elezioni potrebbero essere abolite del tutto, oppure si svolgerebbero sotto la sorveglianza dei “cosmonauti” russi (gli agenti delle unità antiterrorismo).

In questo caso, Lukašenko diventerebbe praticamente insostituibile per Putin, perché la legittimità della presenza russa dipenderebbe dal suo consenso. Il suo ruolo nella Bielorussia occupata potrebbe essere paragonato a quello di Bashar al Assad in Siria. Ovviamente Lukašenko dovrebbe eseguire gli ordini di Putin, altrimenti rischierebbe di fare la fine del presidente afgano Hafizullah Amin nel 1979. Ma restare presidente, per quanto fantoccio, è sempre meglio che essere rovesciato da un colpo di stato.

Non bisogna dare Lukašenko per spacciato troppo presto. È probabile che speri ancora di poter mettere l’Unione europea e la Russia una contro l’altra e restare in disparte, impedendo la completa occupazione della Bielorussia. Ottenere la mediazione russa nei rapporti con l’Unione europea è l’obiettivo principale di Lukašenko. Solo che ora la partita non si gioca con le solite pedine, come la minaccia di una “rivoluzione colorata” e dell’ingresso della Bielorussia nell’Unione europea e nella Nato. In gioco ci sono gli interessi economici dei suoi vicini orientali e occidentali. Per gli uni e per gli altri i collegamenti attraverso la Bielorussia hanno un’importanza fondamentale. La chiusura del confine e l’interruzione del transito delle merci e degli idrocarburi danneggerebbero tutti, e sarà su questo punto che Lukašenko concentrerà le sue minacce. Il Cremlino rischia di diventare un ostaggio in Bielorussia, proprio come è già successo nel Caucaso settentrionale. ◆ ab

Questo articolo è uscito sul numero 1436 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati