Quando le forze del presidente siriano Bashar al Assad hanno distrutto e preso il controllo della mia città, Aleppo, i suoi abitanti, compresa la mia famiglia, sono stati costretti a scappare verso la provincia di Idlib, nel nordovest del paese. Lo stesso è successo dopo ogni attacco del regime contro le città e i villaggi che sfuggivano al suo controllo. Idlib è diventata un rifugio per quasi quattro milioni di persone.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, da dicembre i bombardamenti del regime e dei suoi alleati russi e una devastante offensiva sul terreno hanno costretto più di mezzo milione di persone a fuggire da Idlib. Nelle ultime settimane gli attacchi contro i civili intrappolati nella regione si sono intensificati. I Caschi bianchi, un gruppo di difesa civile, a gennaio hanno documentato 6.600 attacchi, che hanno ucciso 208 persone.

Faccio la regista e sto viaggiando negli Stati Uniti per lavoro. Guardo le notizie dalla Siria sul telefono. C’è un’immagine che compare ripetutamente: una strada dritta che si allunga fino all’orizzonte, piena di auto e camion carichi di famiglie in fuga dalla città di Maarat al Numan, nel sud della provincia di Idlib. Maarat al Numan è l’ultimo luogo trasformato in una città fantasma dalle bombe russe e del regime, che hanno costretto 110mila persone a lasciare le loro case.

La maggior parte di queste famiglie è in fuga per la seconda, terza o quarta volta. Come per la mia famiglia, le loro case di origine erano in luoghi che forse avete visto nei titoli di giornale: Aleppo, Duma, Ghuta, Homs. In ognuno di questi posti le forze di Assad e dei suoi alleati iraniani e russi hanno commesso un massacro. I sopravvissuti avevano cercato rifugio a Idlib. Ora sono di nuovo in movimento. Secondo l’Unicef la scorsa settimana più di 6.500 bambini sono stati costretti a lasciare Idlib ogni giorno.

Il dovere dei sopravvissuti

Su un treno da Washington a New York, fissavo le immagini di madri in fuga da Idlib sui carri bestiame. Ho letto che stanno chiudendo il confine turco, mentre i russi e i siriani attaccano senza sosta.

Le immagini dell’esodo da Idlib mi riportano a tre anni fa quando, in una di quelle auto, sono stata costretta a lasciare casa mia ad Aleppo. Il mio corpo ricorda il freddo e il dolore di quel viaggio. La sensazione di stringere mia figlia, Sama, in grembo e di provare a tenerla al caldo. Avevo in mano una scatola di fagioli e gliene davo uno alla volta. Sintonizzavo la radio della macchina, alla disperata ricerca di notizie sulle evacuazioni mentre lasciavamo la mia amata Aleppo per l’ultima volta.

Scorro gli infiniti aggiornamenti da Idlib: un video di 15 secondi dell’ospedale di Ariha colpito da un aereo russo; il figlio di un soccorritore dei Caschi bianchi che implora di poter vedere il corpo di suo padre; un altro volontario in lacrime dopo aver trovato suo figlio sotto le macerie.

Nell’ultima settimana ho incontrato esponenti della camera e del senato statunitensi. Ogni volta ho solo pochi minuti per spiegare quello che sta succedendo a Idlib. Gli dico tutto, e sembra niente. Non credo che cambierà qualcosa. Il popolo siriano è stato abbandonato. Alcuni politici e funzionari dell’Onu sperano che la violenza finirà. Altri mi dicono che non possono fare niente.

Negli ultimi nove anni noi siriani siamo stati uccisi in tutti i modi possibili: barili bomba, bombardamenti, armi da fuoco, armi chimiche, torture, fame.

Ma penso che l’uccisione peggiore sia quella che avviene nel silenzio, per questo continuo a raccontare le nostre storie. È mio dovere, mia responsabilità in quanto donna sopravvissuta. Questo è il destino di quelli che sono scampati: ripetere all’infinito le nostre storie e raccontare le storie degli altri che sono ancora in Siria.

Quando vivevo sotto l’assedio di Aleppo pensavo che sarei stata uccisa con mia figlia. Ero ossessionata dall’idea che se non potevo salvarmi almeno dovevo salvare la storia di quello che stava succedendo. Filmavo tutto, così che un giorno la gente potesse essere testimone dei crimini commessi nella mia città e tutti quei bambini non sarebbero morti nel silenzio. Sono sopravvissuta e ho fatto un film.

Nei prossimi anni spero che altre donne siriane facciano dei film per raccontare le storie che devono essere raccontate, perché ogni famiglia ha affrontato la sua odissea. Spero che facciano dei film su quello che il mondo ha fatto in questa guerra: gli incontri a migliaia di chilometri di distanza dalla Siria nei quali è stato deciso che saremmo stati lasciati a morire. Su come la Russia ha testato le sue nuove armi sulle nostre case, sulle nostre scuole e sui nostri ospedali.

Spero anche che racconteranno la storia del nostro grandioso ritorno. Perché tutto quello che mi resta è la speranza che le nostre storie abbiano un senso, e che quegli slogan di libertà e democrazia che abbiamo scritto sui muri di Aleppo possano un giorno realizzarsi.

Il 4 febbraio un attacco aereo russo ha distrutto un ospedale a Sarmin, una città nella regione di Idlib. Conosco il terrore di trovarsi in un ospedale sotto attacco; riesco ancora a sentire l’odore di sangue e di fumo, sento ancora il suono delle bombe che cadono, sento ancora il pavimento che trema. Penso ai medici che si affanneranno a fare il possibile per salvare vite.

Scorro Facebook, dove i giornalisti locali pubblicano le immagini del dopo. Non hanno rinunciato a mostrare al mondo quello che sta succedendo a Idlib. Mi chiedo quanti dei politici che ho incontrato possono dire di non aver rinunciato. ◆ fd

Siamo stati lasciati soli di fronte alla morte. Negli ultimi nove anni noi siriani siamo stati uccisi in tutti i modi possibili: barili bomba, bombardamenti, armi da fuoco, armi chimiche, torture, fame. Ma penso che l’uccisione peggiore sia quella che avviene nel silenzio, per questo continuo a raccontare le nostre storie. È mio dovere, mia responsabilità in quanto donna sopravvissuta. Questo è il destino di quelli che sono scampati: ripetere all’infinito le nostre storie e raccontare le storie degli altri che sono ancora in Siria. Quando vivevo sotto l’assedio di Aleppo pensavo che sarei stata uccisa con mia figlia. Ero ossessionata dall’idea che se non potevo salvarmi almeno dovevo salvare la storia di quello che stava succedendo. Filmavo tutto, così che un giorno la gente potesse essere testimone dei crimini commessi nella mia città e tutti quei bambini non sarebbero morti nel silenzio. Sono sopravvissuta e ho fatto un film. Nei prossimi anni spero che altre donne siriane facciano dei film per raccontare le storie che devono essere raccontate, perché ogni famiglia ha affrontato la sua odissea. Spero che facciano dei film su quello che il mondo ha fatto in questa guerra: gli incontri a migliaia di chilometri di distanza dalla Siria nei quali è stato deciso che saremmo stati lasciati a morire. Su come la Russia ha testato le sue nuove armi sulle nostre case, sulle nostre scuole e sui nostri ospedali. Spero anche che racconteranno la storia del nostro grandioso ritorno. Perché tutto quello che mi resta è la speranza che le nostre storie abbiano un senso, e che quegli slogan di libertà e democrazia che abbiamo scritto sui muri di Aleppo possano un giorno realizzarsi. Il 4 febbraio un attacco aereo russo ha distrutto un ospedale a Sarmin, una città nella regione di Idlib. Conosco il terrore di trovarsi in un ospedale sotto attacco; riesco ancora a sentire l’odore di sangue e di fumo, sento ancora il suono delle bombe che cadono, sento ancora il pavimento che trema. Penso ai medici che si affanneranno a fare il possibile per salvare vite. Scorro Facebook, dove i giornalisti locali pubblicano le immagini del dopo. Non hanno rinunciato a mostrare al mondo quello che sta succedendo a Idlib. Mi chiedo quanti dei politici che ho incontrato possono dire di non aver rinunciato. ◆ fd

Waad al Kateab è la regista del documentario Alla mia piccola Sama, candidato agli Oscar 2020 come miglior documentario.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1345 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati