Thailandia
Non è un buon segno quando “rivoluzione francese” finisce in cima alle parole più cercate su internet, in un periodo in cui l’economia è in profondo rosso. Succede nella Thailandia del 2020, dov’è in corso una rivolta contro il re più ricco del pianeta. Per i manifestanti la Bastiglia da prendere d’assalto è l’Ufficio per le proprietà della corona, che ha sede in un grande palazzo in stile ottocento europeo a Dusit, il quartiere istituzionale di Bangkok. Non potendo scavalcare il muro che circonda l’edificio, i manifestanti hanno ripiegato sulla Siam commercial bank, di cui re Rama V è azionista di maggioranza, con il 23,4 per cento delle azioni.
I dirigenti del più importante ente finanziario tailandese staranno odiando il 2020. Quest’ultima ondata di proteste, in cui si chiedono anche le dimissioni del primo ministro Prayuth Chan-o-cha, è un problema per l’economia del paese.
Non verseremo una lacrima per Prayuth, capo di una giunta militare. Da quando hanno preso il potere nel 2014, lui e i suoi uomini si sono dimostrati incapaci di governare. Prayuth diceva di voler ripristinare l’ordine dopo anni di caos politico così da consentire al paese di progredire, ma i tailandesi hanno visto troppo caos e pochissimo progresso. Il governo bada più a vietare ai cittadini il saluto con le tre dita ripreso dalla saga di Hunger games e simbolo della rivolta, che ad alzare gli standard di vita. Si preoccupa più dei selfie di protesta postati su Instagram dai ventenni che dell’economia. Sentendosi assediato, darà la priorità alle questioni di ordine pubblico e rimanderà le riforme necessarie per garantire una crescita nei prossimi dieci anni.
La Thailandia sarebbe stata più preparata davanti al covid-19 se Prayuth e i suoi avessero fatto le riforme promesse. Oggi le esportazioni e il turismo, che rappresentano il 70 per cento del pil del paese, arrancano. A questo si aggiunge il problema del baht forte che si rema contro da solo. Il problema più grosso, però, è che l’assenza di riforme allontanerà gli investitori di lungo periodo, di cui Bangkok avrebbe davvero bisogno.
Il colpo di stato del 2014 in realtà fa parte di un ciclo, e serviva anche a correggere un golpe precedente, quello del 2006. La Thailandia ha accumulato una decina di colpi di stato dagli anni trenta, ma il vuoto di potere successivo al 2006 ha provocato probabilmente i danni peggiori dal punto di vista economico. Da allora si sono succeduti otto governi che hanno fatto poco o nulla contro le inefficienze che mantengono il reddito pro capite del paese sotto gli ottomila dollari all’anno. A rendere tutto questo spreco di tempo ancora più tragico è che nel frattempo la Cina da fabbrica del mondo si è trasformata in potenza tecnologica e le economie di Indonesia, Filippine, Vietnam e di altri paesi vicini sono cresciute.
La Terra dei bronci
Quand’è che il governo – impegnato com’è a stringere la morsa sulla società, dalle barricate per strada alla repressione su Facebook – troverà il tempo per investire nell’istruzione e nella formazione, ridurre la burocrazia e la corruzione, semplificare l’avvio di un’impresa e aumentare la competitività? La rabbia provocata da queste mancanze e dalle spese sfarzose del re si stanno fondendo in modi imprevedibili. La legge sulla lesa maestà, che punisce con il carcere chi offende la casa reale, era stata sospesa nel 2017. Ora la polizia la sta usando contro chi protesta.
I manifestanti invitano i tailandesi a chiudere i loro conti correnti alla Siam commercial bank. L’Ufficio per le proprietà della corona è diventato un’ossessione nazionale. Il motivo è chiaro: quando il re è salito al trono nel 2016 i beni reali valevano più di 60 miliardi di dollari e nel 2017 sono diventati proprietà personale del re. I manifestanti chiedono di mettere alcune proprietà della corona sotto il controllo del ministero delle finanze e di ridurre il budget della monarchia in proporzione ai danni economici provocati dalla pandemia. Se il governo non lavorerà rapidamente e con un minimo di lungimiranza, la sua eredità sarà aver trasformato la Terra dei sorrisi in quella dei bronci. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1387 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati