Il 26 novembre 2021 si è concluso il primo giro del mondo in barca a vela con dei bambini a bordo. A portare a termine l’impresa è stata la famiglia Kločkovi di Novosibirsk, in Russia. Dopo un viaggio di tre anni e tredici giorni sono tornati al punto di partenza, tra le isole di Tahiti e le Huahine, con la loro barca Lady Mary. In quest’arco di tempo i coraggiosi navigatori siberiani hanno percorso tutti i meridiani e gli oceani, tranne l’Artico; cinque capi meridionali, tra cui capo Horn, capo di Buona Speranza e capo Leeuwin, lo stretto di Magellano e il canale di Drake, hanno attraversato due volte l’equatore, affrontando innumerevoli tempeste e bufere; sono entrati nel Guinness dei primati russo per aver circumnavigato l’emisfero meridionale con dei bambini a bordo e hanno lasciato il loro segno nella storia. Con l’arrivo del covid-19 la famiglia ha dovuto fare una lunga sosta nell’Australia Occidentale.

Dopo un anno e mezzo è ripartita solcando l’oceano Pacifico, ma ha rischiato di restare per sei mesi di fila in mare: tutti i paesi lungo la rotta erano chiusi a causa della pandemia. Ecco il racconto del loro viaggio e delle ultime tappe.

Marina Kločkova, la madre, ricorda:

Terra, ha detto sottovoce il capitano, mentre io cercavo di addormentarmi dopo il turno di notte. Seduta sul divano in cabina, fissavo l’oceano e non vedevo nulla. Le nuvole coprivano l’orizzonte. Di collinette o rilievi in lontananza, neanche l’ombra. Solo dopo ho capito che quei nuvoloni avvitati verso l’alto erano un’isola. È una sensazione incredibile: la terraferma puoi anche non vederla, ma sapendo che è lì percepisci te stesso e la barca in modo diverso. Il desiderio di toccare la durezza del suolo era diventato un’idea fissa. Ma si doveva ancora aspettare.

Abbiamo saputo della pandemia quando eravamo nell’oceano Indiano. Siamo riusciti a raggiungere l’Australia Occidentale un giorno prima della chiusura dei confini, così abbiamo potuto riparare la barca e comprare delle provviste. In attesa della riapertura siamo rimasti bloccati per un anno e mezzo. A parte la Russia, non siamo mai stati in nessun paese del mondo così a lungo. Il periodo più strano di tutto il viaggio. Ma siamo stati bene: le bambine andavano a scuola, frequentavamo i circoli e le case di conoscenti e amici. L’unico problema era che non potevamo rimetterci in viaggio, l’impresa della nostra vita si era bloccata proprio mentre stava decollando. Allora abbiamo girato l’Australia in macchina con gli amici e abbiamo dormito nel bush australiano (le praterie e boscaglie tipiche del paese).

Il 3 settembre 2021 abbiamo chiesto l’autorizzazione per uscire dal paese e completare la circumnavigazione. Dovevamo farlo, anche se sapevamo che molto probabilmente non avremmo potuto attraccare in nessun porto. È stata la traversata più lunga e imprevedibile in otto anni di navigazione: tre mesi di viaggio ininterrotto. Ma non c’era altra scelta, in primavera bisognava essere a casa.

Navigavamo da quasi novanta giorni, non ci facevano fermare nei porti, neanche per le emergenze: i paesi erano chiusi a causa del coronavirus. Avevamo scorte alimentari per altri quattro o cinque mesi, ma il cibo fresco era quasi finito. Problemi con l’acqua dolce non ne abbiamo avuti, fino a quando non si è rotto il dissalatore.

Lottando contro il vento e la corrente, abbiamo attraversato l’equatore e abbiamo raggiunto Christmas Island nell’atollo delle Sporadi equatoriali. A quel punto le riserve d’acqua sono finite e abbiamo avuto due gravi guasti alle vele e al sartiame (i cavi che sostengono l’albero della barca). Davanti a noi si prospettava un oceano enorme, un viaggio infinito, fermate imprevedibili. Abbiamo chiesto alla guardia costiera australiana il permesso di entrare nell’isola per una sosta di emergenza. In base al diritto marittimo tutte le navi possono farlo in qualsiasi paese si trovino. La guardia costiera ha contattato le autorità che, pur sapendo che eravamo in isolamento da settanta giorni, non ci hanno lasciato attraccare. Ci siamo ancorati lo stesso per fare delle riparazioni e abbiamo chiesto più volte che ci rifornissero di acqua dolce. Abbiamo detto che senza il loro aiuto saremmo morti e che con le nostre provviste non saremmo arrivati al porto successivo.

Siamo riusciti a suscitare un po’ d’interesse, hanno cominciato a chiederci di quanta acqua avessimo bisogno e se avessimo contanti, poi sono scomparsi e ci hanno cacciati via per radio. Rifiutare di aiutare navigatori in pericolo che chiedono aiuto e non rappresentano una minaccia sanitaria è una violazione dei diritti umani e del buon senso. Può davvero uccidere le persone. Il nostro è stato un caso lampante, ma purtroppo non è l’unico.

Sogno d’infanzia

L’equipaggio della barca è composto da quattro persone: il capitano Andrej Kločkov, sua moglie e primo ufficiale di coperta Marina Kločkova, la figlia maggiore e marinaia Anastasija e il mozzo, sua sorella Lada, di dieci anni.

Lada con un’amica, Australia Occidentale, aprile 2020

Marina Kločkova racconta che del mare si è innamorata da bambina: ha letto più volte il libro I figli del capitano Grant di Jules Verne, ha disegnato il tragitto dei personaggi sulla carta geografica e ha sognato di fare il giro del mondo in barca a vela. Con l’età si è resa conto che il sogno era irrealizzabile e, finiti gli studi, ha smesso di stare con la testa tra le nuvole, si è trovata un lavoro e ha messo su famiglia. Ma dopo qualche tempo è stato il destino a riportarla al suo sogno d’infanzia: quando Anastasija aveva tre anni le è stato diagnosticato l’asma bronchiale. Per curarla i genitori hanno cominciato ad andare spesso al mare, poi hanno deciso di prendere i soldi messi da parte per l’acquisto di un appartamento e di usarli per comprare una barca a vela. Così si sono trasferiti nell’oceano. Anastasija aveva dodici anni e Lada due e mezzo. Ora navigano da più di otto anni.

Anche Andrej Kločkov da bambino leggeva romanzi d’avventura e immaginava un futuro da navigatore. È stato lui a convincere la moglie che sarebbero riusciti a realizzare il loro sogno. Prima di avventurarsi in mare, Kločkov ha studiato navigazione, ha cominciato a uscire in barca e a partecipare alle regate. “Molti marinai credono che una barca a vela sia come una scheggia in balia delle onde e che la sopravvivenza dipenda dalla loro misericordia”, dice Kločkov. “Io la penso diversamente. L’unico modo per sopravvivere nell’oceano è diventarne parte, fondersi con le sue vibrazioni. Ho imparato a sentire l’oceano, il vento, la vela, la barca, anche quando dormo. Le forze della natura non sono pericolose se impari a interagire con loro”.

La tempesta peggiore

Secondo Kločkova, suo marito sa tutto del mare in tempesta e delle barche a vela. Sa orientarsi nell’oceano anche solo grazie a dei punti di riferimento naturali e sa usare il sestante (uno strumento per stabilire la posizione di una nave in base a quella degli astri). Perciò, anche se si guastasse l’apparecchiatura elettronica, il comandante saprebbe riportare la barca sulla terraferma.

Ricorda ancora Kločkova:

Lada con la madre Marina Kločkova. Australia Occidentale, aprile 2020 (Redux/Contrasto, 3)

Nel sud dell’Atlantico, dallo stretto di Magellano all’isola di Tristan da Cunha, una tempesta è durata 29 giorni. Andrej ha cercato, per quanto possibile, di garantire una situazione confortevole sulla barca, facendo in modo che in cabina fosse tutto ben fissato per poter mangiare e dormire.

Quella a cinquecento miglia a nord di capo Horn è stata la tempesta peggiore: tirava un vento a 11 nodi (secondo la scala Beaufort, che va da 0 a 12 nodi, il vento a 11 nodi può avere una velocità tra 103 e 107 chilometri all’ora). Un tempo qui si schiantavano tre navi su cinque. I marinai che riuscivano a doppiare il più pericoloso capo del pianeta avevano il diritto d’indossare un orecchino d’oro e di consumare rum gratis nelle taverne dell’impero britannico.

Noi siamo l’unica famiglia proveniente da un ex paese sovietico che abbia doppiato capo Horn in barca a vela con dei bambini a bordo.

Un viaggio di questo tipo è molto diverso dalla navigazione da diporto lungo una costa soleggiata tra un calice di champagne e l’altro. Nelle traversate il dondolio continuo fa annodare i capelli quando si dorme. Con il freddo la condensa scorre lungo le pareti e la muffa cresce ancora prima che con il caldo. Il letto può diventare umido. Ma noi siamo pronti a sopportare questi inconvenienti temporanei. Lo facciamo perché le nostre figlie possano toccare il mondo, invece di leggerne solo sui libri. Hanno attraversato circa quaranta paesi, hanno visto un arcobaleno lunare e fulmini tra il mare e il cielo, hanno incontrato i draghi di Komodo. Hanno dormito sulla nuda terra nella giungla di Sumatra e in una tenda nelle profondità dell’Australia con in sottofondo l’ululato dei dingo. Hanno raggiunto le isole più remote del pianeta: l’isola di Pasqua e l’isola Tristan da Cunha.

Una volta abbiamo celebrato il capodanno nel luogo più lontano da qualsiasi costa: il polo oceanico dell’inaccessibilità. I più vicini a noi erano gli astronauti della stazione spaziale internazionale. Nello stretto di Magellano la Lady Mary è stata accompagnata da delfini bianchi e neri, nell’oceano Pacifico abbiamo sentito il canto delle balene e in Antartide abbiamo camminato con i pin­guini.

Fare amicizia

La più giovane dell’equipaggio, Lada Kločkova, vive in mare da quando aveva due anni e si è abituata. “Mi chiedono spesso se ho paura dell’oceano”, racconta. “Naturalmente no! La cosa peggiore che può succedere è cadere in acqua, ma quando c’è maltempo io non esco sul ponte. Chi è alle prese con le vele si assicura con le corde. Se usiamo correttamente le mappe e le previsioni meteorologiche è impossibile imbattersi nelle barriere coralline e si può avere il tempo di rifugiarsi in un luogo sicuro. Quando scendo a terra faccio subito amicizia. Anche i miei genitori comunicano con le persone come se le conoscessero da sempre. Quando fai un lungo viaggio intorno al mondo, i tuoi amici sono tutti e nessuno. Malta, i Caraibi, la Colombia, Tahiti, l’Australia sono luoghi dove abbiamo lasciato amicizie”.

“Intorno all’equatore nuotavamo ogni giorno”, continua Anastasija Kločkova. “Indossavamo un’imbracatura legata alla barca con una corda. La Lady Mary proseguiva la sua rotta e noi ci facevamo trasportare. Come dice papà, il nostro appartamento è piccolo, ma la piscina è grande. Abbiamo una regola: mentre uno di noi nuota, qualcuno deve stare in piedi sul ponte e ispezionare i dintorni per controllare che non spuntino pinne. Anche se, secondo le statistiche, muoiono più persone per la caduta di noci di cocco che per l’attacco di uno squalo. In otto anni di navigazione sono riuscita a vincere l’asma bronchiale, senza far uso di ormoni, e ho fatto carriera: da marinaio semplice a capitano in seconda. Mi è già stato offerto un lavoro come parte dell’equipaggio di uno yacht alla guida di una spedizione in Antartide”.

Afferma Marina Kločkova:

La Lady Mary è stata accompagnata dai delfini, abbiamo sentito il canto delle balene e in Antartide abbiamo camminato con i pin­guini

Fare il giro della Terra sulla rotta oceanica più difficile con dei bambini a bordo è un’idea inconcepibile per la maggior parte delle persone. Alcuni pensano addirittura che il nostro viaggio sia stata una messa in scena.

Ma non è così. Abbiamo girato e montato molti video sulla nostra circumnavigazione direttamente nell’oceano. Sono sul nostro canale YouTube, o in onda su Okean tv, e hanno vinto dei premi ai festival cinematografici. Anche a noi piacciono i film. A colazione guardiamo documentari su paesi lontani e personaggi storici, prima di andare a letto è il turno delle opere d’arte. Ci salvano dalla solitudine durante la traversata, ricordandoci che nel mondo ci sono anche altre persone che, come noi, provano emozioni, amano e cercano di risolvere i misteri della vita. E a mantenere il morale alto quando c’è una tempesta ci aiutano le canzoni di Vladimir Vysockij.

Il nostro viaggio è cominciato, come la maggior parte delle navigazioni, in direzione est-ovest. Abbiamo percorso metà della circonferenza della Terra dal mar Mediterraneo a Tahiti. Ma nel bel mezzo dell’oceano Pacifico ci siamo resi conto che non avremmo fatto in tempo a raggiungere latitudini sicure prima della stagione degli uragani. Nel novembre 2018 abbiamo interrotto la nostra prima circumnavigazione a metà strada e abbiamo fatto il giro della Terra una seconda volta, ma nella direzione opposta. È cominciata così la spedizione sulla rotta più difficile: quella che tocca tutti i capi meridionali e l’Antartide. Allora eravamo a due settimane di navigazione dallo scoglio Maria-Theresa, descritto da Jules Verne, al 37° parallelo. È indicato nella maggior parte delle mappe del mondo, ma le ricerche moderne non hanno confermato la sua esistenza. Andrej ha proposto di toglierci il dubbio, fare una vera scoperta geografica o chiudere la questione, e allo stesso tempo controllare la presenza di altri scogli fantasma in quest’area: Jupiter, Wachusett ed Ernest-Legouvé. Abbiamo esplorato acque deserte, dove non si inoltrano le imbarcazioni, e possiamo dirlo con sicurezza: il famoso scoglio Maria-Theresa nell’oceano Pacifico non esiste.

Kločkova conclude ricordando la fine del viaggio:

Dopo che da Christmas Island ci hanno negato il soccorso e i rifornimenti, ci siamo arrangiati da soli: durante le forti piogge abbiamo raccolto abbastanza acqua fresca dalle vele. Così la situazione è diventata più gestibile. Abbiamo cercato un approdo prima che l’acqua dolce finisse e abbiamo fatto delle riparazioni per poter raggiungere in sicurezza Vladivostok. L’abbiamo fatto in inverno, attraversando l’oceano più grande del pianeta, con i porti inaccessibili per la pandemia.

Non ci siamo mai pentiti della nostra scelta. Se un giorno mi chiedessero di indicare il nome della persona che ha cambiato la mia vita, e quella di tutta la mia famiglia, risponderei Jules Verne. Forse anche la nostra spedizione cambierà la vita di qualcuno: centinaia di persone scrivono sui social network che la storia del nostro difficile giro del mondo le aiuta a spiegare le ali e a credere in se stesse. Navigare intorno al mondo è di per sé un compito ambizioso. Con a bordo dei bambini, e a latitudini non tracciate, sembra un cosa completamente irreale. Ma noi ce l’abbiamo fatta! Vogliamo dimostrare che le capacità umane sono più grandi di quanto si è abituati a pensare. Se desideri fortemente qualcosa, niente ti può fermare.

Se noi, come migliaia di altri genitori, ci fossimo rassegnati alla diagnosi fatta a nostra figlia e avessimo dimenticato i nostri sogni, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo: nessuna navigazione intorno al mondo, nostra figlia non sarebbe stata bene e noi non avremmo battuto nessun record”. ◆ ab

Questo articolo è uscito sul numero 1443 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati