03 marzo 2020 12:55

Le primarie del Partito democratico per scegliere il candidato alle presidenziali di novembre sono a un punto di svolta. Oggi, nel cosiddetto super martedì, vanno al voto quattordici stati. Storicamente il super martedì è sempre decisivo, perché ha il potere di proiettare un candidato verso la nomination e stroncarne altri, ma quest’anno è più atteso del solito per via dell’incertezza che ha segnato finora le primarie.

Nei primi quattro stati in cui si è votato (Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina) hanno vinto tre candidati diversi, e per ora nessuno è sembrato in grado di ottenere un consenso abbastanza ampio ed eterogeneo per diventare dominante. In più quest’anno c’è la grande incognita rappresentata da Michael Bloomberg, miliardario ed ex sindaco di New York, che comincia la sua corsa proprio il 3 marzo.

Per prima cosa bisognerà guardare ai numeri: in un solo giorno si assegnano 1.357 delegati – cioè le persone che concretamente nomineranno il candidato durante la convention di luglio – un terzo del totale. In secondo luogo bisognerà tenere d’occhio la mappa: il 3 marzo andranno al voto stati di quasi tutte le regioni del paese, quindi l’elettorato democratico in tutte le sue sfaccettature: dalle città roccaforti di sinistra del New England e della California alle aree rurali del profondo sud (dove è importante il voto degli afroamericani), dai sobborghi della zona nord del midwest (Minnesota) fino alle zone di frontiera del Texas (dove è decisivo il voto degli ispanici).

Il tutto in aree molto diverse tra loro per condizioni economiche e demografiche. Avremo dunque indicazioni più chiare sulla reale base di consenso dei candidati e su chi ha più possibilità di mettere insieme l’elettorato progressista in vista delle presidenziali.

Di seguito le questioni da tenere a mente man mano che arriveranno i risultati. Qui invece una guida completa sui candidati e sul funzionamento delle primarie.

  • Sanders può allargare il suo vantaggio e la sua base elettorale?

Il senatore del Vermont ha vissuto settimane di alti e bassi: risultati non entusiasmanti in Iowa e in New Hampshire, una vittoria schiacciante in Nevada che lo ha fatto sembrare inarrestabile, una sconfitta netta in South Carolina che ha fatto dubitare sull’ampiezza del suo elettorato. Ma il 3 marzo ha un’occasione che probabilmente non gli si presenterà mai più, perché la mappa del voto lo favorisce: sulla carta Sanders è competitivo in tutti gli stati in cui si vota tranne l’Alabama, ed è favorito nei due stati più grandi, cioè il Texas (di poco su Biden) e soprattutto California, che assegna 415 delegati. Negli ultimi mesi Sanders ha investito molto in California per comprare annunci pubblicitari e soprattutto per mobilitare l’elettorato, perché sa che in quello stato non gli basta arrivare davanti agli altri, deve stravincere. Se dovesse riuscirci molto probabilmente aprirebbe un margine in termine di delegati che per gli altri sarebbe difficile da colmare nelle primarie dei prossimi mesi.

Se poi dovesse sfondare anche nella regione sudest del paese, Sanders uscirebbe dal super martedì come un candidato veramente inarrestabile. Ma per riuscirci dovrebbe conquistare segmenti elettorali che finora non lo hanno sostenuto. In South Carolina (il 29 febbraio) il senatore non è riuscito a conquistare il voto dei neri (a parte quelli sotto i trent’anni) e questo fa pensare che possa faticare anche nel super martedì in stati con caratteristiche simili (come North Carolina e Virginia). Eventuali risultati negativi in quei posti potrebbero essere compensati dalla vittoria in California, ma confermerebbero i dubbi sulla capacità di Sanders di allargare la sua base di sostenitori e quindi di unire l’elettorato democratico. Una situazione che darebbe motivi agli altri candidati per restare in corsa, facendo aumentare le possibilità di primarie lunghe e di una convention combattuta a luglio.

  • Joe Biden diventerà l’anti-Sanders?

Dopo i pessimi risultati in New Hampshire e in Nevada la campagna elettorale di Biden sembrava così compromessa che molti dei suoi alleati sembravano disposti a mollarlo per sostenere Bloomberg. Ma la vittoria nettissima in South Carolina, unita alla pessima figura dell’ex sindaco di New York durante il suo primo dibattito tra i candidati, gli ha riconsegnato il ruolo di prima scelta tra i candidati moderati. Un ruolo formalizzato proprio alla vigilia del super martedì, quando Pete Buttigieg ed Amy Klobuchar si sono ritirati e hanno annunciato che sosterranno Biden. Nelle stesse ore è arrivato anche il sostegno di Beto O’Rourke, senatore statale del Texas, che potrebbe dare a Biden una spinta finale in uno stato decisivo. Il super martedì ci dirà se il fuoco di sbarramento che si è creato intorno a Biden è abbastanza forte per fermare l’avanzata di Sanders. Inoltre il fatto che molti degli avversari di Biden si siano ritirati e abbiano deciso di sostenerlo gli dà una boccata d’ossigeno a livello finanziario, visto che finora ha fatto molta fatica a raccogliere fondi per la campagna elettorale.

Nel super martedì Biden avrà due obiettivi. Da una parte restare il più possibile vicino a Sanders in termini di delegati, dall’altra andare meglio di Bloomberg, condizione fondamentale per affermarsi come il principale sfidante di Sanders e unire il fronte moderato prima che sia troppo tardi. Per riuscirci deve limitare i danni in California (più facile che succeda dopo che Buttigieg e Klobuchar hanno deciso di ritirarsi), sorprendere in Texas e andare molto bene negli stati che hanno molti elettorati neri e bianchi moderati (che finora sono stati i suoi salvagenti), come North Carolina, Alabama e Virginia. Dalla sua Biden ha il fatto di essere conosciuto a livello nazionale, di essere generalmente apprezzato per il ruolo svolto da vicepresidente sotto il mandato di Obama e di aver ricevuto molti endorsement da politici degli stati che votano il 3 marzo.

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Il problema per Biden è che per più di un mese non ha praticamente fatto campagna negli stati che votano nel super martedì. Dopo aver perso in New Hampshire ha investito molto sul Nevada e sul South Carolina; la strategia ha pagato perché gli ha permesso di rimanere in corsa, ma ha tolto tempo e risorse alle tappe successive. Il comitato elettorale di Biden ha solo un ufficio in California e quattro in Texas (Bloomberg ne ha 24 in California e 14 in Texas).

La sensazione è che Biden, come Sanders, faccia fatica a portare il suo messaggio al di fuori della sua base elettorale. Per ora le speranze di entrambi sono legate alle debolezze degli avversari. Il super martedì ci dirà se qualcosa è cambiato su questo fronte o se le primarie continueranno a essere una corsa tra candidati deboli.

  • Michael Bloomberg è ancora in tempo?

La questione che tutti i candidati devono affrontare quando arriva il super martedì è capire su quale stati puntare e quindi dove spendere la maggior parte delle risorse. Bloomberg non ha questo problema. L’ex sindaco di New York ha speso quasi 500 milioni di dollari per annunci in tutti gli stati che votano il 3 marzo, soprattutto quando gli altri candidati erano impegnati altrove. Un fiume di soldi che, stando ai sondaggi, gli ha permesso di costruirsi un certo consenso in molti degli stati al voto oggi.

Fin dall’inizio il piano di Bloomberg era di debuttare nel super martedì come il salvatore degli elettori moderati spaventati dalla candidatura di Sanders. All’inizio questa strategia sembrava funzionare, visto che nei primi stati Biden ha fatto fatica e molti elettori moderati sono andati verso Pete Buttigieg e Amy Klobuchar, due candidati senza reali possibilità di ottenere la nomination. Ma la vittoria netta di Biden in South Carolina e l’uscita di scena di Buttigieg hanno cambiato le cose. Biden sembra rinvigorito, e Bloomberg all’improvviso appare come una scelta rischiosa per molti elettori moderati, considerata la pessima performance durante il suo primo dibattito con i candidati e visto che non ha mai fatto una campagna elettorale al di fuori di New York.

Secondo i sondaggi, Bloomberg è terzo in Texas, quarto in California e terzo in North Carolina, e in nessun caso è sicuro di raggiungere la soglia del 15 per cento dei voti che serve per portare a casa dei delegati. Quindi ha bisogno di un risultato molto al di sopra delle aspettative perché la sua candidatura continui ad avere un senso. Se non dovesse succedere sarà probabilmente costretto a farsi da parte per aiutare Biden (anche finanziariamente) nella corsa contro Sanders.

  • Elizabeth Warren guarda avanti

Elizabeth Warren è la grande sconfitta di questa stagione di primarie. Non è andata nemmeno vicina a vincere uno stato, non conquista delegati dal primo voto in Iowa e non sembra in grado di risollevarsi il 3 marzo, nonostante una campagna elettorale ben organizzata in tutto il paese e i tanti soldi spesi. Nonostante questo non si è ritirata, a differenza di Buttigieg e Klobuchar, che avevano fatto risultati migliori di lei. Il suo piano sembra essere quello di conquistare un buon numero di delegati nel super martedì (ha bisogno di andare molto bene in California e in Texas) e scommettere su uno scenario in cui nessuno dei favoriti sfonda e si arrivi a una convention contestata. Ma è uno scenario improbabile. Nei prossimi giorni in molti a sinistra le chiederanno di ritirarsi per lasciare il campo libero a Sanders, e prima o poi potrebbe essere costretta a farlo.

Sarà interessante capire se il 3 marzo Warren riuscirà a vincere nel suo stato, il Massachusetts. Non inciderebbe sulle primarie, ma in questo modo rafforzerebbe una possibile candidatura alla vicepresidenza, soprattutto se Biden dovesse vincere le primarie. La sua vittoria in Massachusetts non è scontata, visto che Sanders sembra competitivo anche lì.

  • Occhio al 15 per cento

È la soglia di sbarramento per ottenere dei delegati. Sarà fondamentale vedere quanti candidati la raggiungono, soprattutto negli stati che assegnano molti delegati, perché ci dice se la corsa si restringe oppure no. Un esempio fatto dal New York Times: “Poniamo il caso di uno stato in cui un candidato ottiene il 40 per cento dei voti, un altro il 20 per cento e tutti gli altri sono sotto al 15 per cento: il primo ottiene circa il 66 per cento dei delegati, il secondo il restante 33 per cento, gli altri non ottengono niente”. L’unico candidato che sembra in grado di arrivare al 15 per cento in tutti i 14 stati è Sanders.

  • Al voto in massa?

Il dato dell’affluenza è particolarmente importante: un dato alto vorrà dire che nell’elettorato democratico (e in generale tra chi è scontento dell’amministrazione Trump) c’è un alto livello di entusiasmo in vista di novembre e che il partito può riconquistare una parte degli elettori persi negli ultimi anni. È un tema centrale soprattutto per Sanders, che punta molto sull’entusiasmo dei giovani (che di solito non vanno a votare in massa) ed è convinto di poter portare alle urne elettori che di solito non votano. Finora non è successo, e l’affluenza nei primi stati che hanno votato non è stata molto diversa da quella degli anni precedenti.

  • Quando avremo i risultati

Entro la tarda mattinata di mercoledì 4 marzo dovremmo avere un’idea generale di com’è andata, ma per avere un quadro completo bisognerà aspettare il conteggio dei voti arrivati in anticipo in California, che di solito richiede qualche giorno.