28 febbraio 2020 15:42

Questo articolo è uscito il 3 maggio 2019 nel numero 1305 di Internazionale. L’originale era stato pubblicato sul settimanale statunitense New York Magazine con il titolo Wonder boy.

Quando Pete Buttigieg arriva al museo Currier di Manchester, in New Hampshire, la sera del 5 aprile, la sala interna è piena e la folla ha riempito anche metà del parcheggio. Pioviggina, ma il piazzale resta gremito perché si è sparsa la notizia che Buttigieg farà un discorso prima di entrare nel museo. Sono tutti pronti a sollevare i telefoni per documentare un momento eccezionale: il sindaco di una piccola città di uno stato dove probabilmente nessuno di loro è mai stato si candida alla presidenza degli Stati Uniti promettendo di liberare il paese da Donald Trump.

Da otto anni Buttigieg è sindaco di South Bend, in Indiana (102.245 abitanti), e a gennaio si è candidato alle primarie del Partito democratico del 2020 (i candidati finora sono diciotto ma il loro numero è in aumento). Sta vivendo quello che i giornalisti chiamano “il momento”, quel breve intervallo tra l’anonimato e la sovraesposizione in cui tutti si chiedono: “Chi è Buttigieg?”, “Come si pronuncia Buttigieg?”, “Dovrei interessarmi di Buttigieg?”. In fin dei conti sono tutte varianti della stessa domanda: “Fa sul serio?”.

“Onestamente non so perché le cose stiano andando così bene”, confessa lui. Non gli credo molto. In ogni caso è innegabile che per qualche motivo la sua candidatura sta andando alla grande. Buttigieg (che in inglese si pronuncia come boot--edge-edge) ha davanti solo Joe Biden e Bernie Sanders, i candidati più famosi. In due sondaggi condotti di recente in New Hampshire (uno dei primi stati a votare alle primarie) e in Iowa Buttigieg era al terzo posto. Naturalmente due rivelazioni a un anno di distanza dalle primarie non significano nulla, e c’è sempre la possibilità che la stella di Buttigieg si spenga. Ma è anche vero che in passato le primarie hanno regalato grandi sorprese. E Buttigieg riceve sviolinate dai mezzi d’informazione da più di un mese e ha raccolto sette milioni di dollari in donazioni elettorali in poche settimane, più di quanto si aspettassero i suoi collaboratori. Probabilmente non sanno neanche come spenderli.

Siete particolarmente sensibili alle discriminazioni contro le minoranze? È gay. Siete non troppo sensibili sulla questione? Non è troppo gay

Siete stanchi dei politici anziani? Buttigieg ha 37 anni. I giovani vi spaventano? Non sembra troppo giovane. Siete religiosi? È cristiano. Siete atei? Non vi farà sentire a disagio. Siete scettici verso i politici di palazzo? Buttigieg viene da quella parte degli Stati Uniti che molti vedono solo dal finestrino di un aereo. Non vi piace quella parte degli Stati Uniti? Buttigieg si è laureato a Harvard e a Oxford. Stanchi degli illetterati al potere? Buttigieg ha imparato il norvegese per leggere il romanzo di Erlend Loe. Siete tradizionalisti? È sposato. Siete particolarmente sensibili alle discriminazioni contro le minoranze? È gay. Siete non troppo sensibili sulla questione? Non è troppo gay. Avete paura del socialismo? È un capitalista tecnocratico. Avete paura del capitalismo tecnocratico? Buttigieg ha una sua teoria su come il “capitalismo democratico” dovrebbe diventare molto più “democratico”. Non vi basta? Buttigieg è figlio di un immigrato maltese ed è stato ufficiale di marina, parla sette lingue oltre all’inglese (norvegese, arabo, spagnolo, maltese, farsi, francese e italiano) e suona il pianoforte. In effetti fa quasi paura. A quale madre non piacerebbe?

Gli chiedo se da piccolo fosse il tipico bambino che si traveste da politico per Halloween. “In effetti una volta mi sono vestito da politico”, mi risponde. Poi cerca di cambiare argomento, raccontandomi che da ragazzo sognava di fare il pilota. Ma io insisto. Da quale politico si era travestito? “Ero vestito da politico generico. Ricordo che per qualche motivo avevo notato i piccoli microfoni che usavano i politici e ne avevo costruito uno di carta da attaccare al vestito”.

Nel parcheggio di Manchester all’improvviso l’attenzione della folla, composta quasi esclusivamente da bianchi con indosso vestiti Patagonia, è attirata da qualcosa che si muove sulla destra. All’inizio non riesco a distinguerlo nella confusione di grida e applausi. Poi il suo volto emerge in cima alla foresta di telefoni, telecamere e microfoni. “Mi hanno detto che per conquistare gli elettori bisogna stare in piedi su qualcosa. Ho trovato questa panchina…”, esclama Buttigieg. È una frecciata a Beto O’Rourke, il politico texano candidato alle primarie che ha l’abitudine di fare comizi salendo sugli oggetti.

Il sindaco Pete, come viene chiamato, è circondato da persone adoranti o almeno molto curiose. Comincia il suo intervento con un tipico discorso da campagna elettorale. Per definizione questi comizi sono sempre uguali. Sono il modo migliore per non complicarsi la vita. Eppure, anche tenendo conto di questo, Buttigieg sembra fin troppo controllato. Perfino il suo tono di voce è sempre lo stesso, un discorso dopo l’altro, un’intervista dopo l’altra. Usa di continuo l’espressione theory of the case (teoria dell’argomentazione) per sostenere che Trump e il trumpismo possono essere sconfitti solo da qualcuno che conosca bene le persone che lo hanno eletto e riesca a convincerle che esiste un’altra strada.

Due strategie
“Come saranno gli Stati Uniti nel 2054, quando avrò l’età che ha oggi il presidente?”, chiede alla platea raccolta nel museo. Buttigieg sostiene che l’obiettivo della sua “campagna elettorale non è solo vincere le elezioni ma dare l’avvio a una nuova epoca”. Più che alla “rivoluzione” di Bernie Sanders, fa riferimento al “cambiamento” promesso da Barack Obama nel 2008. L’impressione è che parli di riforme democratiche e strategie di partito più di quanto gli elettori progressisti possano tollerare, proprio mentre si avvicinano le elezioni più importanti della loro vita e forse anche della storia del paese.

David Axelrod, a lungo consigliere di Obama e amico di Buttigieg, è convinto che il sindaco abbia qualcosa in comune non solo con Obama ma anche con i due presidenti democratici che lo hanno preceduto: la fede. “La facilità con cui parla della fede è una risorsa”, spiega. “Carter, Clinton e Obama avevano tutti questa qualità. È stata uno degli strumenti che gli ha permesso di convincere gli elettori”.

Secondo Axelrod la sinistra ha a disposizione due strategie per vincere le elezioni del prossimo anno: può cercare di “battere Trump al suo gioco”, quello della polarizzazione, rischiando di inimicarsi una parte decisiva dell’elettorato; o può “costruire un ponte per le persone che hanno votato per Trump e che forse apprezzano alcune delle cose che ha fatto, ma sono preoccupate per il suo comportamento”. È chiaro che Buttigieg vuole seguire questa seconda strada, confortato dal fatto che la sua rielezione a sindaco (con l’80 per cento dei voti) è stata resa possibile anche dal sostegno di molte persone che nel 2016 avevano votato per Trump. Una vittoria ottenuta quando a guidare l’Indiana era l’attuale vicepresidente Mike Pence, un cristiano radicale ostile alla comunità lgbt. Spesso chiedono a Buttigieg come si difenderebbe in un dibattito con Trump o come risponderebbe alla macchina degli insulti del presidente. La sua risposta è sempre la stessa: non si può battere Trump con una battuta aggressiva. È molto meglio ignorarlo e permettere che qualcun altro, con le sue idee, possa avere spazio.

In ogni caso, prima di poter mettere in atto la sua teoria dell’argomentazione contro Trump, Buttigieg dovrà imporsi sugli altri candidati democratici. O almeno è così che pensavo funzionassero le primarie. Ma lui ha un’idea diversa, o forse sta solo cercando di evitare lo scontro con gli avversari in questa fase iniziale. “Penso che l’abbondanza di candidati significhi che uno come me non deve battere una persona specifica, ma il banco”, mi spiega. “Questo mi permette di portare avanti il mio progetto e di presentare le mie idee lasciando che gli elettori capiscano cosa mi distingue dagli altri”. Dal punto di vista operativo, la strategia della sua campagna elettorale è semplice: conquistare un numero sufficiente di elettori democratici che erano stati affascinati da Trump per vincere in Iowa e in New Hamp-shire, i primi due stati dove si vota per le primarie, e poi cavalcare l’onda lunga e sfruttare la pubblicità (Buttigieg non rifiuta mai un’intervista) fino al “super martedì”, il giorno in cui va al voto il maggior numero di stati. E a quel punto…

Orizzonte limitato
Nel 2011 Buttigieg è stato eletto sindaco a 29 anni, affermandosi come il ragazzo prodigio della politica statunitense. La sua carriera alla McKinsey, una multinazionale della consulenza manageriale, in teoria poco adatta al curriculum di un candidato democratico, era stata neutralizzata da scelte che suggerivano grandi ambizioni di impegno civico: lauree ad Harvard e a Oxford, volontariato per le campagne presidenziali di Obama e di John Kerry, una candidatura (fallita) alla carica di tesoriere dello stato e otto anni di servizio nell’intelligence nella marina.

Per la sua città, penalizzata dalla crisi che ha colpito le zone industriali degli Stati Uniti negli ultimi decenni, Buttigieg offriva una soluzione tecnocratica. Nel 2011, la sera della vittoria, ha promesso di “usare nuovi strumenti”, di affrontare il problema delle case sfitte, aiutare il sistema scolastico, combattere la violenza “con ogni mezzo” e “creare una nuova cultura di assistenza al cittadino” per migliorare i servizi comunali. “Gestiremo South Bend in modo ambizioso”, ha detto. “Troveremo nuove alleanze in tutto il mondo per trasformare South Bend in una città globale”.

Ma il suo orizzonte personale sembrava più limitato. In uno stato come l’Indiana, un politico di sinistra come lui non sarebbe mai riuscito a ottenere un incarico a livello federale. Forse però, anche se aveva solo vinto le elezioni in una piccola città universitaria, avrebbe potuto catapultarsi sulla scena politica nazionale presentandosi come una voce moderata dell’America profonda. Naturalmente a quell’epoca Buttigieg non aveva ancora reso pubblico il suo orientamento sessuale. Si era arruolato nella marina prima di dichiararsi gay, quando la linea nei confronti degli omosessuali era ancora quella del don’t ask, don’t tell (non chiedere, non dire). La scelta di una carriera militare era insolita, anche perché un presidente democratico aveva appena vinto le elezioni presentandosi come candidato antimilitarista. Quella decisione, mi ha detto Buttigieg, nasceva dalla “consapevolezza che qualcuno avrebbe dovuto svolgere quelle mansioni, quindi perché non potevo essere io?”.

Quando è arrivato in Afghanistan, nel 2014, tutti i politici statunitensi erano ormai convinti che quella guerra fosse stata un grande errore. Durante un’intervista del 2017 il suo amico Axelrod gli ha chiesto se la sua decisione fosse stata influenzata da motivazioni politiche, sottolineando che “a un occhio cinico potrebbe sembrare un modo per rafforzare il curriculum”. Buttigieg ha risposto: “In realtà no. Ho seguito la tradizione di famiglia”.

Dopo essere tornato nel suo paese, a fine anno, Buttigieg ha deciso di rendere pubblica la sua omosessualità. Aveva 33 anni, mancavano cinque mesi alle elezioni per un secondo mandato da sindaco. “Ho capito che un gay poteva fare politica quando ho letto la storia del deputato democratico Barney Frank, una mente brillante e una persona estremamente interessante”, mi ha raccontato Buttigieg. “Sapevo chi era Harvey Milk e con il tempo ho capito la sua importanza. Ma non c’erano molti politici gay a cui potevo ispirarmi, di sicuro non nella regione in cui vivevo e dove stavo muovendo i primi passi”.

Buttigieg mi confessa che se ci fosse stata “una pillola” per smettere di essere gay l’avrebbe presa all’istante. “L’avrei mandata giù senza nemmeno aspettare che qualcuno mi passasse un bicchiere d’acqua”. Ammette che è passato molto tempo prima che si sentisse pronto. Mentre combatteva una battaglia interiore per accettare se stesso, ha avuto rapporti con alcune donne che definisce “straordinarie”. Ho tentato fino all’ultimo di capire se dentro di me ci fosse una parte etero”.

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Nella corsa alle primarie alcuni candidati, come Joe Biden e Beto O’Rourke, sono stati criticati perché il fatto di essere maschi, bianchi ed eterosessuali li metterebbe in una condizione di privilegio. Per via della sua omosessualità, Buttigieg ha evitato questa critica, anche se non del tutto. Jason Johnson, giornalista del sito Root, ha detto che i giornalisti, “in gran parte bianchi”, gli “baciano il culo” e “cercano un bianco che li faccia sentire in pace con se stessi”.

Buttigieg è stato contestato per alcune decisioni prese nei confronti della comunità nera della sua città. La popolazione di South Bend è composta per il 40 per cento da neri e ispanici, e tra questi il 25 per cento vive sotto la soglia di povertà. Buttigieg è stato costretto a spiegare perché nel 2015 ha usato l’espressione all lives matter (tutte le vite contano). All’epoca la frase non era ancora diventata un’arma della destra contro il movimento per i diritti dei neri Black lives matter (Le vite dei neri contano). Inoltre un suo progetto per ristrutturare o demolire mille abitazioni sfitte o non a norma è stato definito da alcuni come una forma di gentrificazione spietata.

Una scatola vuota
A metà aprile, mentre passeggiamo sul corso principale di Concord, in New Hamp-shire, siamo circondati dai fotografi che camminano all’indietro per riprenderci. “L’accelerazione delle ultime settimane è stata più drastica del previsto. Ma ci siamo preparati mettendo insieme un’ottima squadra. Sapevamo che la nostra teoria dell’argomentazione si sarebbe rivelata corretta e che saremmo cresciuti. Non pensavamo di diventare popolari in così poco tempo. Ora la sfida è mantenere quest’energia, ma credo che la sostanza ci consentirà di non essere solo una moda passeggera. Il nostro sarà un processo reale”. Cosa vuole dire? Non ne ho idea. Sul sito della sua campagna elettorale, Pete for America, non c’è una sezione con le proposte politiche. Questa vaghezza ha spinto alcuni a definire Buttigieg “una scatola vuota”. Axelrod è consapevole che Buttigieg “dovrà dare concretezza alle sue proposte. Ma il problema principale sarà adattare un’organizzazione che ha vinto solo un’elezione locale a una campagna nazionale”.

Qualche giorno dopo, al telefono, chiedo a Buttigieg se ha paura di fare qualche stronzata e mandare tutto all’aria. “Ogni volta che sei in una posizione di responsabilità hai paura di fare stronzate, soprattutto quando ci sono persone che contano su di te. Non voglio fare il passo troppo lungo e parlare del motivo per cui tutto sta funzionando. Ancora non è stato conteggiato neanche un voto. Non ho vinto niente, ho solo fatto notizia per un po’”.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Biografia:

  • 1982 Nasce a South Bend, nell’Indiana.
  • 2005 Si laurea in storia e letteratura a Harvard.
  • 2011 Diventa sindaco di South Bend.
  • 2014 Va in Afghanistan come ufficiale d’intelligence della marina statunitense.
  • 2015 Rende pubblica la sua omosessualità. Ottiene il secondo mandato da sindaco.
  • 2019 Si candida alle primarie del partito democratico per le presidenziali del 2020.

Questo articolo è uscito il 3 maggio 2019 nel numero 1305 di Internazionale. L’originale era stato pubblicato sul settimanale statunitense New York Magazine con il titolo Wonder boy.