Se è vero che gli Stati Uniti sono un paese profondamente diviso sulla loro storia e su come raccontarla, il modo migliore per capire queste tensioni è fare una passeggiata per Washington. Basta camminare pochi chilometri. Si parte dal 1600 di Pennsylvania avenue, dove c’è la Casa Bianca. Circa 600 metri a est, al 1350 della stessa strada, c’è il John A. Wilson Building, sede del governo della capitale. Da lì si scende e in pochi minuti si entra nel National mall, il grande viale monumentale che va dal campidoglio al Lincoln memorial.

La prima sosta è al National museum of African American history and culture, il museo di storia afroamericana aperto dallo Smithsonian nel 2016. Poi, camminando verso ovest, si arriva alla Reflecting pool, uno specchio d’acqua lungo 620 metri e largo 51, davanti al quale Martin Luther King pronunciò il suo discorso più celebre. Spostandosi nella stessa direzione si raggiungono il fiume Potomac e il 2700 di F street, dove c’è il Kennedy center, l’istituzione culturale più prestigiosa della capitale (sull’altra sponda del Potomac, vicino al cimitero nazionale di Arlington, dovrebbe sorgere il grande arco di trionfo fortemente voluto da Trump).

Negli ultimi giorni ognuno di questi luoghi è finito al centro delle battaglie politiche e culturali statunitensi, mostrando come i tentativi di Trump di piegare la storia americana alla sua visione reazionaria si scontrino con un’opposizione sempre forte.

Il caso più significativo è forse quello dello Smithsonian. Da mesi Trump accusa l’organizzazione, che comprende la più grande rete di musei degli Stati Uniti, di promuovere una visione “divisiva” della storia americana, troppo concentrata sulla schiavitù, sul razzismo e sulle discriminazioni. Nel marzo del 2025 il presidente ha firmato un ordine esecutivo per riportare “verità e buon senso” nella narrazione nazionale, affidando al vicepresidente JD Vance il compito di vigilare sui musei federali e annunciando l’intenzione di modificare la composizione del consiglio di amministrazione dello Smithsonian per orientarne le scelte future.

Il simbolo di questo scontro è diventato il National museum of African American history and culture, inaugurato dieci anni fa dopo più un secolo di campagne politiche e civili e oggi considerato uno dei luoghi più importanti per conoscere e raccontare la storia degli Stati Uniti.

A opporsi al piano di Trump non sono stati tanto i politici quanto gli storici. Lonnie Bunch, fondatore del museo e primo afroamericano a guidare lo Smithsonian, ha difeso con ostinazione l’autonomia dell’istituzione, in base al principio che un museo storico deve aiutare le persone a ricordare “non solo quello che vogliono ricordare, ma anche quello che hanno bisogno di ricordare”.

Trump ha provato a rimuovere dirigenti, a ottenere documenti interni e a influenzare le future nomine del consiglio di amministrazione. Finora però non è riuscito a cambiare né le collezioni né il modo in cui vengono raccontate. Lo Smithsonian, progettato proprio per essere indipendente dal potere politico, si è rivelato una fortezza molto più difficile da espugnare di quanto la Casa Bianca immaginasse.

Mostra sul movimento Black power allo Smithsonian national museum of African American history and culture, Washington, Stati Uniti, 4 aprile 2025 (Andrew Lichtenstein, Corbis/Getty Images)

Trump sembrava essere riuscito a piegare il Kennedy center, il principale centro delle arti performative del paese: aveva sostituito l’intero consiglio di amministrazione con funzionari fedeli, si era fatto nominare presidente e aveva imposto che il suo nome fosse aggiunto sulla facciata accanto a quello di John Fitzgerald Kennedy. Ma anche in questo caso la reazione è stata più forte del previsto.

Musicisti e artisti hanno annullato spettacoli e concerti, centinaia di persone hanno protestato davanti all’edificio e un giudice federale ha stabilito che sia la chiusura del centro per lavori sia l’intitolazione a Trump violavano lo statuto dell’istituzione. Nella sua sentenza, il giudice ha ricordato che l’istituzione porta il nome di John Fitzgerald Kennedy perché così ha deciso il congresso e solo il congresso può cambiarlo, riaffermando l’autonomia delle istituzioni culturali rispetto al potere esecutivo. Nella notte tra il 26 e il 27 giugno gli operai hanno iniziato a rimuovere il nome del presidente dalla facciata.

Specchio d’acqua

La vicenda della Reflecting pool al National mall racconta lo stesso conflitto in versione quasi comica. In vista delle celebrazioni per i 250 anni della dichiarazione d’indipendenza, Trump aveva voluto trasformare il lungo specchio d’acqua in uno dei simboli della sua presidenza. Aveva finanziato una ristrutturazione da quasi 15 milioni di dollari, imposto un nuovo rivestimento blu ispirato ai colori della bandiera americana e promesso che il monumento sarebbe diventato il volto della rinascita nazionale. Ma a poche settimane dall’inaugurazione, il progetto è naufragato: l’acqua è tornata a riempirsi di alghe, la vernice ha cominciato a staccarsi dal fondo e la vasca dovrà essere nuovamente svuotata.

Trump ha provato a dare la colpa a presunti vandali che avrebbero preso di mira la piscina per danneggiare la sua amministrazione, senza fornire prove. In questo caso il tentativo di trasformare un simbolo della memoria statunitense si è infranto contro problemi molto più banali: fin da quando è stata inaugurata, nel 1922, la gestione della Reflecting pool è stata molto complessa, tra tubature che perdono, infiltrazioni e acqua stagnante.

I tentativi di Trump di rifare la capitale a sua immagine hanno avuto effetti molto concreti sulla politica locale. La settimana scorsa Janeese Lewis George, consigliera comunale di 36 anni vicina ai Democratic socialists of America, ha vinto nettamente le primarie del Partito democratico e sarà la prossima sindaca della città, storicamente guidata dalla sinistra.

La sua campagna elettorale è stata costruita soprattutto sul costo della vita, sugli affitti e sulla crisi economica provocata dai licenziamenti di migliaia di dipendenti federali decisi dall’amministrazione Trump. Ma ha intercettato anche il crescente rifiuto delle continue ingerenze della Casa Bianca sulla capitale, dalle minacce di ridurne l’autonomia fino ai tentativi di imporre una propria idea di identità nazionale alle sue istituzioni culturali.

Queste battute d’arresto non significano però che l’offensiva culturale che ha accompagnato il ritorno di Trump alla Casa Bianca si sia esaurita. Mostrano più che altro i limiti del suo tentativo di piegare le grandi istituzioni federali, e si inseriscono in una crisi più generale della sua amministrazione (in politica esterna, in economia, nel rapporto con gli alleati). Ma se ci si allontana dalla capitale, si capisce come la battaglia sulla memoria sia ancora apertissima e, in molti casi, favorisca i gruppi conservatori.

Statue che tornano

Qui serve un breve ripasso di storia recente. Dopo la morte di George Floyd, ucciso da un poliziotto a Minneapolis nel maggio 2020, milioni di persone scesero in piazza contro il razzismo e la violenza delle forze dell’ordine. Le proteste si concentrarono anche su monumenti, statue e memoriali dedicati ai leader confederati, a Cristoforo Colombo e ad altri personaggi la cui eredità veniva ormai associata alla schiavitù, al colonialismo e alla discriminazione razziale. In pochi mesi decine di amministrazioni locali rimossero monumenti dalle piazze, cambiarono nomi di strade e festività, spostarono statue nei depositi dei musei o in magazzini comunali. Per i progressisti era un tentativo di rileggere criticamente lo spazio pubblico; per i conservatori voleva dire cancellare la storia americana.

Con il ritorno di Trump, quel fronte si è riorganizzato. L’obiettivo non è più solo impedire nuove rimozioni, ma riportare negli spazi pubblici i monumenti che erano stati portati via. A Columbus, città dell’Ohio che deve il suo nome a Cristoforo Colombo, una coalizione di associazioni italoamericane ha fatto causa al comune per fare in modo che la statua dell’esploratore, rimossa nel 2020 davanti al municipio, torni al suo posto. Per i promotori dell’iniziativa Colombo è diventato il capro espiatorio della colonizzazione europea e della cosiddetta “cancel culture”; per gli oppositori continua invece a rappresentare la violenza inflitta ai popoli indigeni.

La statua di Cristoforo Colombo viene rimossa dopo essere stata abbattuta durante le proteste del 2020, a Saint Paul, in Minnesota (Leila Navidi, Star Tribune/Getty Images)

A Charleston, nella South Carolina, è riapparso un monumento dedicato al generale confederato Robert E. Lee. Rimosso dal piazzale davanti a una scuola nel 2021, è ricomparso in Marion square, in centro, grazie a un accordo tra la città e l’organizzazione delle Figlie della confederazione.

Wilmot Fraser, unico afroamericano della commissione storica cittadina, ha detto al Wall Street Journal che questa decisione equivale a “resuscitare la confederazione sudista”. Chi l’ha sostenuta ribatte invece che non si tratta di celebrare il passato schiavista del sud, ma di preservarne la storia militare. Lo stesso argomento è stato usato in Texas, dove la squadra di baseball dei Texas Rangers ha rimesso in mostra una statua dedicata al corpo dei Rangers, rimossa nel 2020 perché ispirata a una persona accusata di essersi opposta all’integrazione razziale nelle scuole. Anche in quel caso il ritorno del monumento ha riacceso uno scontro che sembrava chiuso.

In un sud politicamente spaccato – in cui spesso le grandi città sono governate dalla sinistra e le istituzioni statali dalla destra – il dibattito sulle statue si trasforma in uno scontro tra varie amministrazioni su chi abbia il diritto di decidere quale storia vada raccontata nello spazio pubblico.

In Louisiana a maggio il parlamento ha approvato una legge che consente allo stato di prendere in custodia le statue rimosse dalle amministrazioni locali e di trasferirle nei parchi statali. Il provvedimento è una risposta alle decisioni prese dal comune di New Orleans dopo il 2020, quando la città aveva rimosso alcuni monumenti confederati. La sindaca Helena Moreno ha contestato la legge sostenendo che quei monumenti sono proprietà del comune e che lo stato non può appropriarsene con un semplice intervento legislativo.

Questo testo è tratto dalla newsletter Americana.

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