Le ruspe sono a lavoro nei vecchi magazzini del porto di Trieste, costruiti in epoca austroungarica. I 67 ettari sui quali sorgono gli edifici fatiscenti sono parte di un grande progetto di ristrutturazione finanziato con i fondi del Pnrr. Ma basta addentrarsi nell’area, che a un primo sguardo sembra disabitata per accorgersi che alcuni indumenti spuntano dalle finestre al secondo piano.
In un padiglione davanti a una banchina alcuni oggetti giacciono a terra alla rinfusa: una scimmietta di peluche, delle pasticche per il mal di mare, ciabatte spaiate. Al piano superiore quella che era una veranda di legno affacciata sul mare è diventata il rifugio per la notte di una decina di persone – quasi tutte arrivate in Italia attraverso la rotta balcanica – originarie dell’Afghanistan, del Nepal e del Pakistan.
Vivono in piccoli gruppi sparsi nelle costruzioni ricavate dai materiali di scarto del porto, si nascondono all’interno dei vecchi edifici, dopo che negli ultimi anni ci sono stati sgomberi continui, voluti dalle autorità locali per allontanarli.
Migranti di ritorno
Mohammadi Sharif Ullah è afgano, dorme insieme ai suoi compagni in uno degli edifici. Da una parte hanno allestito la cucina con un tavolo, un fornello da campo e delle sedie. In un altro ambiente hanno montato delle tende. A terra hanno steso delle coperte per isolarsi, ma non basta. L’edificio è davanti al mare e l’umidità di notte entra nelle ossa. Sharif Ullah, però, dice di essere più preoccupato per i suoi fratelli che da anni vivono in Iran: “Non riesco a sentirli da settimane a causa della guerra e dell’interruzione di internet”.
La mattina si sveglia presto. Prima di tutto prega, poi esce e s’incammina verso la grande piazza davanti alla stazione dei treni, piazza della Libertà. Osserva le persone che corrono sul lungomare, vanno al lavoro, accompagnano i figli a scuola. È quella normalità che gli manca da quando ha lasciato l’Afghanistan e la vita nei campi, dove lavorava con il padre.
Voleva vivere lontano dalle persecuzioni dei taliban. Avrebbe voluto aiutare la famiglia che è rimasta nella provincia afgana di Nangarhar. Ha trascorso più di dieci anni in Iran e poi in Turchia. In Iran aveva trovato una sistemazione, ma il rischio di essere rimpatriato era costante. Così ha continuato a muoversi verso ovest, seguendo una direzione, più che una meta. La prima volta che è passato da Trieste ci è rimasto pochi giorni, poi si è diretto in Francia.
Per un anno ha vissuto in un centro di accoglienza francese e ha lavorato come giardiniere. Ma Parigi gli ha negato l’asilo e così è stato costretto a rimettersi in viaggio, questa volta nella direzione opposta. Con l’entrata in vigore del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo il 12 giugno e leggi sempre più restrittive sull’immigrazione nei diversi paesi europei, molti richiedenti asilo sono costretti a spostarsi continuamente all’interno dell’Unione, cercando di ottenere i documenti. Hanno presentato domanda in Francia o in Germania, hanno ricevuto una risposta negativa e quindi decidono di tornare al punto di partenza o rimettersi di in viaggio, in una condizione di sospensione perenne.
Sharif Ullah vive da qualche mese in una tenda all’interno del vecchio porto di Trieste. Di notte fa freddo, ci sono i topi, ma di giorno può stare nel centro diurno gestito dalle associazioni o nella piazza. Ha deciso di tornare a Trieste perché si ricordava della rete di associazioni che lo avevano aiutato la prima volta che era passato.
Studia l’italiano e ogni giorno va a fare la fila per i documenti in questura. Quando parla con la madre al telefono non le racconta quello che sta vivendo. Non vuole aggiungere altro dolore alla distanza.
Tra gennaio e maggio del 2026 c’è stato un aumento del 46 per cento delle persone in transito intorno alla stazione di Trieste rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, secondo l’ultimo rapporto presentato il 24 giugno dalle organizzazioni che si occupano di assisterle: Ics, Diaconia valdese, International rescue comitee, Linea d’ombra, No name kitchen, Fondazione Luchetta, Goap, ResQ e Progetto stella polare. In questo periodo sono state seguite in media 870 persone al mese, trenta al giorno.
A questo aumento degli arrivi si accompagna però una diminuzione del numero di quelle che vogliono fermarsi a Trieste. Solo il 28 per cento di chi arriva in città vuole restare, otto persone al giorno. Nonostante i numeri contenuti, molte persone rimangono senza un tetto e sono costrette a vivere nei vecchi magazzini del porto. La ragione è nelle prassi della questura, spiega il presidente di Ics Gianfranco Schiavone.
Nuovi percorsi
Tra le sessanta e le ottanta persone ogni giorno arrivano davanti all’ufficio immigrazione della città e aspettano di poter presentare la loro domanda, ma non ci riescono. Non possono accedere ai centri di accoglienza perché non sono registrate come richiedenti asilo, nonostante ci siano posti liberi nelle strutture di primissima accoglienza. Quindi per giorni o settimane vivono per strada.
Gli afgani sono la maggioranza, seguiti da turchi, nepalesi, bengalesi e pachistani. Tra i gruppi più colpiti ci sono i nepalesi, che hanno aperto una nuova rotta che passa da Trieste. Molti infatti arrivano nei Balcani con visti di lavoro per la Croazia, la Romania o la Serbia. Lavorano per alcuni mesi nei cantieri, nell’agricoltura o nella logistica in condizioni disumane. Poi si spostano in Italia e chiedono protezione internazionale. Ma la loro domanda spesso non è accettata.
“La situazione è drasticamente peggiorata per quello che riguarda l’accesso alla procedura di asilo in questura. Sono peggiorati i tempi di attesa, ma soprattutto sono esplose le prassi illegittime”, denuncia Schiavone. “I funzionari della questura chiedono documenti che in realtà non sarebbero necessari, costringono le persone a tornare diverse volte e ogni volta è come se fosse la prima”, continua. “È tutto destrutturato in modo da dissuadere le persone a tornare”.
Per i nepalesi queste violazioni sono sistematiche, secondo l’operatore: “La questura ha avuto un atteggiamento negativo verso i nepalesi fin dall’inizio. Si rifiuta di prendere le loro domande per indurli ad andarsene. Sempre più spesso dobbiamo fare delle diffide e seguire queste persone da vicino”.
Nima Sherpa è una di loro. È nata e cresciuta a Kathmandu, in Nepal. Dietro l’apparenza di una vita normale, nasconde un segreto di cui fa fatica a parlare. Il marito era violento, la picchiava. Gli abusi sono andati avanti per anni. Per questo ha maturato l’idea di scappare e lasciarsi il paese alle spalle. Non si è trattato di una decisione improvvisa. È stata la madre a convincerla. “Va’”, le ha detto. Così si è rivolta a un’agenzia d’intermediazione che le ha procurato un visto e un biglietto aereo per la Bosnia-Erzegovina. La prima tappa del viaggio è stata Dubai, poi Sarajevo.
Si è indebitata per pagare l’agenzia, che le aveva promesso un lavoro e una sistemazione. Ma una volta arrivata in Bosnia, ha trovato condizioni di lavoro sfiancanti e dopo qualche mese il datore di lavoro ha smesso di pagarla. Per un momento ha pensato di tornare indietro, in Nepal. È stato il fratello a convincerla a continuare il viaggio verso l’Italia, prestandole dei soldi.
Ha camminato per giorni nei boschi tra la Bosnia e la Croazia con un gruppo di migranti e ha dormito all’addiaccio, sfidando i controlli della polizia. A Trieste è stata accolta in una struttura e sta affrontando il percorso per ottenere la protezione. Non ha familiari in Italia, ma spera di avere trovato finalmente un posto sicuro in cui ricominciare a vivere, anche se teme di finire per strada come molti suoi connazionali.
Incontriamo Sherpa a Casa Donk, una struttura nel sottotetto di un edificio in via Udine che offre assistenza socio-sanitaria ai richiedenti asilo. Da gennaio 2026 anche Medici senza frontiere ha aperto uno sportello Hope (health, orientation, promotion, and empowerment) in collaborazione con la struttura.
Il servizio offre supporto amministrativo e orientamento sanitario, aiutando i migranti a ottenere il codice Stp (straniero temporaneamente presente), per iscriversi al servizio sanitario nazionale, richiedere la tessera sanitaria e prenotare visite specialistiche. Nei primi tre mesi di attività sono stati registrati circa trenta accessi.
Le richieste riguardano soprattutto persone appena arrivate che hanno bisogno di informazioni e supporto per orientarsi nel sistema sanitario. Secondo il coordinatore dello sportello di Msf, Yannick Julliot, una delle principali criticità è la scarsa conoscenza dei propri diritti e del funzionamento dei servizi.
A Trieste pesa inoltre l’assenza di un ambulatorio Stp, dedicato alle persone senza documenti regolari. L’obiettivo del progetto Hope è rimuovere le barriere che ostacolano l’accesso ai servizi sanitari, spiega Julliot, che denuncia la confusione burocratica in cui si ritrovano tanti stranieri. Ma un tema particolarmente rilevante e poco considerato è quello della salute mentale, che emerge in tutti gli sportelli Hope gestiti da Msf sul territorio italiano.
Le ferite invisibili
Davide Leonardo ha cominciato a lavorare come psicologo da un anno proprio a Casa Donk. È il coordinatore del servizio di salute mentale dell’associazione e segue soprattutto minori stranieri non accompagnati che portano sul corpo e nella psiche le ferite visibili e invisibili delle violenze che hanno subìto lungo il viaggio.
Molti hanno sintomi come insonnia, ansia, difficoltà a relazionarsi. Si chiama disturbo da stress post traumatico (Ptsd). Ma Leonardo non ama questa definizione, perché nelle persone che incontra il trauma non è mai alle spalle: è cominciato nel paese d’origine, continua durante il viaggio e spesso prosegue anche in Europa, tra respingimenti, burocrazia, dinieghi e partenze forzate.
Uno dei ragazzi seguiti da Leonardoha una cicatrice che va dall’orecchio fino alla gola, conseguenza di una fuga davanti alla polizia di frontiera e di una caduta contro il filo spinato. Per lo psicologo la questione non riceve sufficiente attenzione.
Trieste è il luogo in cui lo psichiatra Franco Basaglia concepì la rivoluzione che portò alla chiusura dei manicomi nel 1978, per questo appare ancora più grave l’assenza di servizi di assistenza psicologica agli stranieri e ai richiedenti asilo presenti in città.
Per Davide Leonardo – che lavora in un’équipe formata da quattro psicologi, due psichiatri e due psicoterapeuti – anche se molti pazienti dormono per strada, devono essere seguiti dal punto di vista psicologico, per evitare che vadano incontro a problemi ancora più gravi legati alla loro condizione come la dipendenza da sostanze, psicofarmaci, droghe o alcol.
“L’ascolto, da solo, può già produrre un effetto”. La presenza è già la cura. Essere lì quando qualcuno dice di non avere più desideri. Essere lì quando le emozioni, come gli ha confidato un paziente, “prendono possesso di me”. E continuare a esserci abbastanza a lungo da vedere qualche volta quei desideri tornare.
La rotta è cambiata
Nel frattempo ci sono stati dei cambiamenti nella cosiddetta rotta balcanica. I grandi accampamenti informali come i palazzi occupati e i campi in Bosnia e Serbia sono quasi scomparsi. I migranti che possono permetterselo pagano migliaia di euro ai trafficanti che organizzano passaggi rapidi in auto o in taxi. E insieme al viaggio offrono anche l’alloggio in alberghi o case, che danno meno nell’occhio.
Per chi non ha denaro, invece, la violenza continua. Lo scorso inverno in Bosnia diversi sudanesi hanno tentato di attraversare le frontiere seguendo dei percorsi di montagna. Alcuni sono stati ritrovati in condizioni gravissime dovute all’assideramento. Altri non ce l’hanno fatta. La chiusura della rotta balcanica era uno degli obiettivi prioritari delle politiche europee a partire dal 2016, ma dieci anni dopo è ancora attiva ed è uno dei principali percorsi di ingresso irregolare nei paesi dell’Unione. Tuttavia a causa dell’ostilità dei governi e dell’opinione pubblica, l’accoglienza è stata smantellata.
Rimane in piedi una rete di associazioni della società civile che offrono servizi di base ai richiedenti asilo tagliati fuori dal sistema ufficiale. A Trieste tutte le sere a piazza della Libertà, verso le sette, i richiedenti asilo si mettono in fila davanti alla statua dell’imperatrice Elisabetta d’Austria, in attesa che siano distribuiti i pasti dall’associazione Linea d’ombra e da decine di volontari che arrivano da tutta Italia.
“Come cambia la rotta balcanica lo vedo dai piedi di chi arriva”, racconta Lorena Fornasir, 71 anni, psicoterapeuta in pensione che insieme al marito Gian Andrea Franchi, un professore di filosofia in pensione, nel 2019 ha fondato l’associazione Linea d’ombra. Ogni sera Fornasir si siede su uno sgabello portatile nella piazza e cura le ferite dei ragazzi che sono arrivati da poco a Trieste. Per lei quel gesto è riconoscimento, relazione, ascolto. I ragazzi raccontano le loro storie, le confidano le loro preoccupazioni. Piedi gonfi, tagliati, segnati da settimane o mesi di cammino.
Da anni l’associazione organizza un sistema di distribuzione dei pasti che non conosce interruzioni. Li chiamano “fornelli resistenti”: ogni sera da diverse parti d’Italia arrivano decine di volontari pronti a distribuire centinaia di pasti alle persone che ordinatamente si mettono in fila e poi si siedono intorno alle aiuole del giardino. Riso, verdura, frutta. Anche nei giorni di pioggia o di bora, si può contare su un pasto caldo distribuito dai volontari che si fanno carico del vuoto lasciato dalle autorità.
Fornasir descrive una piazza militarizzata, presidiata quotidianamente da camionette delle forze dell’ordine. Una presenza che produce diffidenza: “Le nuove persone migranti non si presentano più in piazza, le ritroviamo la notte, dopo che le forze dell’ordine se ne sono andate”.
“In questo momento almeno 150 persone sono abbandonate completamente a se stesse nel porto vecchio, in condizioni intollerabili”, denuncia Fornasir. Condizioni che hannogià avuto conseguenze letali: “A Trieste abbiamo avuto due morti lo scorso inverno, che potevano essere evitate”.
Per la sua attività, Fornasir è stata attaccata, criticata, ha ricevuto minacce. Per avere ospitato in casa una famiglia di curdi insieme al marito è stata addirittura incriminata con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma il processo è stato archiviato nel 2021. Aprire la propria casa a chi non ha un tetto non può essere un reato.
Le foto di Francesco Anselmi per Medici senza frontiere nel progetto “Io sono confine” e il racconto di Annalisa Camilli saranno in mostra al festival Cortona on the move dal 16 luglio al 1 novembre 2026.
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