Cosa ricorderà la Francia dell’ondata di caldo storica cominciata il 18 giugno? Il bilancio delle vittime, le scuole chiuse, gli ospedali sovraffollati, gli scaffali vuoti dei supermercati, dove la gente si è precipitata a comprare condizionatori e ventilatori. Per qualcuno, le conseguenze a breve o lungo termine sulla salute. E quali insegnamenti politici o quale rinnovata ambizione di frenare o adattarsi al riscaldamento globale causato dalle attività umane? Difficile dirlo.
Questa ondata di caldo è stata gestita soprattutto sotto il segno dell’emergenza e del tentativo di reagire, senza nessun messaggio politico degno di nota. Spesso, le autorità pubbliche hanno dato perfino l’impressione di essere sopraffatte dall’intensità e dalla durata di questo fenomeno.
Dopo più di una settimana di quasi totale silenzio, la frase pronunciata giovedì da Emmanuel Macron ad Antibes (nelle Alpi Marittime), a margine di un vertice con la presidente del consiglio italiana Giorgia Meloni, è apparsa indigesta a molti. Ritenendo che la Francia abbia “fatto un grande lavoro” contro il cambiamento climatico, il presidente francese ha detto che “non ci si adatta a un picco” che “non ha mai avuto uguali nella nostra storia”.
“Sono sbalordita”, ha reagito la climatologa Valérie Masson-Delmotte. “Chiunque comprenda i dati scientifici sul clima deve rendersi conto che bisogna aspettarsi degli eventi senza precedenti”.
Il suo collega Jean Jouzel è più filosofico: “Macron non ha del tutto torto, ma è soprattutto un’ammissione di impotenza e di un fallimento. Si sarebbero dovute adottare misure che non sono state prese”.
E che dire della ministra della transizione ecologica Monique Barbut, che ha aggiunto un’ulteriore dose di ansia in un’atmosfera già pesante affermando mercoledì, in onda su France Inter, che “nuove temperature estreme” colpiranno la Francia all’inizio di luglio? I suoi collaboratori hanno dovuto fare marcia indietro per sfumare le sue dichiarazioni, in un momento in cui perfino i meteorologi si astengono dal fare previsioni a medio termine.
Spazi privati e commerciali
Di fronte agli annunci improvvisati e a volte difficilmente comprensibili, prende spazio l’intraprendenza. Bruno Villalba, professore di scienze politiche all’AgroParisTech, descrive così la gamma delle “strategie private di protezione”: “Aria condizionata, seconde case e telelavoro per chi può permetterselo. Tra le classi popolari, invece, i giovani si ritagliano un posto negli spazi pubblici, si bagnano alle fontane, rompono gli idranti”. Per Villalba, “tutte queste risposte funzionali, accettate da alcuni, criticate da altri, riducono la pressione che spinge a pretendere dallo spazio politico delle soluzione collettive”.
Durante tutta questa ondata di caldo, gli spazi privati e commerciali, a volte più degli spazi pubblici, hanno offerto riparo e rifugio. Centri commerciali, uffici climatizzati, cinema… Parallelamente, la carenza di risorse nelle scuole o negli ospedali è apparsa ancora più evidente. “Questo alimenta la sensazione generale che tutto stia peggiorando e che le autorità pubbliche abbiano fallito”, sostiene Brice Teinturier, direttore generale delegato dell’istituto di sondaggi Ipsos.
Più che lo stato, è stato il mercato a fornire soluzioni a chi poteva permettersele. “La protezione dal cambiamento climatico sta diventando un bene di consumo come un altro”, afferma Bruno Villalba. Il colmo del cinismo spetta all’aeroporto di Limoges che, su Facebook, ha osato scrivere il 17 giugno: “Quando i binari si sciolgono, ci pensano le ali”. Secondo l’Ademe, l’agenzia pubblica francese incaricata della transizione ecologica, un volo Limoges-Parigi emette venticinque volte più gas serra del treno.
Alla fine, l’unico dibattito emerso è stato quello sull’aria condizionata, imposto in particolare dal Rassemblement national, uno strumento legittimo ma che ha limitato il discorso su questa ondata di caldo a un’equazione tecnica. Senza contare che l’aria condizionata ha un costo, sia all’acquisto sia nella bolletta dell’elettricità.
“I costi di funzionamento vengono accuratamente occultati”, sottolinea Benoît Leguet, direttore dell’istituto di economia per il clima.
Questa visione riduttiva mette in secondo piano anche il resto del mondo vivente. “L’ondata di calore è ridotta al fatto che gli esseri umani hanno caldo, cioè a un semplice problema di climatizzazione. Nessun accenno agli ecosistemi o ai raccolti colpiti né agli effetti sul bestiame e sulla fauna selvatica né allo scioglimento del permafrost e dei ghiacciai né al deperimento delle foreste”, osserva il filosofo Dominique Bourg.
Voglia di voltare pagina
Questo episodio climatico ha però tutte le caratteristiche di un evento politico. Come si sforzano di ricordare da decenni tutti i difensori del concetto di giustizia ambientale, gli eventi estremi rivelano e accentuano le disuguaglianze esistenti.
“L’ondata di caldo, dal punto di vista dell’alloggio e del luogo di lavoro, rappresenta un accumulo di disuguaglianze ambientali”, osserva Valérie Deldrève, direttrice di ricerca in sociologia presso l’istituto nazionale francese di ricerca per l’agricoltura, l’alimentazione e l’ambiente. Si tratta di un dibattito all’interno della sua disciplina, ma la ricercatrice ritiene che il cambiamento climatico, invece di colpire l’intera umanità in modo uniforme, stia in realtà approfondendo le disuguaglianze, con l’esistenza di un’élite in grado di proteggersi e il resto della popolazione esposta in pieno alle sue conseguenze. “A lungo termine, non vivremo più nello stesso mondo”, descrive.
Alcuni vedono i segni di questa cupa distopia già ora. Nelle città chi è più ricco e abita in edifici ben isolati di quartieri ricchi di verde e gentrificati vive l’ondata di caldo in modo diverso.
Quando sarà definitivo, oltre alle 55 vittime di annegamento censite dal 18 giugno e ai tre bambini morti nelle auto, il bilancio umano di questa ondata di caldo potrà mostrare queste disuguaglianze. “La vulnerabilità è innanzitutto l’esposizione al rischio, poi la capacità di sopportarlo”, ricorda Agnès Michelot, professoressa di diritto pubblico all’università di La Rochelle e promotrice del concetto di giustizia climatica in Francia. “Il terzo livello è: ‘Riuscirete a riprendervi dall’evento? Più avete sofferto, più sarà difficile riprendervi’”.
Il mondo di domani sarà lo stesso di prima? Se l’ondata di caldo del 2003 in Francia aveva portato a dei progressi, con l’istituzione dell’allerta caldo, delle stanze climatizzate nelle case di riposo o del registro comunale delle persone fragili e isolate, quelle successive non hanno praticamente cambiato le cose. La voglia di voltare pagina, di dimenticare le prove affrontate, può essere forte una volta che il termometro torna alla normalità.
Anche i verdi sono fatalisti. Marie Pochon, deputata del partito Les Ecologistes, dubita che un episodio possa cambiare i comportamenti: “Non so se, dopo questa ondata di caldo, la gente si dirà ‘Forse dovrei smettere di prendere l’aereo’. Ed è un atteggiamento legittimo visto il senso di impotenza di fronte alla questione climatica, a cui la classe politica non dà nessuna risposta”.
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