Tra il caldo estremo, i nazisti in metropolitana, i fuochi d’artificio e la consueta retorica patriottica di Donald Trump, il 4 luglio è passata quasi inosservata una misura che potrebbe rivelarsi una delle eredità più durature del secondo mandato di Trump. Sono i Trump accounts, conti intestati ai nuovi nati che, almeno nelle intenzioni della Casa Bianca e dei repubblicani, dovrebbero cambiare il rapporto tra gli americani, il risparmio e il welfare fin dalla nascita.
I conti sono stati approvati con “la grande bellissima legge” fiscale votata dal congresso alla fine del 2025 e sono entrati ufficialmente in funzione il 4 luglio, anche con la speranza che possano dare una spinta ai repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato.
In sostanza, ogni bambino nato negli Stati Uniti tra il 1 gennaio 2025 e il 31 dicembre 2028 ha diritto a un conto d’investimento intestato a suo nome, alimentato da un versamento una tantum del governo di mille dollari (finora hanno aderito 1,4 milioni di bambini). Compiuti i diciotto anni, i beneficiari potranno iniziare a usare i soldi secondo regole simili a quelle dei conti pensionistici individuali statunitensi, con agevolazioni fiscali per alcune spese, tra cui gli studi universitari e l’acquisto della prima casa.
Il conto può essere alimentato successivamente con contributi dei genitori, del datore di lavoro o di soggetti privati. In settimana Gwynne Shotwell, presidente e direttrice operativa di SpaceX, la compagnia di viaggi spaziali fondata da Elon Musk, ha annunciato che lei e il marito doneranno due milioni delle loro azioni per finanziare i Trump accounts: un’azione da 165 dollari per ogni bambino – soprattutto alle famiglie a basso reddito del Texas, lo stato in cui ha sede la SpaceX – per un valore totale di 320 milioni di dollari (Shotwell è una delle maggiori azioniste individuali dell’azienda, con una partecipazione di circa 2,4 miliardi di dollari dopo la quotazione da record avvenuta il mese scorso). Altre aziende – tra cui la Goldman Sachs, la Morgan Stanley e la Black Rock – si sono impegnate a versare l’equivalente del contributo governativo per i figli dei loro dipendenti.
L’idea di mettere da parte un capitale per ogni bambino non è nuova e in molti casi ha trovato d’accordo anche i politici del Partito democratico. Ma è il modo in cui il programma è stato costruito ad aver attirato molte critiche. Pur essendo formalmente universale, il suo funzionamento rischia di amplificare le disuguaglianze invece di ridurle.
Lo dicono gli stessi calcoli diffusi dalla Casa Bianca. Nella sua analisi, il Council of economic advisers, l’ente che consiglia il presidente sulla politica economica, ha stimato come crescerebbe il valore dei conti in base ai contributi versati dalle famiglie. Un bambino nato in una famiglia senza la possibilità di alimentare il conto oltre ai mille dollari iniziali si ritroverebbe a diciotto anni con un capitale accumulato di 5.839 dollari. Un altro cresciuto in famiglia che può versare ogni anno il contributo massimo consentito – cinquemila dollari – si ritroverebbe con 303.757 dollari. Due bambini dello stesso paese che aderiscono allo stesso programma governativo, due patrimoni e due prospettive di vita completamente diversi.
Altri meccanismi alimentano ulteriormente le disparità. Siccome i Trump accounts sono costruiti sul modello dei conti di investimento già diffusi negli Stati Uniti, le famiglie che versano di più nei conti beneficiano anche delle maggiori agevolazioni fiscali. In altre parole, si tratta di un sussidio pubblico che cresce in base al risparmio privato. Diversi osservatori hanno fatto notare che esistono modelli alternativi, come i “Baby bonds” proposti negli anni scorsi dal senatore democratico Cory Booker, che prevedono invece maggiori versamenti pubblici proprio per i bambini provenienti dalle famiglie con meno risorse.
Ma le perplessità non riguardano solo gli effetti sulla distribuzione della ricchezza. Da tempo una parte del Partito repubblicano sostiene che almeno una quota della previdenza pubblica debba essere progressivamente sostituita da conti individuali investiti sui mercati finanziari. Il precedente tentativo risale al 2005, quando George W. Bush propose di consentire ai lavoratori di destinare una parte dei contributi previdenziali a conti privati investiti sui mercati finanziari. La proposta si scontrò con una forte opposizione e non arrivò mai al voto in congresso.
Questa volta i conservatori potrebbero arrivarci da una strada diversa. Il senatore repubblicano Ted Cruz ha definito i Trump accounts “i conti personali della previdenza sociale”, lasciando intendere che il progetto abbia una funzione culturale prima ancora che finanziaria: abituare una generazione a considerare normale che la sicurezza economica dipenda dalla crescita del proprio portafoglio investito sui mercati.
Alcuni analisti pensano che questi conti possano rappresentare un programma pilota per una futura privatizzazione almeno parziale della previdenza sociale, non attraverso una riforma drastica ma mediante la progressiva normalizzazione dell’idea secondo cui ognuno debba costruirsi autonomamente la propria sicurezza economica fin dalla nascita.
Questo mentre l’amministrazione Trump mina alcuni pilastri del welfare. La stessa legge che ha creato i Trump accounts ha anche modificato in profondità lo Snap, il principale programma di assistenza alimentare degli Stati Uniti, da cui dipendono circa quaranta milioni di persone. Le nuove regole estendono i requisiti di accesso a categorie che prima ne erano in parte esentate: per continuare a ricevere il sussidio, molti beneficiari devono dimostrare di lavorare almeno ottanta ore al mese, oppure di partecipare a programmi di formazione o svolgere attività di volontariato.
Secondo le stime riportate da Politico, circa 3,5 milioni di persone sono già uscite dal programma e altre potrebbero perderne il diritto con la piena entrata in vigore della riforma. Gli operatori sociali fanno notare che molti rischiano di rimanere esclusi non perché si rifiutino di lavorare, ma perché hanno problemi di salute, sono anziani, devono prendersi cura di familiari in difficoltà, non hanno mezzi di trasporto o perché non riescono a orientarsi nelle procedure burocratiche sempre più complesse.
Il giornale racconta gli effetti della riforma attraverso il caso del Maine. Nel 2019 lo stato si era posto l’obiettivo di eliminare la fame entro il 2030 e, dopo la pandemia, aveva ampliato i pasti scolastici gratuiti, semplificato l’accesso ai sussidi e investito nei programmi alimentari locali. Oggi gran parte di quello sforzo è assorbito dalla necessità di adattarsi alla riforma federale. Il parlamento statale ha approvato un bilancio supplementare da 500 milioni di dollari per assumere nuovo personale, gestire procedure diventate molto più complesse e creare un fondo d’emergenza per mantenere operativo il programma.
Intanto le organizzazioni non profit hanno aumentato la raccolta di fondi privati, aperto un nuovo centro di distribuzione alimentare e formato centinaia di assistenti sociali per aiutare i beneficiari a orientarsi tra le nuove regole. Nonostante questo, dall’entrata in vigore dei nuovi requisiti più di 15mila persone hanno perso l’accesso ai sussidi Snap.
Queste novità si inseriscono in una trasformazione più ampia e profonda, in cui le famiglie più ricche tendono a costruire infrastrutture parallele per i propri figli. Succede nell’istruzione, dove crescono il peso e il successo di scuole private sperimentali che promettono percorsi altamente personalizzati, largo uso dell’intelligenza artificiale e formazione imprenditoriale. Sempre più imprenditori, investitori e manager della Silicon valley – convinti che l’ia finirà per sostituire le attività basate su procedure ripetitive o schemi prestabiliti – stanno portando i figli via non solo dalla scuola pubblica ma anche da quelle private tradizionali.
Alpha School, che è nata ad Austin dodici anni fa e si concentra principalmente sull’istruzione dalla scuola elementare alla scuola media, ha aperto otto nuove sedi solo nel 2025 e quest’anno dovrebbe aprirne altre venti, la maggior parte in California. Il programma prevede che i ragazzi passino due ore al giorno con un tutor basato sull’intelligenza artificiale e dedichino il resto del tempo a laboratori, imparando a negoziare, parlare in pubblico e sviluppare progetti. Nella sede di San Francisco la retta arriva a 75mila dollari all’anno.
Un manager intervistato dal Wall Street Journal ha spiegato perché ha scelto questa scuola per il figlio: “Il sistema educativo, così com’è oggi, non funziona, e ci saranno imprenditori che cercheranno di migliorarlo. Ciò che conta è formare persone capaci di ragionare con prontezza e di orientarsi nel mondo, non semplicemente di ripetere nozioni apprese in una determinata disciplina”. A differenza delle scuole pubbliche, questi istituti non hanno l’obbligo di comunicare allo stato i dati sulle prestazioni degli studenti, cosa che rende difficile valutarne i risultati e l’efficacia.
Questo testo è tratto dalla newsletter Americana.
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