A volte l’apparenza inganna. Quando Donald Trump ha ordinato di annullare la squalifica del calciatore statunitense Folarin Balogun per non fargli saltare una partita cruciale, i vertici del calcio internazionale hanno obbedito subito, tanto da far pensare che la forza abbia preso il sopravvento sul diritto anche in questa forma di soft power che è il pallone.

Secondo questa logica, il calcio sarebbe il nuovo teatro dello stravolgimento dell’ordine mondiale, con altri mezzi, messo in atto del presidente degli Stati Uniti. E a confermarlo ci sarebbero il rifiuto di concedere un visto d’ingresso ai tifosi di alcuni paesi, l’espulsione di un arbitro arrivato dalla Somalia e i controlli particolarmente scrupolosi riservati ai calciatori di alcune nazionali.

Il presidente della Fifa (Fédération internationale de football association) Gianni Infantino, che nel 2018 aveva orchestrato la coppa del mondo in Russia, nonostante l’annessione unilaterale della Crimea e l’inizio di una guerra di logoramento nella regione ucraina del Donbass, è ormai un simbolo della deferenza verso i potenti. La sua decisione di assegnare a Donald Trump un “premio per la pace” inventato per l’occasione, meno di tre mesi prima che lo stesso Trump scatenasse una guerra devastante in Medio Oriente, è qualcosa che sarà difficile uguagliare.

La diplomazia dello sport ha i suoi limiti, anche quando si tratta del più amato nella maggior parte dei paesi del mondo. Proposta nel 2017 e assegnata un anno dopo, l’organizzazione della Coppa del mondo 2026 condivisa da Canada, Stati Uniti e Messico non ha avuto alcun effetto sull’aggressività del presidente statunitense verso i due paesi vicini.

Non si può dire però che i mondiali siano uno specchio dei rapporti internazionali. Al massimo ne sono uno specchio deformante, anche se il torneo in corso ha accolto per la prima volta ben 48 squadre (prima erano 32). Fatta eccezione per l’esclusione della Russia decisa dalle istituzioni europee e internazionali dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022, la geopolitica del calcio non ha molto a che vedere con la geopolitica in senso stretto. L’eliminazione degli Stati Uniti dal torneo per mano del Belgio, nonostante l’ingerenza dell’inquilino della Casa Bianca e l’intervento della Fifa, ne è una salutare dimostrazione.

La Cina è curiosamente assente da questa Coppa del mondo, anche se negli ultimi decenni ha fatto un “grande balzo in avanti” negli sport olimpionici, al punto da diventare la principale rivale degli Stati Uniti, occupando il posto che un tempo era dell’Unione Sovietica. Nel 2011 Xi Jinping, all’epoca ancora vicepresidente della Cina, aveva fatto tre promesse a nome del calcio del suo paese: la qualificazione ai mondiali, l’organizzazione dei mondiali e la vittoria dei mondiali. Siamo ancora molto lontani dall’obiettivo.

Tenendo conto del meccanismo di rotazione dei continenti seguito dalla Fifa, Pechino non può sperare di ospitare la competizione prima del 2042. La Cina, che nella sua storia ha partecipato solo una volta a una fase finale dei mondiali (2002), deve nuovamente accontentarsi di essere rappresentata unicamente dai prodotti acquistati dai tifosi e da un manipolo di arbitri.

Lo stesso discorso vale per la maggior parte delle grandi potenze del sud del mondo, come l’India e l’Indonesia. I palloni dotati di chip elettronici sono prodotti in Pakistan, che non ha mai partecipato a una fase finale dei mondiali. Come già in passato, il Sudafrica non è andato oltre il ruolo di comparsa, mentre le nazionali africane nel loro insieme hanno fatto bella figura durante la fase a gironi. Il Brasile, naturalmente, occupa una casella a parte su questa scacchiera, perché è stato un grande paese calcistico (come l’Argentina) molto prima di imporsi sul terreno della diplomazia contestando legittimamente un ordine occidentale squilibrato e in declino.

Splendore e influenza

Al contrario del sud del mondo rimasto fuori dagli stadi, i paesi europei mantengono sui prati verdi del pallone l’influenza e l’antico splendore che in campo geopolitico hanno abbondantemente perso a beneficio degli imperi americano, russo e cinese. Mentre l’Europa era sovrarappresentata ai quarti di finale di questi mondiali, il vertice della Nato organizzato il 7 e l’8 luglio ad Ankara ha evidenziato per l’ennesima volta la debolezza del vecchio continente davanti all’ostilità di Donald Trump verso il multilateralismo, l’Alleanza atlantica e l’Unione europea.

Il torneo, che si concluderà il 19 luglio in New Jersey, è comunque ricco di spunti sullo stato del mondo e testimonia la capacità di resistenza di una forma di globalizzazione, quella dei giocatori, in un momento segnato da posizioni sempre più severe sul ritorno delle frontiere. Secondo la rivista online di geopolitica Foreign Policy, il mondiale del 2026 ha fatto segnare un record: quasi il 25 per cento dei giocatori che hanno partecipato al torneo è nato in un paese diverso da quello di cui indossa la maglia.

La separazione tra nord e sud, terreno fertile per le desolanti argomentazioni razziste di cui l’estrema destra (ugualmente globalizzata) ha fatto un cavallo di battaglia, sfugge però ai cliché, dato che la percentuale sale al 61 per cento per Haiti e Algeria e arriva al 73 per cento per il Marocco e addirittura al 76 per cento per la Repubblica Democratica del Congo, grazie a un nutrito contingente di atleti nati in Europa.

Una vittoria della Francia nella finale del 19 luglio sarebbe il riflesso di una realtà statistica: 99 giocatori convocati per la Coppa del mondo sono nati in Francia, di cui 54 nella sola Île-de-France.

La patetica interferenza di Trump era per un giocatore convocato dalla nazionale statunitense grazie alle sue qualità sportive (che lo hanno portato a giocare per l’AS Monaco) e al fatto che è nato a New York, da genitori nigeriani in visita in città. Da questo punto di vista è paradossale che lo stesso presidente statunitense abbia smosso mari e monti fin dal suo ritorno alla Casa Bianca per cancellare lo ius soli, rivolgendosi perfino alla corte suprema, invano. Una buona notizia per tutti i Folarin Balogun di domani.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it