Teheran, 15 giugno 2026. (Majid Saeedi, Getty Images)

Mentre proseguono i negoziati tra Stati Uniti e Iran per definire gli aspetti tecnici legati al protocollo d’intesa firmato il 17 giugno e raggiungere un accordo più duraturo per garantire pace e stabilità, gli iraniani fanno i conti con le conseguenze di quaranta giorni di guerra aperta e più di quattro mesi di angoscia e tensioni. Nonostante gli annunci fatti dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump di voler accorrere in aiuto del popolo iraniano sceso in strada contro il regime di Teheran a gennaio, la questione dei diritti umani non è presa minimamente in considerazione durante i colloqui, che si concentrano invece sull’apertura dello stretto di Hormuz, sul programma nucleare iraniano e sull’eliminazione delle sanzioni statunitensi.

Chi aveva sperato che un intervento esterno avrebbe potuto favorire un indebolimento, o addirittura il crollo, della Repubblica islamica si trova di fronte un regime ancora più duro e radicalizzato. Da quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran il 28 febbraio, più di seimila iraniani sono stati arrestati, secondo Amnesty international.

Si tratta soprattutto di manifestanti, giornalisti, avvocate, difensori dei diritti umani, dissidenti ed esponenti delle minoranze etniche e religiose. La repressione è stata favorita dal blocco della rete, durato per 88 giorni, aggiunge l’organizzazione: “Il blackout di internet ha costituito un pilastro fondamentale della strategia repressiva delle autorità, creando le condizioni in cui commettere impunemente crimini contrari al diritto internazionale”.

In un articolo uscito su Equator, un magazine dedicato alla riflessione politica, all’arte e alla letteratura, la scrittrice iraniana-statunitense Sahar Delijani denuncia il giro di vite del regime all’ombra della guerra: “La resistenza dello stato di fronte all’offensiva statunitense-israeliana lo ha reso al tempo stesso più audace e più paranoico, una combinazione letale per una dittatura rifiutata da gran parte dei suoi cittadini”. Le persone arrestate sono accusate senza prove né assistenza legale indipendente e subiscono processi farsa che si svolgono a porte chiuse.

Amnesty international ha documentato casi di tortura e altri maltrattamenti nei confronti dei detenuti nei mesi scorsi, tra cui finte esecuzioni, percosse, sospensione per le mani e i piedi, isolamento prolungato e privazione di cibo e cure mediche. Le autorità inoltre usano le “confessioni” estorte con la forza come strumento di propaganda, trasmettendo i video sui mezzi d’informazione di stato. Sono stati denunciati anche alcuni decessi in carcere.

Secondo Delijani le condizioni nel carcere di Evin – il più famigerato del paese, bombardato durante la guerra dei dodici giorni nel giugno del 2025 e anche recentemente – e nelle altre prigioni sono “catastrofiche”. Sono luoghi sovraffollati, sporchi e infestati da insetti.

Le autorità di Teheran hanno anche accelerato i processi e le esecuzioni delle persone arrestate durante la mobilitazione di gennaio. Il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha più volte invocato il ricorso a pene severe in nome della sicurezza nazionale e delle “condizioni di guerra”. Il 15 giugno Volker Türk, alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha reso noto che dall’inizio dell’anno l’Iran ha eseguito le condanne a morte di circa 40 persone accusate di “minaccia alla sicurezza nazionale”, metà delle quali in relazione alle proteste di gennaio.

Il giorno dopo, il 16 giugno, sono stati impiccati Javad Zamani e Abolfazl Saedi, due manifestanti arrestati a Shahroud, nel nordest del paese. Erano stati accusati di “guerra contro Dio” (moharebeh in persiano) e “corruzione sulla terra” (fesad-e fel-arz), capi d’accusa generici spesso usati contro i manifestanti, gli attivisti e gli oppositori politici. Il 1 giugno la stessa sorte era toccata a Mehrdad Mohammadi-Nia e Ashkan Maleki, altri due manifestanti arrestati a gennaio e accusati di avere incendiato una moschea a Teheran.

Secondo l’organizzazione Center for human rights Iran, attualmente almeno 75 persone rischiano condanne a morte imminenti, almeno quaranta delle quali sono legate alla mobilitazione dell’inizio dell’anno. Nel 2025 l’Iran ha eseguito le condanne a morte di 2.159 persone, il doppio rispetto all’anno precedente. In un articolo su Le Monde, l’esperta di Iran Ghazal Golshiri spiega che le autorità giudiziarie iraniane stanno facendo ampio ricorso alla legge sul “rafforzamento delle pene per spionaggio”, entrata in vigore lo scorso ottobre. Secondo il testo, qualsiasi “attività di intelligence o di spionaggio” o qualsiasi “operazione” condotta a beneficio di “stati o gruppi ostili” è punibile con la pena di morte, oltre che con la confisca dei beni.

Rabbia e delusione

Oltre alla repressione delle autorità, gli iraniani devono anche affrontare le difficoltà quotidiane, legate soprattutto a condizioni economiche sempre più critiche. La guerra ha provocato una notevole distruzione e ha fatto perdere il lavoro a due milioni di persone. A maggio l’inflazione ha toccato il 77 per cento, mentre i prezzi sono aumentati del 130 per cento.

Inoltre anche se la maggior parte degli iraniani è sollevata per la fine dei bombardamenti e la vita quotidiana non è più costellata dalla paura delle esplosioni, sotto la superficie aleggia “un senso più profondo di rabbia e delusione”, nota un reportage di Radio Farda, il canale sull’Iran dell’emittente Radio Free Europe/Radio Liberty.

Diverse persone che hanno parlato con la giornalista Farangis Najibullah, identificate solo con il nome per timore di ritorsioni, hanno espresso il loro disappunto perché la fine della guerra non ha portato il cambiamento in cui avevano sperato. Maryam ha raccontato di avere sopportato la fame, la paura dei bombardamenti e il dolore per le persone uccise nella convinzione di poter presto celebrare la fine del regime. Ora prova “un senso di tradimento e di sfinimento” nel vedere Washington riprendere i colloqui con le autorità di Teheran, rimaste saldamente al potere.

Nader, un abitante di Teheran, è convinto che gli iraniani non dimenticheranno le migliaia di persone uccise dal regime durante le proteste di gennaio e non accetteranno che i loro sacrifici non siano serviti a nulla. “Le persone stanno aspettando di vedere cosa faranno gli Stati Uniti, se colpiranno ancora l’Iran. A un certo punto scenderanno di nuovo in strada a milioni. È assolutamente impossibile che accetteranno di nuovo questo regime”.

Anche Elham, un’artista intervistata dal Guardian, pensa che la guerra e i massacri di gennaio abbiano costretto gli iraniani a riconsiderare le loro convinzioni sull’occidente e sulle proteste: “Ora è chiaro che l’idea secondo cui gli Stati Uniti possono salvarci è una menzogna”. Secondo lei però la soluzione non sono altre proteste che rischiano di essere strumentalizzate dagli interessi stranieri e portare a nuove violenze, ma l’affermazione di movimenti dal basso, in grado di avviare cambiamenti in modo più graduale: “Dobbiamo costruire nuove coalizioni. Che siano riformisti o sostenitori della linea dura, tutti devono fare un passo avanti gli uni verso gli altri. Dobbiamo immaginare il nostro futuro in modo diverso”.

Nell’articolo in cui rende omaggio alle attiviste e ai dissidenti iraniani che subiscono la repressione dello stato, Sahar Delijani commenta che se anche non sono d’accordo sempre su tutto, queste persone “sono la forza trainante della lotta democratica in corso in Iran”. Senza di loro non è possibile nessuna liberazione futura: “Il vero cambiamento non verrà imposto dall’esterno – né con le bombe né dai sedicenti salvatori o dai discendenti dei re – ma nascerà dal loro impegno costante e concreto”.

Questo testo è tratto dalla newsletter Mediorientale.

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