L’effetto contagio dei colpi di stato in Africa occidentale si sarà fermato in Benin? Quando il 7 dicembre un gruppo di militari beninesi ha annunciato di voler prendere il potere per “liberare il popolo dalla dittatura” del presidente Patrice Talon, molti osservatori sono rimasti sorpresi perché nel paese non avveniva un golpe da cinquant’anni.
Se fosse riuscito, sarebbe stato il diciassettesimo nella regione dal 2020, di cui undici hanno avuto successo. Ma questa volta il golpe è stato sventato grazie all’intervento immediato delle forze di terra e dell’aviazione della Nigeria, che si sono attivate per conto della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas) su richiesta di Talon.
“Solo pochi giorni dopo la presa del potere dei soldati in Guinea Bissau, i leader dell’Ecowas hanno pensato che la caduta di Talon avrebbe avuto un effetto troppo destabilizzante”, commenta Paul Melly sulla Bbc. Gli aerei da guerra nigeriani perciò hanno bombardato i soldati ammutinati nella sede della radio e tv nazionale, e in una base militare vicino all’aeroporto di Cotonou. L’Ecowas ha anche annunciato il dispiegamento di truppe di terra provenienti da Ghana, Nigeria, Costa d’Avorio e Sierra Leone.
Il Benin è uno stato di 14,8 milioni di persone confinante con Togo, Burkina Faso, Niger e Nigeria. Secondo lo studioso di colpi di stato John Joseph Chin, che pubblica un articolo su The Conversation, il tentativo di golpe si può spiegare con tre fattori: il crescente autoritarismo del presidente Talon da quando è arrivato al potere nel 2016; l’aumento, nel nord del paese, della violenza scatenata dai gruppi jihadisti attivi negli stati confinanti; e, infine, l’effetto contagio dei colpi di stato portati a termine con successo in altri paesi dell’Africa occidentale.
Fino a poco tempo fa il Benin era considerato un campione di democrazia in Africa, anche se la situazione è peggiorata con l’arrivo al potere di Talon. Come racconta il sito Afrik.com, il presidente “ha sacrificato una parte delle libertà dei cittadini e del pluralismo politico sull’altare dell’efficienza economica e della modernizzazione delle infrastrutture”. Il principale partito d’opposizione sarà escluso dalle elezioni presidenziali del 2026, in occasione delle quali ci si aspetta che Talon passi il testimone al suo ministro delle finanze Romuald Wadagni. In ogni caso, le condizioni di vita generali dei suoi abitanti sono migliori rispetto ad altri paesi africani: per esempio, nota Chin, la crescita economica nel 2025 è stata del 7,5 per cento.
Dall’anno scorso le attività di gruppi jihadisti come il Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim) si sono ampliate: da paesi come il Burkina Faso e il Niger, hanno raggiunto anche il nord del Benin. E qui, spiega Chin, entrano in gioco altre dinamiche: se la Russia è diventata la principale partner nel settore della sicurezza di paesi guidati da regimi golpisti come Mali, Burkina Faso e Niger, il Benin ha continuato a fare affidamento sugli alleati occidentali, come per esempio la Francia.
Secondo Jeune Afrique il presidente francese Emmanuel Macron e quello beninese Talon si sono sentiti per telefono il 7 dicembre, e poi Macron ha fatto pressioni su quello nigeriano Bola Tinubu. Il giornale panafricano ricorda che “Francia e Benin sono legati da accordi di cooperazione militare dal 1977, che vengono regolarmente aggiornati. Dopo l’aggravarsi della minaccia jihadista dal 2019, questa collaborazione si è rafforzata. Con la fine dell’operazione Barkhane in Mali e la perdita delle sue basi militari in tutti i paesi dell’Alleanza degli stati del Sahel (Aes, cioè l’unione formata da Mali, Burkina Faso e Niger), la Francia ha ulteriormente rafforzato i suoi legami con il Benin”.
Queste dinamiche spiegano in parte la mobilitazione internazionale per il Benin, affinché questo nuovo tentativo di golpe non avesse successo. Allo stesso tempo non c’è da aspettarsi che l’esempio del Benin dissuada eventuali emuli dei golpisti in altri paesi: secondo l’intellettuale camerunese Achille Mbembe, intervistato da Le Monde, continueremo ad assistere a nuovi golpe. “Le istituzioni africane non sono preparate per affrontare politicamente i conflitti interni alle società. Le autorità, ereditate in gran parte dall’epoca coloniale, sono state pensate per comandare più che dialogare, per reprimere più che negoziare. Questo spiega il ricorso sistematico alla violenza. Finché questo sistema resterà tale, è molto probabile che le cose continuino a funzionare in questo modo. E, nei prossimi tempi, assisteremo ad altri colpi di stato in Africa”.
La situazione internazionale non aiuta, stima Mbembe: “In tutto il mondo, comprese nelle democrazie occidentali consolidate, stiamo assistendo a un arretramento dello stato di diritto e all’indebolimento delle istituzioni multilaterali. Questa è l’epoca della forza, degli scambi commerciali sbilanciati e del potere inteso come capacità di accaparramento delle risorse. Se questo è lo spirito dei tempi, i regimi africani sono perfettamente in sintonia con esso”.
Questo testo è tratto dalla newsletter Africana.
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