Poco più di un anno fa il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato il taglio drastico degli aiuti destinati all’estero, in particolare quelli erogati dall’Usaid, l’agenzia per lo sviluppo internazionale. L’anno scorso questi stanziamenti sono scesi al punto più basso degli ultimi dieci anni, cioè a 7,8 miliardi di dollari contro i 12 miliardi dell’anno precedente.
Successivamente altri paesi hanno seguito l’esempio di Washington: anche Francia, Germania, Giappone e Regno Unito hanno ridotto i loro budget per gli aiuti, che a livello globale si sono ridotti di un quinto da un anno all’altro. Sono sorte subito gravi preoccupazioni per l’Africa, in particolare per quegli stati che dipendono fortemente dalla generosità dei donatori stranieri, come Sud Sudan, Somalia, Malawi, Liberia e altri ancora.
Le conseguenze in alcuni casi sono state molto pesanti: il quotidiano spagnolo El País racconta che in Malawi circa quindicimila persone lgbt malate di aids non possono più rivolgersi alle cliniche loro dedicate per ottenere i farmaci antiretrovirali, e ora devono rivolgersi agli ospedali pubblici, dove vengono discriminate, in un paese che considera illegali le relazioni omosessuali.
Gli esempi di questo tipo sono tanti, ma altrettante erano le critiche a un sistema che, secondo alcuni, alimentava la corruzione e il clientelismo. “Alcuni aiuti servivano a soddisfare bisogni urgenti in posti come il Sudan, devastato dalla guerra. Tuttavia, per com’era strutturato, il sistema permetteva a troppi governi di scrivere i propri bilanci potendo contare su un flusso di dollari provenienti dall’estero”, scrive il Washington Post, constatando che nonostante i tagli l’economia dell’Africa subsahariana “è cresciuta del 4,1 per cento nel 2025 e si prevede che quest’anno il continente supererà la media globale con una crescita del 4,3 per cento”.
Nelle ultime settimane sulla stampa occidentale sono uscite diverse analisi che concordano con questa lettura, notando con una certa sorpresa che il continente non ha sofferto quanto ci si poteva aspettare. “In gran parte del continente le economie si sono dimostrate più resilienti di quanto si pensava”, scrive l’economista Landry Signé in un articolo su Foreign Affairs, notando che “gli esperti avevano avvertito che l’Etiopia sarebbe stata particolarmente colpita dai tagli. Invece all’inizio del 2026 il primo ministro Abiy Ahmed ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita: dall’8,9 per cento del pil al 10,2 per cento”.
“Il futuro dell’Africa sarà definito più dagli investimenti che dagli aiuti”, gli fa eco l’Economist, che cita le stime del Fondo monetario internazionale (Fmi), secondo cui nel 2026 la crescita economica del continente sarà superiore a quella dell’Asia, e nel mondo 11 dei 15 paesi con la crescita più rapida saranno africani. Questa situazione, stima il giornale, è sì la conseguenza dei prezzi elevati delle materie prime e della forte crescita demografica, ma deriva anche da qualcosa di più profondo, cioè dall’affermazione dell’Africa come nuova destinataria di investimenti, e non solo di beneficenza.
Il settimanale economico ci tiene a notare che non tutti i paesi hanno la stessa storia, e che nel continente ci sono situazioni agli antipodi, come quella del Sudan, devastato dalla guerra, e quella della Nigeria, un paese ricco di petrolio e dove sono nate molte società fintech. Lo scoppio della guerra nel golfo Persico, che ha fatto aumentare i prezzi di carburanti e fertilizzanti, è sicuramente un ostacolo a questa crescita, ma secondo l’Economist non ne compromette le prospettive future.
“In passato ci sono già stati momenti di grande entusiasmo per l’Africa da parte degli investitori stranieri. Ma questa volta è diverso. Con lo scossone causato dai dazi e dai tagli agli aiuti, i politici africani si stanno impegnando di più per aprire i propri mercati e ridurre le frizioni con gli altri stati del continente. Allo stesso tempo, anche gli imprenditori locali investono di più”, scrive l’Economist. Tra questi, il più importante è sicuramente il nigeriano Aliko Dangote, che dopo aver aperto in Nigeria una megaraffineria di petrolio ora guarda al resto dell’Africa. “L’Africa mi ricorda la Svezia di vent’anni fa”, ha detto al giornale britannico Hans Otterling, un investitore che ha fatto fortuna con Spotify e che ora investe in Africa. “Non lo faccio per beneficenza. Ma per dimostrare al resto del mondo che in Africa si possono fare soldi”.
Secondo Signé, che ha analizzato i 54 paesi africani sulla base della loro esposizione agli shock esterni e delle loro vulnerabilità strutturali, la maggior parte dei paesi del continente (il 61 per cento) “risulta relativamente immune alle crisi globali e ha le capacità interne per assorbirli”. “Le economie africane devono ancora affrontare numerose sfide”, spiega l’economista. “Instabilità, collasso delle istituzioni, emergenze umanitarie e fragilità continuano ad affliggere i paesi di tutto il continente. Tuttavia, concentrarsi sulle crisi mette in ombra l’aspetto più significativo: la resilienza africana. E mentre l’ordine economico globale si frammenta, molte economie africane sono ben posizionate per superare la tempesta”.
Risale ormai a quindici anni fa una famosa copertina dell’Economist dal titolo Africa rising, che registrava in occidente un sentimento generalizzato di ottimismo riguardo alle sorti del continente. Ottimismo che purtroppo non era durato a lungo. La speranza è che questa volta si basi su elementi più concreti.
Questo testo è tratto dalla newsletter Africana.
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