“Vita e morte: sono una cosa sola. Intrecciate nel profondo”. Recitava così uno scritto del poeta austriaco Rainer Maria Rilke, uno dei preferiti di Jeff Buckley, un testo che sembrava quasi una triste profezia della sua vicenda personale.

Quando Buckley nacque, nel 1966 a Orange County, suo padre, il cantautore Tim Buckley, non stava più insieme alla madre, Mary Guibert. Con lei aveva avuto solo una breve relazione. A nove anni Jeff riuscì finalmente a passare del tempo da solo con il papà, illudendosi di aver ritrovato una figura di riferimento che gli era mancata fino a quel momento. Ma Tim dopo una sola settimana lo mise su un autobus e uscì di nuovo dalla sua vita. Due mesi dopo morì di overdose.

Da quel momento in poi Jeff non fece altro che “cercare risposte da un fantasma, suo padre”, come racconta bene il documentario di Amy J. Berg It’s never over, Jeff Buckley, in uscita nei cinema italiani il 16, 17, e 18 marzo. A metà degli anni novanta, dopo aver esordito con il capolavoro Grace, il giovane Buckley faceva fatica a gestire la celebrità e soffriva di depressione. Agli amici ripeteva spesso: “Non voglio fare la fine di mio padre”. Per lavorare al suo secondo disco, mai concluso, decise di trasferirsi a Memphis. La sera del 29 maggio 1997, mentre faceva una nuotata, vestito, annegò nel Wolf river. Il corpo tornò a galla qualche giorno dopo, l’autopsia non rilevò tracce di droga nel sangue e il caso fu catalogato come un incidente. Aveva solo trent’anni.

Nella sue breve vita, però, Jeff Buckley era riuscito a lasciare un segno profondo sulla musica. Gli era bastato quel solo album, Grace, pubblicato nel 1994 in piena epoca grunge. All’inizio le vendite del disco, soprattutto negli Stati Uniti, non erano andate benissimo, ma piano piano era diventato un oggetto di culto, e le riviste specializzate oggi lo inseriscono spesso nelle classifiche dei più belli della storia. Anche David Bowie negli anni novanta l’aveva definito “il migliore di sempre”. Le canzoni di Grace erano atipiche per l’epoca: mescolavano il rock dei Led Zeppelin con la musica nera di Ray Charles e Billie Holiday, il folk di Bob Dylan con il decadentismo di Morrissey. Tutte queste anime e personalità abitavano il corpo di un ragazzo di 28 anni con una voce a quattro ottave. “Volevo essere una chanteuse. Segretamente volevo essere Nina Simone”, confessa il cantautore in una delle scene di It’s never over.

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Uno dei punti di forza del documentario è proprio la scelta di sottolineare questo lato femminile di Buckley, una cosa che lo distingueva molto dalle altre icone del rock degli anni novanta, a parte Kurt Cobain, a proposito di destini tragici. Al tempo la sottovalutazione delle donne nel mondo rock era comune, sia nell’industria discografica sia nella critica. Non a caso proprio in quel periodo nacque il movimento femminista Riot grrrl. Come ha scritto Daphne A. Brooks nel suo saggio dedicato a Grace, Buckley non somigliava a nessuno dei suoi contemporanei perché “era occupato ad ascoltare come Bob Dylan aveva incanalato Billie Holiday in Blonde on blonde e come Robert Plant aveva fatto del suo meglio per imitare Janis Joplin nelle prime registrazioni dei Led Zeppelin”.

Anche per questo, probabilmente, il documentario It’s never over decide di raccontare Buckley soprattutto con le voci e i volti, quasi sempre commossi, delle figure femminili che hanno accompagnato la vita del cantautore: la madre Mary Guibert; la musicista e attivista Rebecca Moore, che visse nell’East village di New York insieme a Jeff, ispirando buona parte dei testi di Grace; le cantautrici Joan Wassner (nota soprattutto come Joan As Police Woman), che fu la fidanzata di Buckley nei suoi ultimi anni di vita, e Aimee Mann.

Ci sono, ovviamente, anche delle testimonianze maschili, come quelle degli ex compagni della sua band e di Ben Harper, che ricorda quando nel 1995 al festival Eurockéennes Buckley si arrampicò in cima all’impalcatura del palco per vedere dall’alto un concerto dei Led Zeppelin, i suoi idoli principali insieme a Nina Simone, “i miei eroi”, come li definiva lui.

Il documentario di Amy J. Berg è incentrato più sulla persona che sul musicista, con immagini inedite e stralci d’interviste allo stesso Buckley. Tra i momenti più efficaci c’è quello dedicato alla sua prima esibizione in pubblico, al tributo in onore di Tim Buckley nella chiesa newyorchese di St. Ann, in cui cantò alcuni brani del padre. Nessuno lo conosceva, ma tutti rimasero abbagliati dal suo talento e dalla sua voce angelica.

Per lui, tra l’altro, quella non era una semplice esibizione, ma un modo per connettersi con una persona che non aveva mai conosciuto davvero, anche se faceva parte di lui. Era tesissimo, infatti. Sul palco piangeva, e durante il brano finale, Once i was, ruppe le corde della chitarra, chiudendo giocoforza il brano con un’esibizione a cappella, come se fosse un ponte tra due mondi, tra la sua vita e la morte del padre.

Bello anche il passaggio dedicato alle esibizioni al Siné, un pub irlandese di New York in cui intratteneva tra battute e canzoni, suonava cover e presentava i primi inediti, mentre le sue ballate entravano in risonanza con macchinetta del caffè e il brusìo della sala.

Da ricordare in particolare il momento in cui si ascolta la prima esecuzione della splendida Mojo pin, enigmatica canzone che racconta il sogno notturno di una donna nera. E il primo incontro con il cantante pachistano Nusrat Fateh Ali Khan nel 1995, uno dei più importanti autori di musica sacra sufi di sempre, del quale Buckley era un grande fan, al punto che in diverse occasioni aveva cantato i suoi brani in urdu. Nusrat non sapeva una parola d’inglese, e così per comunicare Jeff cominciò a cantare uno dei brani del suo repertorio sufi, diventando amici.

It’s never over, ovviamente, racconta anche la genesi di Grace, un disco straordinario, diventato ancora più importante con il passare degli anni, perché il suo suono così lontano da quello che andava di moda a metà degli anni novanta – con le chitarre stratificate e un mai banale uso degli archi (arrangiati da Karl Berger, un musicista di formazione jazz) – l’ha reso estremamente longevo. Nel documentario si ascoltano alcuni dei brani migliori, dalla già citata Mojo Pin a Grace, una canzone sulla separazione, sull’amore come estasi e stato di grazia (appunto) ma anche sulla morte, il cui testo cita proprio quello scritto di Rilke. E ovviamente la cover di Leonard Cohen Hallelujah, che per Buckley non era è un omaggio a una persona venerata, a un idolo o a un dio, ma l’alleluia dell’orgasmo.

Il film si chiude con una versione dal vivo di Lover, you should’ve come over, forse una delle canzoni d’amore più belle mai scritte. E arriva fino al tragico epilogo, l’incidente in cui il musicista morì. Qualche passaggio del documentario è inevitabilmente strappalacrime e forse indugia troppo sulla sofferenza delle persone intervistate, ma nel complesso It’s never over è un bell’omaggio a una delle figure più importanti della musica degli anni novanta. Anche perché Buckley, come tutti i grandi, non ha epoca. Per citare i suoi versi: “Born again from the rhythm, screaming down from heaven, ageless, ageless”. Rinato dal ritmo, urlando dal paradiso, eterno, eterno.

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