Negli ultimi anni non ho mai scritto niente sulla band newyorchese Geese e sul suo leader, Cameron Winter, principalmente perché non amo molto la loro musica. In generale penso che chi fa il mio lavoro debba anzitutto concentrarsi sulla musica a cui si affeziona. Se una cosa ti piace, sarà anche più facile far arrivare la tua passione ai lettori, e coinvolgerli nell’ascolto. In alcuni casi, però, penso che sia anche giusto far notare quando un musicista non ti convince, soprattutto se è accolto da un consenso generale. Ogni tanto, e magari chi segue questa newsletter se n’è accorto, lo faccio, chiedendo anche un parere a chi mi legge (richiesta che, ovviamente, vale anche stavolta).
L’occasione per parlare di Cameron Winter, per quanto mi riguarda, è il suo nuovo disco Live at Carnegie Hall, registrato dal vivo nella famosa sala da concerti di New York che ha ospitato artisti come Billie Holiday, Joan Baez e Bob Dylan. La performance di Winter, definita “trionfale” dalla rivista online Pitchfork, è stata registrata nel dicembre 2025 ed è diventata anche un documentario diretto da Paul Thomas Anderson, probabilmente uno dei registi più bravi in circolazione. L’esibizione di Winter, piano e voce, raccoglie i brani del suo debutto solista Heavy metal e un paio di inediti come l’iniziale It all fell in the river, un brano dai tratti folk, e Emperor XII in shades, un pezzo che sembra uscito dalla penna di Jackson Browne.
Quando ho cominciato ad ascoltare Live at Carnegie Hall, pensavo che stavolta sarei riuscito a superare il mio scetticismo nei confronti di Winter. La Carnegie Hall è un luogo magico, il suono del pianoforte è suggestivo e, pensavo tra me e me, con le canzoni riarrangiate in chiave intimista finalmente avrei potuto apprezzare l’essenza del cantautore statunitense. E invece no. Paradossalmente questo album non fa che accentuare tutti i difetti dello stile di Winter. La sua voce baritonale, che a volte vira improvvisamente sul falsetto, non comunica niente. La sua scrittura, evidentemente ispirata ai classici del rock statunitense e britannico, non sembra mai in grado di dire qualcosa che non sia già stato detto meglio da altri.
Non ho problemi con la musica derivativa, e non sono mai stato succube del mito dell’originalità. Non esistono artisti che hanno creato qualcosa dal nulla, l’arte è fatta di sedimentazione. Ma il punto è che Cameron Winter mi dà l’impressione di prendere in prestito suggestioni senza rielaborarle mai in modo convincente. Alle mie orecchie è come se non fosse mai sincero. A tratti, per esempio, Live at Carnegie Hall si aggira dalle parti del Van Morrison più spirituale, quello di Astral weeks per capirci, ma resta lontano anni luce da quel livello. A tratti, invece, mi è venuto in mente Nick Cave, che durante il covid aveva registrato un disco piano e voce intitolato Idiot prayer, ma anche in questo caso il paragone è impietoso, nonostante qualche mese Cave abbia elogiato pubblicamente Winter.
Cameron Winter, che ha solo 24 anni, è considerato da una parte della critica “il Bob Dylan della generazione Z”, e i Geese nel giro di poco tempo sono passati dai piccoli locali ai palchi dei principali festival internazionali, attirandosi molti applausi ma anche qualche critica. Qualche mese fa un articolo di Wired ha insinuato, in modo piuttosto discutibile, che dietro questo successo ci fosse una campagna di marketing digitale che includeva addirittura l’uso di bot. Sinceramente questa accusa mi sembra poco sensata, e non credo certo che sia stato qualche bot a creare il successo dei Geese.
Penso, invece, che la band sia diventata così grande perché ha colmato una lacuna, quella dei nuovi gruppi rock statunitensi. Il rock, nonostante tutto, è un genere ancora attuale e, anche se non è più innovativo e sorprendente come tanti anni fa, continua a essere popolare e intergenerazionale. L’attitudine dei Geese e di Cameron Winter, quella sfacciataggine newyorchese che ricorda un po’ gli Strokes dei primi anni duemila seppur con qualche differenza stilistica dal punto di vista musicale, ha affascinato il pubblico giovane, e non solo quello. Dei Geese piace quello che rappresentano, più che le loro canzoni.
Come sempre sarà il tempo a dire quanto i pezzi di Cameron Winter si sedimenteranno nell’immaginario collettivo. Anche gli Strokes all’inizio sono stati trattati come dei cloni dei Velvet Underground e poco più. Ma brani come Someday, Last nite e Reptilia oggi sono considerati dei piccoli classici del genere. Vedremo se anche per Winter sarà così. Al momento propendo per il no. Ma ne riparleremo tra dieci o vent’anni.
Questo testo è tratto dalla newsletter Musicale.
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