In una delle scene più belle di Blade runner il protagonista Rick Deckard, interpretato da Harrison Ford, fa una serie di domande a una donna chiamata Rachael per capire se è una persona vera o una replicante. Dopo il test, le rivela che i suoi ricordi d’infanzia appartengono alla nipote del direttore della Tyrell Corporation, l’azienda che costruisce gli umanoidi. “Dai, era solo un brutto scherzo, non sei veramente una replicante, vai a casa”, dice Deckard quando si rende conto che Rachael sta piangendo. Ma è troppo tardi, ormai la verità è venuta fuori. I replicanti immaginati dal film del 1982 di Ridley Scott – un capolavoro che ancora oggi parla al nostro presente – sono umani creati con tecniche di bioingegneria e dotati appunto di ricordi impiantati da persone reali.

Il modo in cui Grian Chatten, il cantante e principale paroliere dei Fontaines D.C., analizza il nostro presente non è poi così lontano dalla distopia futurista di Scott. Le canzoni del nuovo album della band irlandese, Dopamine chamber, sembrano dirci che in un certo senso anche noi viviamo come replicanti, plasmati dagli algoritmi e dai social media. E che le scariche di dopamina che provengono dagli schermi dei nostri telefoni sostituiscono le esperienze in prima persona.

“Camera della dopamina / sto solo cercando di alleviare il dolore”, canta Chatten in One man, uno dei pezzi più riusciti del disco. Nel brano, una struggente dichiarazione d’amore sotto un “cielo sporco e rosso” – che potrebbe essere quello colorato dagli incendi sempre più frequenti sul nostro pianeta, ma anche il cielo ocra del sequel di Blade runner firmato da Denis Villeneuve – chi parla dice all’altra persona: “If i failed you, i’m not sorry, i’m only one man”. Se ho sbagliato non ti chiedo scusa, sono solo un uomo. La quasi disperata dichiarazione d’umanità è una delle chiavi ricorrenti dell’album, ma una delle cose interessanti di Dopamine chamber è l’ostinato romanticismo presente nella voce (le parti cantate sono state registrate in una casa a Palermo) e nelle parole di Chatten, che fa da contraltare a una musica sintetica, glaciale.

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Intendiamoci, con i Fontaines D.C. (che saranno in Italia per tre date nei prossimi mesi) non siamo mai di fronte alla sperimentazione sonora pura, ci troviamo pur sempre nell’ambito del pop-rock da classifica. Eppure la carriera della band di Dublino, sempre meno irlandese e sempre più cosmopolita, continua a regalare spunti interessanti. Le chitarre nervose degli esordi, che sostenevano un Chatten più verboso e vicino allo spoken-word, sono tenute più sotto controllo (anche se emergono qua e là, come nell’intensa Happy for you, che funzionerà benissimo ai concerti e sembra un omaggio ai Cure più orecchiabili) e il suono della band oggi somiglia a quello dei Depeche Mode (nel brano Mimesis) o perfino a quello dei Joy Division, come succede nel sontuoso pezzo d’apertura Six shot morning, costruito su un basso distorto che sembra un tributo a Peter Hook e su un azzeccato crescendo di batteria e sintetizzatori alla Vangelis (e torniamo ancora a Blade runner). Ad ascoltare quella voce baritonale, poi, non può che venire in mente Ian Curtis.

Già con il disco precedente, Romance, i Fontaines D.C. si erano allontanati dalle atmosfere plumbee e dublinesi degli esordi. Quel lavoro era attraversato da un’inquietudine più contemporanea, ma anche dalla voglia di parlare una lingua più universale e pop. Non mancavano i guizzi (su tutti il singolo Starburster, ma anche la ballata In the modern world), ma Romance aveva il difetto di cercare la consacrazione agli occhi del grande pubblico in modo troppo evidente. Dopamine chamber, invece, si rifugia nell’inquietudine e nell’introspezione. Insegue ancora atmosfere da grande schermo (quei “cinematic feelings” evocati dal singolo Marianne), ma stavolta si addentra nell’oscurità con più convinzione, con un occhio a David Lynch e un orecchio al rock degli anni ottanta.

È come se i Fontaines D.C. avessero portato Romance alle sue estreme conseguenze. La fortuna è che, stavolta, avevano per le mani le canzoni giuste per spingersi oltre. L’unico passaggio totalmente a vuoto è, paradossalmente, quello che sulla carta sembrava infallibile: la ballata orchestrale e morriconiana Where is gone?. Il pezzo, a detta della band ispirato anche da Se telefonando, ospita addirittura la popstar spagnola Rosalía, che duetta con Chatten un po’ come Kylie Minogue fece con Nick Cave in Where the wild roses grow. Peccato che la canzone, per quanto ben arrangiata, sia davvero telefonata.

Nel finale, con la doppietta formata da Japan e Intimate, la band si risolleva, portando il disco su un ottimo livello complessivo. E nell’ultimo brano, ambientato a Venezia, una città galleggiante in cui “la deco-dance non ha fine”, Chatten canta in modo ossessivo: “Intimate it’s all that’s real”. Come a dire, solo nel nostro intimo, fuori dal digitale, è nascosta la verità. Lontano dai ricordi impiantati dagli altri.

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