In Italia ci sono pochi comici, o forse nessuno, come Stefano Rapone. Le sue pause, la sua voce baritonale apparentemente monocorde e la capacità di giocare sull’anticomicità lo rendono diverso da tutti gli altri. Partito dalla stand up comedy, in questi anni Rapone si è dimostrato anche un performer versatile. È diventato, insieme all’altro comico Daniele Tinti, il conduttore di uno dei podcast più popolari in Italia: Tintoria. Nel 2023 è entrato nel cast del programma televisivo GialappaShow di Marco Santin e Giorgio Gherarducci. Nel 2024 ha pubblicato anche un libro molto divertente e dai tratti surreali, intitolato Racconti scritti da donne nude (Rizzoli). E ha portatola sua comicità in trasmissioni come Roast in peace, su Amazon Prime, doveha presentato un testo a suo modo politico, oltre che divertente, prendendo di mira Giuseppe Cruciani e David Parenzo, i conduttori della Zanzara.
Nonostante i podcast, la televisione e internet, in questi giorni Stefano Rapone sta cercando di coltivare il più possibile anche il suo primo amore: il palco. Per questo è nei teatri con Comico dai ruoli mai principali, il suo nuovo spettacolo, che sarà in tour fino a febbraio.
“Un giorno, qualche anno fa, sono andato su Wikipedia e ho visto che la pagina dedicata a me rischiava di essere cancellata perché ero definito ‘Un comico dai ruoli mai principali’. Lo spettacolo parte da lì, da me che cerco di dimostrare a Wikipedia che sono degno di essere citato”, racconta Rapone in collegamento su Zoom da casa sua. “È una scusa per parlare di alcune tematiche che mi stanno a cuore, come la difesa del cosiddetto politicamente corretto. Ma non voglio svelare troppo sui contenuti dello spettacolo, lasciamo un po’ di mistero”, dice, mentre sugli scaffali della libreria alle sue spalle si vedono libri e action figure di fumetti e cartoni animati giapponesi. Il comico romano, come dice la sua pagina Wikipedia, che ora aggiornata e ricca di dettagli, da tempo ama il paese asiatico: si è laureato in lingua e traduzione giapponese e ha vissuto a Tokyo, dove ha cominciato a fare stand up (in inglese) nel 2012, prima ancora che in Italia.
A proposito di ruoli mai principali, c’è effettivamente una sottovalutazione del ruolo del comico in Italia? “Quando è uscito Racconti scritti da donne nude mi sono reso conto che in effetti la letteratura comica è un po’ messa ai margini, nonostante nel nostro paese questo genere abbia una grandestoria, a partire da Fantozzi di Paolo Villaggio. Nel mondo anglosassone non è così. In Italia il ruolo del comico è ancora visto come quello della spalla o del personaggio secondario, ma le cose stanno migliorando. Il pubblico sta dando una mano a far uscire me e altri colleghi della mia generazione dalla nicchia”.
Alla tv e ai podcast Rapone continua a preferire i live. “Tra Tintoria, impegni televisivi e cose simili rispetto a prima ho meno occasioni di stare sul palco. Quando ho fatto la prima data a Firenze il 25 settembre mi sono reso conto che ero rigido, ma già dalla seconda ero più sciolto”, dice. “Mi piace provare i pezzi nei locali piccoli, lo faccio insieme a Daniele Tinti e a Luca Ravenna in una serata chiamata Tutta roba fresca, che facciamo ogni tanto a Roma”. Per metterli a punto i testi, racconta, è utile provarli dal vivo. “Il metodo migliore, però, è sempre quello di sedersi alla scrivania e scrivere. Magari per due giorni non ti viene fuori niente e pensi: ‘Sono un fallito, non ho più idee’, ma poi al terzo giorno le idee cominciano a venire fuori”.
Gli chiedo quali sono i suoi punti di riferimento artistici, se ci sono cose recenti che gli piacciono. “Faccio più fatica di un tempo a trovare cose nuove, forse perché sto invecchiando. Resto sui classici: Stewart Lee, che è da anni il mio faro e riesce sempre a rinnovarsi, ma anche Louis C.K., che è quasi un filosofo dei nostri tempi. Altri, come Dave Chapelle, li sento più lontani dai miei gusti. Tra gli emergenti mi piace abbastanza la comica italoamericana Cristina Mariani, che ha un umorismo nero che mi piace. E poi c’è Stamptown, uno spettacolo teatrale in cui attori e clown fanno robe completamente fuori di testa. Mai vista una cosa simile”.
In questi ultimi anni è capitato spesso di vedere comici che hanno scelto di non puntare tutto sulla risata, raccontando magari storie personali, anche drammatiche. Lo spettacolo del 2025 The unstoppable di Dave Chapelle si è spostato molto sul terreno della narrazione e del commento sociale. Alcuni monologhi, come Wonderland del comico britannico Edd Hedges, raccontato anche dal podcast Wisecrack, mescolano comicità e cronaca nera. Altri, come Hannah Gadsby nello spettacolo Nanette, usano la loro vicenda personale per riflettere sul bullismo e l’omofobia.
Domando a Rapone che ne pensa. “Non sono un grande fan di questo filone. Per me la stand up comedy deve far ridere. Tutti noi comici partiamo da una tragedia più o meno grave, e il nostro compito è trasformarla in risata. Se le persone non ridono, crolla tutto. Far piangere secondo me è una scorciatoia. Come esempio alto cito sempre il finale di Brian di Nazareth, con i Monthy Python sulla croce che cantano ‘Guarda il lato positivo della vita’. Bisogna saper ridere di tutto, anche della morte”.
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