In 35 anni di matrimonio mio marito non ha quasi mai cucinato per tutta la famiglia, anche se all’università si faceva da mangiare da solo. Fa il barbecue se qualcuno gli prepara tutto il necessario e ogni tanto, quando gli va, prepara la colazione: uova, bacon e pancake.

La responsabilità della spesa, della pianificazione e della preparazione dei pasti e degli spuntini è tutta sulle mie spalle. Mi occupo anche della maggior parte delle faccende domestiche, anche se lui è pronto a partecipare quando glielo chiedo (in compenso è bravissimo nei lavori più impegnativi: ripara e sistema la casa, rifà il tetto, imbianca le pareti, aggiusta le auto e cambia perfino i freni. Negli anni ci ha fatto risparmiare molti soldi).

Abbiamo lavorato entrambi a tempo pieno mentre crescevamo una famiglia. Ora che siamo in pensione e i figli non vivono più con noi, abbiamo spesso orari diversi. E io, semplicemente, non sono disposta a continuare a cucinare per altri 25 anni.

Mio marito è perfettamente in grado di prepararsi da solo la colazione e il pranzo. Quando non ci sono io a fare la spesa e a preparare la cena, ordina da asporto o mangia snack poco salutari. Ho più volte buttato via il cibo che gli avevo lasciato e che lui ha fatto andare a male mentre ero in viaggio. Sarebbe sbagliato chiedergli di smettere di contare su di me per tutto quello che riguarda il cibo e proporgli che ognuno si organizzi per conto proprio?–Lettera firmata

La pensione ha la capacità di mettere in luce tutti quegli accordi consolidati negli anni lavorativi: quelle tacite intese che si danno per scontate mentre si corre tra lavoro, figli e appuntamenti. Una volta in pensione, c’è il tempo per accorgersi di quanto fossero sbilanciate alcune di quelle intese, spesso seguendo i soliti schemi di genere.

Tu ti fai carico della pianificazione, della spesa e della cucina (impegni quotidiani senza fine), mentre lui contribuisce intervenendo con la cassetta degli attrezzi (le riparazioni occasionali). Questa, quindi, non è una conversazione che riguarda solo la cucina. E sospetto che la soluzione non sia tracciare nuovi confini tra di voi, ma rinegoziare quelli che esistono da sempre.

Forse la collaborazione potrebbe funzionare meglio del disimpegno. Invece di proporre che ciascuno cominci a badare a sé stesso, invita tuo marito a condividere il lavoro in cucina. Potresti affidargli un ruolo, per esempio quello di aiuto cuoco e di addetto alla spesa. E forse la prossima volta tu potresti offrirti di aiutarlo a ridipingere la casa. Potreste anche valutare una terapia di coppia che vi aiuti a superare i risentimenti che tu, e forse anche tuo marito, avete accumulato negli anni.

Altrimenti, dovresti chiederti se quello che desideri davvero non sia qualcosa di più simile a una convivenza che a un matrimonio.

La mia impressione è che in quasi tutti i matrimoni duraturi i pasti hanno un significato importante. Il cibo è nutrimento, ma è anche conversazione, ricordi e cura reciproca. Si raccontano le novità e le storie di famiglia, si colgono gli stati d’animo dell’altro, si fanno progetti. Quando si rinuncia a condividere il pane, si rischia di incrinare qualcosa che è molto più difficile riparare.

(Traduzione di Gigi Cavallo)

Il consulente etico è una rubrica del New York Times Magazine su come comportarsi di fronte a un dilemma morale. Qui ci sono tutte le puntate.

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