Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Basile, 42 anni.
Il primo giorno
“Mi sto preparando a un grandissimo cambiamento. Tra qualche settimana, la nostra portatrice darà alla luce il bambino che io e il mio compagno stiamo aspettando. Sono cinque anni che dedichiamo gran parte della nostra vita di coppia a questo progetto. Ho paura di sentirmi travolto, di non avere più tempo per me, di diventare un prigioniero. Cerco spazi di libertà, di eccitazione.
Questa gravidanza a distanza mi angoscia. Siamo lontani, non conosciamo bene il percorso della gestazione per altri, siamo completamente soli in questa esperienza. Chi ci sta intorno non ci sostiene molto. Sono contento per la vita che verrà, ma sono anche superstizioso, quindi non lascio troppo spazio alla felicità, ho paura che qualcosa vada storto. Tutto diventa una grande confusione, ho bisogno di evadere.
C’è questa serata formale ed elegante a cui siamo invitati. Cocktail, tartine, un buffet incredibile, solo persone belle e vestite benissimo che si guardano tra loro. Sono indeciso se andarci o meno: ho voglia di bere e ballare, ma non in un posto dove tutti mi faranno sentire fuori luogo, con i miei capelli ribelli e le mie occhiaie sempre più profonde. Il mio compagno insiste e alla fine accetto di andare. Mi dico che non importa, che andrò a ballare dopo, in una delle mie uscite notturne.
Ne faccio spesso, di uscite notturne. Di solito si comincia con una cena convenzionale e non particolarmente divertente, con amici che conosco bene, ma senza sorprese, senza adrenalina, senza avventura. Comincio a battere il piede sotto al tavolo, devo scappare. Quando gli invitati noiosi vanno a dormire, comincia la mia serata. È la mia valvola di sfogo. Cammino velocissimo per le strade di Parigi. I miei giri sono solitari, nessun compagno che si lamenta perché cammino troppo senza meta.
Passo da un bar gay all’altro. Parlo con persone che non conosco, non ci diciamo i nostri nomi né che lavoro facciamo, non ce ne importa nulla. Siamo lontani dai ruoli sociali della vita diurna, parliamo di quello che stiamo bevendo, della musica di sottofondo. È l’opposto di quello che vivevo due ore prima. È una pulsione di vita, non propriamente sessuale: solo qualche bacio ma niente di più. In questi locali gay mi sento a mio agio, ci si capisce senza parlarsi, cosa che non succede nelle cene tra etero.
Alla festa elegante in cui mi trovo con il mio compagno penso già a quello, alla mia fuga successiva. Finiamo in una lussuosa zona vip. La concentrazione di gay per metro quadro è altissima. Con i miei vestiti mi sento a disagio, soprattutto rispetto a quell’uomo, scoprirò dopo che si chiama Gabriel. È elegantissimo. I nostri sguardi sono carichi di elettricità. Cerco di non guardarlo, perché penso possa ferire il mio compagno. Non mi piace quando lui lo fa con me, quindi cerco di non farlo neanche io, non siamo una coppia aperta.
La serata continua, ritrovo lo sconosciuto al buffet, ci versiamo dello champagne nello stesso momento, siamo così vicini che devo scappare via e tornare dai miei amici. Ci sono diversi altri piccoli episodi come questo durante la serata in cui ci incrociamo, sempre con la stessa tensione. Vado sulla pista da ballo, Gabriel è vicinissimo a me. Di solito questo è il momento in cui il mio compagno se ne va, non gli piacciono le serate movimentate, ma stavolta sente che c’è qualcosa di strano.
È l’una del mattino, la festa ingessata sta per finire. Il migliaio di persone che partecipa si riversa sul marciapiede. Sono con il mio compagno, dobbiamo tornare a casa, Gabriel è proprio lì accanto. Dico a voce molto alta: ‘Torno nel tredicesimo arrondissement, ma voglio uscire di nuovo’, per farmi sentire da lui, un appello utopico. Torno a casa, il mio compagno non è contento che io esca di nuovo, come un adolescente ingestibile”.
L’ultimo giorno
“Provo a entrare in una delle mie discoteche preferite. Il buttafuori mi considera troppo ubriaco, così rimango sul marciapiede. Pazienza, mi incammino in direzione del Marais, è l’ora del mio giro notturno. Cammino sulla pista ciclabile e sento suonare un clacson. Uno scooter fiammante mi passa davanti in senso contrario. Mi giro e lo vedo. Lo riconosco subito nonostante il casco: è l’uomo della festa elegante, quello con cui ho scambiato così tanti sguardi. Parigi è una città immensa, la probabilità che fosse lì, in un altro quartiere rispetto a quello in cui ci eravamo incrociati, e che mi ritrovasse, erano davvero pochissime.
È il culmine di una serie di mini eventi incredibili. ‘Non capisco perché non mi hai rivolto la parola durante la festa’, gli dico. Mi risponde che non ha avuto il coraggio. Scambiamo battute su cose sciocche, troppo occupati a osservarci all’aria aperta. Siamo a soli duecento metri da casa mia, ma non ho paura di nulla. Faccio il primo passo, gli spiego che avrei voluto che mi parlasse, che tra noi è tutto così elettrico, e dopo cinque minuti lo bacio, per rendere concreto quel momento assurdo in cui lui, seduto sul suo scooter rosso, fissa me, in piedi e sconvolto.
Il nostro desiderio esplode, lo trovo magnifico. Il suo viso, i suoi lineamenti, tutto mi affascina. Di norma non lo faccio mai, non bacio mai per primo. Le rare volte in cui mi è successo da quando sono in coppia, mi sono lasciato baciare, mi faceva sentire meno in colpa. Ci baciamo con la passione travolgente di due liceali. ‘Vieni da me’, mi propone Gabriel. ‘Non sono solo, ho una vita molto impegnata, non posso offrirti nulla di straordinario’. ‘Non importa, vieni lo stesso’.
Saliamo sulla sua Vespa, io non ho il casco, attraversiamo la città. Ho un freddo cane, sono stanco, ma mi piace. Sembriamo due ragazzini. Passiamo davanti a un commissariato, scendo e faccio un pezzo a piedi per evitare i controlli, poi risalgo sullo scooter. Arriviamo a casa sua. Mi piace com’è arredata, i suoi vestiti gettati a terra, quelli che ha provato prima di andare alla festa in cui ci siamo incontrati. Mi sento in sintonia con lui, incarna quello che sarei stato se non avessi perso così tanti anni prima di riuscire ad accettare di essere gay.
Porta un orecchino, sembra a suo agio con la propria identità. Vedendo come si muove, vedo quello che mi sono perso. Parliamo un po’ ed è solo a quel punto, credo, che ci diciamo i nostri nomi. Non ho bisogno di fargli le solite classiche domande sulla vita, cosa fa, da dove viene, quanti anni ha, il curriculum e così via. Ho l’impressione che ci conosciamo già.
È tardissimo, o prestissimo. Mi addormento al suo fianco nel letto, ma devo tornare a casa. Al buio, raccolgo le mie cose. Gli chiedo un foglio e una penna, ci scarabocchio sopra una battuta e il mio numero di telefono. Non so cosa fare, lascio a lui il potere di decidere sul destino della nostra relazione. Mi accompagna alla porta. Ultimo momento di tenerezza. La porta si chiude, è la fine di tutto?
Scendo le scale con il cuore leggero. Fuori gli uccelli si stanno svegliando, sembra che commentino la mia notte. Devo tornare a casa. Nel mio bagno, mi sciacquo la faccia per cancellare il suo profumo. Bacio il mio compagno assopito e mi addormento accanto a lui. Penso a quanto siamo fortunati a stare insieme, non mi sento in colpa, mi sento vivo accanto a lui.
La vita riprende il suo corso. Il mio telefono non squilla. Passano le settimane, Gabriel non mi chiama. Nasce il nostro bambino. Vengo risucchiato dal turbine della nascita. Tre mesi dopo, il mio senso di oppressione esplode di nuovo. Gabriel riappare nella mia mente. Voglio parlargli ancora, cerco nella mia applicazione Uber per ritrovare il suo indirizzo.
Senza nemmeno accorgermene, le mie sessioni di jogging mi portano sotto casa sua. La prima volta le sue finestre sono chiuse. Mi sento un cretino, piantato davanti alla macelleria sotto il suo palazzo. Ci torno, le sue finestre sono aperte. Ho voglia di gridare il suo nome perché mi senta, ma sono brutto, sudato, in tuta. Penso di essere pazzo, che se qualcuno lo facesse a me lo odierei. Decido di andarmene e corro più lontano. Lo metto in un angolo dei miei ricordi, al posto giusto.
A volte penso di aver vissuto una sorta di bovarismo pre-paternità, altre di avere una grafia talmente orribile da avergli scritto male il mio numero. In ogni caso è stato bravissimo a non chiamarmi: ha saputo gestire le sue carenze affettive molto meglio di me”.
(Traduzione di Andrea De Ritis)
Amore che vieni, amore che vai è una serie del quotidiano francese Le Monde che racconta il primo e l’ultimo giorno di una storia d’amore. Qui ci sono tutte le puntate.
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