La civiltà occidentale ama contare tutto, comprese le discipline artistiche. Abbiamo le sette arti ufficiali, dalla pittura al cinema, a cui si aggiungono il fumetto, il videogioco e una quindicina di discipline che aspirano al rango: gastronomia, moda, profumeria, arte floreale, orologeria, modellismo. Perfino l’origami ha i suoi difensori. Sapete cosa manca in questo conteggio? Il sesso. Io non sono capace di realizzare una gru con la carta, ma comunque: se gli origami dovessero entrare nel pantheon delle muse prima del kamasutra, mi faccio venire un’ulcera.

Ecco dunque che in Francia, la patria dell’amore, della cortesia, delle Relazioni pericolose, di De Sade, del libertinaggio, ci troviamo alle prese con una spaventosa negligenza. Non esponiamo, non sovvenzioniamo, non premiamo il sesso. Il museo dell’erotismo di Parigi ha chiuso i battenti nel 2016 e la sua collezione è stata messa in vendita.

Eppure il sesso corrisponde a tutte le nostre definizioni dell’arte. Il dizionario Le Robert descrive l’arte come un “modo di esprimere la bellezza”. Il Larousse parla di “specifiche messe in scena destinate ad accrescere la sensibilità delle persone, più o meno legate al piacere estetico”. Se quest’ultima frase non descrive un rapporto orale ben riuscito, mi dimetto da rubrichista.

Dunque ciò che impedisce al sesso di essere considerato un’arte non è la mancata aderenza a una definizione, bensì l’inestirpabile psicosi collettiva legata ai piaceri della carne. Questo atteggiamento produce situazioni aberranti: nel 2026 si possono guardare film porno, danze erotiche, spettacoli teatrali con scene di nudo, ma non si può apprezzare lo spettacolo di due professionisti che fanno l’amore in scena. Possiamo gridare al mondo intero la nostra liberazione sessuale, ma resta il fatto che il sesso in sé e per sé, privo di filtri, interfacce e alibi narrativi, è ancora oggi inaccettabile.

Corpi come violini

Ed è un problema vero. Senza riconoscimento artistico, non c’è certificato di eccellenza. Il mediocre e il sublime si ritrovano nello stesso contenitore, benché la nostra esperienza erotica ci permetta di fare paragoni tra gli amanti e stilare una gerarchia di qualità dei rapporti sessuali. Il piacere può coglierci di sorpresa, ma non è certo una lotteria. Perché non abbiamo a disposizione una scala di valore?

Questo “soffitto di carne” impedisce che il sapere sia divulgato. Le rare persone in teoria capaci di farlo (professionisti del sesso esperti, terapeuti tantrici, praticanti del bdsm) sono emarginate, a volte addirittura criminalizzate. In assenza di una laurea magistrale conseguita all’università della carezza, la nostra società lascia via libera alla pornografia (il 48 per cento degli adolescenti maschi riconosce che la pornografia ha avuto un ruolo nel suo apprendistato sessuale, secondo un sondaggio condotto dall’Institut français d’opinion publique nel 2017).

Questo vuoto si traduce in un’assenza di luoghi specifici, anche se esistono scuole molto riservate, in particolare nelle cerchie sex positive, in cui si possono imparare l’arte del bondage o l’uso del frustino: se le cercate, le troverete soprattutto su Instagram.

Una società ideale proporrebbe spazi di elaborazione delle nuove pratiche, residenze artistiche, festival istituzionali e indipendenti. Non soltanto la nostra cultura erotica si arricchirebbe di nuove pratiche, ma i nostri corpi scoprirebbero nuove possibilità.

Dato che parliamo di corpi, vorrei ricordare un vantaggio immediato che scaturirebbe da un miglior riconoscimento della sessualità: smetteremmo di considerare i nostri organi genitali come fonte di vergogna, troppo molli, troppo rosei, troppo irsuti, troppo umidi. Il piacere diventerebbe altrettanto legittimo dei pigmenti o della carta. I nostri clitoridi verrebbero coccolati come dei violini (il mio, come uno Stradivari). Se la voce umana può essere sublimata dall’opera, perché non un pene? Chissà quanti Pavarotti si annidano negli slip dei gentiluomini.

Avremmo la gioia di vedere nascere un nuovo vocabolario, costellato di coreografie o movimenti aerei. Si parlerebbe di gradazioni (l’aumento progressivo del piacere, come un crescendo), di accordi (la sincronizzazione di due corpi, come due strumenti che si armonizzano), di tempo (sapere quando accelerare, quando rallentare), di silenzi (quelle pause in cui non succede nulla ma ci si gioca tutto). Avremmo una parola per definire quel momento in cui la pressione delle dita diventa ottimale, come si parla di “giustezza” in musica.

Tarkovskij o Fast & furious

Potremmo anche inventarci dei generi. Il sesso contemplativo, lento, meditativo, l’equivalente di un Tarkovskij in bianco e nero. Il sesso acrobatico, virtuoso, spettacolare, come un titolo della serie Fast & furious. Il mondo del bdsm, con i suoi codici e la sua drammaturgia, ci ricorderebbe la nostra saga fantasy preferita (con più cuoio e meno draghi). O ancora il sesso tenero, avvolgente, senza prestazioni, alla maniera di un film francese d’autore.

Spunterebbero tra noi degli intenditori, capaci di distinguere una carezza banale da una ispirata. Si terrebbero eventi organizzati da curatori. Il pubblico verrebbe guidato verso le esperienze migliori da critici in grado di analizzare e commentare. Su Télérama ci si accapiglierebbe per sapere quanto merita un cunnilingus. Invece di consumare il porno ciascuno nel proprio angoletto, produrremmo discorsi collettivi ed esigenti. Torneremmo a dialogare.

Certo, per arrivare al grande pubblico, il sesso dovrebbe superare alcuni problemi logistici. A meno di non praticare la posizione del missionario nello Stade de France di fronte a ottantamila persone, dovremmo accontentarci di esibizioni più limitate, in stile cerimonia del tè giapponese. L’arte non è meno emozionante quando è effimera o esclusiva.

Personalmente, però, vorrei comunque assistere a cerimonie sterminate, con trofei, discorsi e paparazzi scatenati intorno al tappeto rosso. L’interpretazione non sarebbe premiata per la sua spettacolarità, ma per la precisione emotiva, l’ascolto, la vulnerabilità, il ritmo. Parleremmo di cosa ci ha influenzato, dei fallimenti che ci hanno insegnato tutto, e ringrazieremmo in particolare i partner: “Vorrei dedicare questo premio a Marion, senza la quale nulla sarebbe stato possibile, e che ha avuto la pazienza di dirmi: no, aspetta, più a sinistra”.

In attesa di vedere entrare la sessualità nell’ambito di competenza del ministero della cultura, di una reinvenzione delle arti performative e della mia nomina a direttrice del nuovo museo dell’erotismo, posso solo esortarvi a non trascurare gli esercizi di solfeggio. Ripassate le basi, affinate la sensibilità e, vi scongiuro, non fatevi convincere da nessuno che il sesso sia meno che un’arte.

(Traduzione di Francesco Graziosi)

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