Christa Pike è cosciente e in grado di parlare. Ma dopo essere sopravvissuta a due iniezioni letali nel carcere di Riverbend, in Tennessee, è “confusa e arrabbiata”, hanno spiegato i suoi avvocati. Il tentativo di esecuzione della condanna a morte del 30 settembre attraverso l’uso del pentobarbital, un potente barbiturico, l’ha lasciata in gravi condizioni. Sarebbe dovuta essere la prima donna giustiziata in Tennessee da più di due secoli.
Pike ha cinquant’anni ed era stata condannata a morte nel 1995, quando ne aveva 18. Insieme al suo fidanzato avevano torturato e ucciso una ragazza. Secondo la difesa, durante il processo non furono tenute adeguatamente in considerazione alcune attenuanti, tra cui i problemi di salute mentale di Pike e le gravi violenze fisiche e sessuali subite durante l’infanzia.
Il governatore repubblicano del Tennessee, Bill Lee, ha sospeso le esecuzioni nello stato fino al 31 dicembre e ordinato un’inchiesta indipendente, mentre il capo dell’amministrazione penitenziaria statale si è dimesso. In teoria, l’esecuzione di Pike, che oggi ha cinquant’anni, potrebbe essere riprogrammata nel 2027, ma la fattibilità legale e medica dell’operazione è tutta da verificare.
L’esecuzione fallita di Pike ha fatto molto discutere negli Stati Uniti, riaccendendo il dibattito sull’applicazione della pena capitale. “La pena di morte è ormai diventata una macchina per la tortura”, titola il settimanale statunitense The Nation.
“Il grottesco spettacolo dell’esecuzione fallita di Christa Pike dimostra fino a che punto la pena di morte sia diventata una cosa perversa negli Stati Uniti. È sempre più impopolare e le persone che agiscono secondo coscienza evitano di essere coinvolte. Ma, paradossalmente, questo significa che le esecuzioni sono condotte da funzionari incompetenti e senza scrupoli, che finiscono per compiere atti di tortura”, afferma Jeet Heer su The Nation.
“Ci sono molte ragioni per opporsi alla pena di morte”, prosegue. “È una forma di vendetta, più che di giustizia. È irrevocabile: quando una persona innocente è giustiziata, nessuna forma di riparazione potrà riportarla in vita. Ed è ingiusta, dato che riguarda prevalentemente le minoranze razziali e i poveri”.
“Ma la crudele esecuzione fallita di Pike solleva un ulteriore argomento contro la pena di morte: il tentativo di rendere le esecuzioni più umane con metodi come l’iniezione letale – un tempo presentata come un’alternativa indolore al patibolo o alla sedia elettrica – è naufragato miseramente. Di fatto, l’iniezione letale ha reso le esecuzioni più cruente, a dimostrazione di come sia impossibile per uno stato uccidere una persona in salute in modo umano e dignitoso”, conclude Heer.
Il precedente di Tony Carruthers
Elizabeth Bruenig sul mensile The Atlantic ricorda che quella di Pike non è stata l’unica esecuzione andata male in Tennessee quest’anno: “A maggio i funzionari penitenziari di Nashville avevano gestito in modo altrettanto disastroso l’esecuzione di Tony Carruthers, trafitto dagli aghi e squarciato da un bisturi prima che la procedura fosse interrotta”.
“Questi due episodi s’inseriscono in un quadro più ampio di esecuzioni andate male negli ultimi anni”, prosegue Bruenig. “Nel 2022, mentre mi occupavo di alcuni tentativi fallimentari d’iniezione letale in Alabama, l’ong Death penalty information center aveva riferito che nel 35 per cento delle esecuzioni di quell’anno si erano registrati problemi. Se c’è qualcosa che i 44 anni di ricorso all’iniezione letale negli Stati Uniti hanno dimostrato in modo inequivocabile è che questo metodo è scientificamente infondato e del tutto inaffidabile”.
In uno studio intitolato “Perché le esecuzioni stanno diventando più crudeli?”, Deborah Denno, professoressa di diritto alla Fordham university, scrive che “il fallimento del metodo dell’iniezione letale dipende da vari fattori, tra cui l’incompetenza dei funzionari, l’uso inappropriato dei farmaci e gli errori nei protocolli”.
Divieto per i medici
La Cnn spiega che gran parte del personale medico qualificato rifiuta di essere coinvolto nelle esecuzioni: “Per la American medical association (la principale associazione di medici e studenti di medicina degli Stati Uniti) i medici non possono partecipare, e il divieto è sancito nel suo codice di etica medica. ‘Le opinioni di un medico sulla pena capitale sono una questione personale’, afferma il documento. ‘Tuttavia, in quanto esponente di una professione il cui scopo è preservare la vita umana, un medico non dovrebbe prendere parte a esecuzioni, anche se legalmente autorizzate’”.
“Inoltre”, afferma l’emittente statunitense, “negli ultimi quindici anni le principali aziende farmaceutiche hanno vietato l’uso dei loro prodotti per le esecuzioni. Questo ha provocato gravi carenze, spingendo gli stati a cercare di rifornirsi altrove, compresi laboratori che realizzano medicinali senza attenersi alle regole della Food and drug administration (l’agenzia federale per i farmaci), come fanno le aziende farmaceutiche tradizionali. Molti di questi laboratori usano metodi discutibili e, di conseguenza, i loro prodotti possono avere dosaggi sbagliati o essere conservati in modo improprio, compromettendone l’efficacia”.
La Bbc entra nel dettaglio dell’esecuzione fallita di Pike, spiegando che i funzionari non hanno tenuto bene in conto la trombocitosi di cui soffriva: “Secondo Joel Zivot, un anestesista che collabora con la difesa di Pike, la donna è sopravvissuta perché nel suo flusso sanguigno non è arrivata una quantità sufficiente di pentobarbital: ‘Gran parte del farmaco è finita nelle braccia’, ha dichiarato. La trombocitosi, che favorisce la formazione di coaguli, era stata segnalata dagli avvocati di Pike, i quali avevano chiesto di non procedere all’iniezione letale. La formazione di coaguli può infatti impedire al farmaco di entrare in circolo”.
Il Washington Post si sofferma sul calo della popolarità della pena di morte negli Stati Uniti: “Nel 1994 quattro persone su cinque erano favorevoli alla pena capitale per le persone condannate per omicidio. Secondo un sondaggio Gallup condotto più di recente, il dato è sceso al 52 per cento”.
“Sia i sostenitori sia gli oppositori della pena di morte criticano inoltre l’eccessiva permanenza dei condannati nel braccio della morte. Oggi sono messe a morte persone condannate in media più di vent’anni prima, un periodo più che triplicato rispetto al 1994”, afferma il quotidiano.
Nonostante tutto, il presidente statunitense Donald Trump rimane un grande sostenitore della pena capitale. Dal suo insediamento, e sotto il suo impulso, le esecuzioni sono aumentate in modo significativo nel paese, registrando nel 2025 il livello più alto degli ultimi 16 anni. Sono state infatti 47, un dato più che quadruplicato rispetto alle undici del 2021. Nel 2026 finora ci sono state trenta esecuzioni, tutte con il metodo dell’iniezione letale. Gli stati che ne effettuano di più sono Florida, Texas, Alabama, Oklahoma e Missouri.
Lo scorso aprile il dipartimento della giustizia ha annunciato una serie di misure per facilitare l’applicazione della pena di morte a livello federale, autorizzando l’uso di metodi alternativi all’iniezione letale, tra cui il plotone d’esecuzione, l’uso della sedia elettrica e il gas letale, afferma la Reuters. “Quest’ampliamento è dovuto almeno in parte alle crescenti difficoltà degli stati a procurarsi i farmaci per le iniezioni letali”, prosegue l’agenzia di stampa britannica.
“Almeno cinque stati prevedono attualmente la possibilità di ricorrere ai plotoni d’esecuzione, secondo l’ong Death penalty information center. Nel 2025 il South Carolina è diventato il primo stato ad applicare questo metodo da quindici anni”, conclude.
Il 5 ottobre Trump ha approvato il ricorso al plotone d’esecuzione per Nidal Hasan, uno statunitense di origine palestinese che nel 2009 aveva compiuto una strage nella base militare di Fort Hood, in Texas. Prevista il 3 dicembre nel luogo stesso del crimine, sarà la prima condotta dall’esercito tramite plotone d’esecuzione dal 1945. L’ultima esecuzione militare, tramite impiccagione, risale invece al 1961.
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